Visti da qui, dall’alto della Maresana e da più di un secolo dopo, i primi cinque atalantini appaiono effettivamente un po’ sbiaditi. I loro profili sono sfumati, così come le notizie tramandate poi dagli storici, veri o presunti, attendibili o cialtroni. Sicuri i nomi: i due fratelli Gino e Ferruccio Amati, Eugenio Urio, Giovanni Roberti e Alessandro Forlini. Non che conoscere il dato anagrafico aggiunga qualcosa: è semplicemente un atto dovuto, per rendere omaggio in modo solenne ai fondatori della stirpe. Abbiamo sempre bisogno di qualche punto fermo. Anche sapere che i fondatori di Roma si chiamavano Romolo e Remo, dopo tutto, non aggiunge nulla. Neanche se si fossero chiamati Nestore e Amilcare. Si fa per raccontare con un minimo di precisione e aggrapparsi a qualche certezza.
Pare comunque di vederli, da queste siderali distanze di tempo e di spazio: in un’imprecisata sera dei primi di ottobre 1907, i cinque pionieri sono riuniti attorno a un tavolo del ristorante Correggi, giù nella città bassa, che di questi tempi chiamano tutti Borgo, decisamente fuori e decisamente arretrato rispetto alla centralità e all’importanza della Città Alta, chiusa e fiorente dentro le Mura venete.
Risulta che siano tutti e cinque intorno ai vent’anni, ma che soprattutto ne abbiano piena l’anima di dover salire ogni volta in Città Alta per fare un po’ di sport, gli sport tipici dell’epoca, la ginnastica e la scherma. Circostanza vuole che le poche palestre aperte siano tutte concentrate lassù: certo doverci arrivare ogni volta aiuta di molto l’attività motoria, ma secondo i cinque attovagliati nel ristorante Correggi sarebbe anche ora di fare qualcosa direttamente giù da basso, senza spostamenti inutili e inevitabili perdite di tempo.
Siamo di fatto, senza che loro possano minimamente rendersene conto, in uno degli ultimi periodi allegri – grosso modo –, prima che il secolo si trasformi nel secolo più tetro e più orrendo della storia umana. In questi anni iniziali del Novecento c’è davvero tutto per definirli e consegnarli alla storia con il suadente titolo di Belle Époque.
In una nuova civiltà, in un nuovo stile di vita, che comincia a distribuire le comodità e i piaceri di luce elettrica, radio, automobile, farmaci miracolosi, non può passare come una pretesa da pazzi visionari fondare una nuova associazione per praticare sport anche nel Borgo basso di Bergamo. Si fa, indietro non si torna. Fondamentale trovare anche un bel nome, originale e moderno, qualcosa che rompa con il grigio lessico dei gruppi storici, come la “Giovane Orobia” di Città Alta, società dalla quale gli stessi cinque temerari sono appena usciti. Ma un nome originale e moderno, diremmo oggi evocativo, che buchi, non salta fuori sui due piedi. Bisogna ragionarci sopra per bene, con calma, senza fretta: perché poi dovrà restare nel tempo, tanto tempo, questo è fuori discussione. Gli amici si prendono una notte di meditazione, con tanto di certosina consultazione dei libri di scuola.
Ecco, è a questo punto e in questo modo che salta fuori davvero il nome originale, strambo, eccentrico, conosciuto ancora oggi in tutto il mondo come originale, strambo, eccentrico: Atalanta.
Ovunque la chiamano Dea, già al momento del battesimo, ma effettivamente secondo la rigorosa mitologia non ha tutti i quarti divini del caso: è l’affascinante e imprendibile figlia di un dio e di una semplice donna della specie umana. Tecnicamente, andrebbe schedata come semidio. Ma è chiaro come queste specifiche fanatiche non interessino a nessuno: l’Atalanta è una Dea e tale deve restare per tutti. È bella, bellissima, e corre forte, fortissimo. Soltanto quel gran figlio d’androcchia di Ippomene riuscirà a vincerla, ma ricorrendo all’inganno.
Va bene, vogliamo ricordarla una volta per tutte, questa bella leggenda? Così uno se la fissa in testa e magari non sta ogni volta a chiedere ma perché Atalanta, come mai Atalanta, da dove viene il nome Atalanta.
Nel decimo libro delle sue Metamorfosi, Ovidio descrive questa Atalanta come una ragazza bella, velocissima, ma anche e soprattutto crudele. La simpatica tizia ama sfidare ogni singolo spasimante in una gara di velocità, uccidendo sui due piedi tutti quelli che perdono. Non esattamente una donnina mansueta e sottomessa. Però ha le sue buone ragioni, le va riconosciuto: vive solitaria nei boschi per sfuggire al cupo presagio dell’oracolo, «Atalanta, sposarsi non fa per te, non pensare al marito, anche se non potrai evitarlo, e da viva cesserai di essere chi sei».
Si comprende bene come con questa iettatura incombente la ragazza faccia di tutto per evitare, o almeno rimandare, qualunque forma di legame con un uomo. Correre il più veloce possibile è l’unica arma che le resti. Battendoli, può eliminarli e rimanere se stessa.
Anche per lei, come per tutti in tutti i tempi del vivere reale, arriva però presto o tardi il castigamatti. Il suo è Ippomene, belloccio e aitante erede della stirpe di Nettuno, per di più sfacciatamente cocco di Venere, dea dell’Amore. È proprio grazie alla potente dea che nonostante l’inquietante statistica di Atalanta, tutti battuti e tutti morti, Ippomene decide di lanciare la sfida. È completamente cotto di questa ragazza, vuole prenderla a qualunque costo. Non potendo però batterla in velocità, ricorre all’imbroglio, su ispirazione proprio di Venere, che lo dota di tre magnifici pomi d’oro.
Il resto più o meno lo sanno anche in prima elementare. La gara è una finale dei cento prima ancora che li inventassero. Sostenuti da urla e boati del pubblico presente, tipo Gewiss Arena, il poeta scrive che i duellanti «volerebbero a pelo di mare senza bagnarsi i piedi, o su un campo di grano senza piegare una spiga», per dire che razza di esterni sarebbero oggi quei due.
Restando alla loro contesa – in palio il trofeo che sappiamo, l’idea fissa di mezza umanità, quella maschile -, ci si accorge subito che Atalanta è molto più veloce di Ippomene. Ma c’è il ma: stavolta lo spasimante ha in tasca il jolly, tre jolly, gli irresistibili pomi d’oro regalati da Venere. Bravo a giocarseli nel momento giusto, a quanto rivela la leggenda: vista la mal parata, li getta uno dopo l’altro tra i piedi di Atalanta, la quale è una Dea, o più precisamente una semidea, ma resta pur sempre una donna, e come tutte le donne davanti a un gioiello va fuori di testa, figuriamoci tre, per giunta di quelle dimensioni.
Fine della gara: lei si china a raccogliere il malloppo, lui sguscia via, non si sa se facendole tiè, e secondo regolamento non c’è neppure bisogno del var per consegnare la vittoria a Ippomene.
Per completezza: sarà matrimonio, più che altro un’unione civile, ma non sarà lieto fine, perché un bel giorno Venere scopre i due amanti a copulare dentro il tempio sacro di Cibele, la qual cosa la fa andare in bestia. Ma come? Con tutti gli spazi liberi che avete attorno proprio lì dovete andare a fare le cose sconce? Benissimo, avete tradito la mia fiducia, adesso vi trasformo in leoni feroci. Neanche malissimo, diremmo noi. Se non fosse che per gli antichi greci i leoni feroci non erano in grado di accoppiarsi. Diciamolo: finale pessimo.
Ovviamente i cinque fondatori della nuova associazione si prendono solo la parte epica e rassicurante della vicenda, questa Atalanta che corre come una scheggia e che nessuno prende mai, prima dell’arrivo dello sveglione Ippomene. Come lei dovrà essere, nei sogni e nelle ambizioni della gente, la squadra che porterà il suo nome.
Save the date, salva la data: 17 ottobre 1907. È il momento ufficiale della nascita, scritto ovunque nero su bianco. Ma è solo una convenzione, perché la riunione davvero decisiva al ristorante Correggi, quando viene concepita e scodellata l’Atalanta dai cinque fondatori, è di qualche giorno prima. Perché proprio il 17, allora? Chi non è di Bergamo magari faticherà un po’ di più a capire, ma c’è una ragione semplice e lineare: il 17 ottobre 1907 “L’Eco di Bergamo” riporta le prime righe sull’avvenimento. E a Bergamo la vita e la morte esistono soltanto quando risultano su “L’Eco”. Da queste parti circola una barzelletta che dice tutto sul singolare fenomeno sociale. Più o meno la raccontano così: ogni giorno, cascasse il mondo, puntuale come uno svizzero, un anziano bergamasco si presenta dal suo edicolante per comprare “L’Eco”, mettendosi subito a controllare la pagina dei necrologi, per vedere chi se n’è andato. Una rassegna attenta, due parole con l’edicolante, poveretto, questo lo conoscevo, ha visto che sono morti anche Tizio e Caio? Così per anni. Una strana mattina, l’edicolante però aspetta invano. Le otto, le nove, le dieci. Il suo affezionato cliente non arriva. Quando è mezzogiorno, il commerciante sconcertato si rassegna e ripone la copia de “L’Eco” che aveva tenuto da parte come sempre. Laconico il commento: “Asino, proprio oggi che c’è lui in pagina, non viene”.
Molta gente, da generazioni, parla dei fatti e delle persone tenendo il quotidiano della Curia come unica bussola sul mondo reale. Nessuno vive e muore, fa e disfa, va e viene, se non sta scritto su “L’Eco”.
Così tocca anche all’Atalanta. La sua nascita coincide con il primo articolo. E conviene tenersi stretta la prova, perché comunque le storie del tempo non sono mai precise e circostanziate. Database o banche dati sono ancora tutti da inventare, bisogna aggrapparsi alle poche vestigia scampate al consumo degli anni. E pedalare.
D’altra parte, è comunque presto per parlare di un’Atalanta vera e propria, fatta e finita. Il calcio è ancora uno strano gioco per gente anche un po’ svitata, ai primi del Novecento. Ci sono scafatissimi commentatori che gli danno vita brevissima, come tante euforie passeggere.
Sostanzialmente, l’Atalanta fa le prove in qualche partita a invito, anche perché è nata come polisportiva, impegnata in diversi altri sport.
Di veramente orribile, almeno per noi di oggi, c’è che nei primi mesi di vita veste una maglia bianconera, peccato di gioventù che diventa perdonabile solo perché di gioventù, peraltro prontamente emendato nel giro di poco tempo: l’idea di avere ancora adesso un’Atalanta gobba resta solo un raggelante incubo da cena pesante.
Oltretutto, in questi primi tempi, non è neppure l’unica società di calcio della provincia. Quattro anni prima, nel 1903, un gruppo di imprenditori svizzeri, calati da queste parti per avviare fiorentissime fabbriche tessili, ha fondato il Football Club Bergamo, che comunque in seguito non rivestirà un ruolo decisivo nella storia. Ancora più indietro nel tempo risulta invece fondata l’importantissima Bergamasca, società sportiva con varie discipline, anch’essa tuttavia pronta ad annusare il pallone già ai primi anni del secolo.
Tra un tentativo e l’altro, l’Atalanta riesce comunque a mettere finalmente un piede nel campionato di Promozione, la serie A dell’epoca, con tanto di trasloco dal Campo di Marte, le porte segnate dai sassi, al nuovo terreno in affitto di via Maglio del Lotto. Questo nel 1914.
Sembra l’inizio di una bella cavalcata, si respira eccitazione in città, ma nella vita di questa squadra c’è da sempre il timbro di un destino piuttosto tirchio e taccagno: per una gioia che viene concessa, c’è poi la sberla che raffredda subito i bollori. Una calda e una fredda. Succede agli albori, succederà ancora, nei modi più fantasiosi e incredibili, come se neppure a questa Dea fosse mai concesso, mai e poi mai, di fermarsi a godere fino in fondo un po’ di pace.
Stavolta capita di mezzo una guerra. Neppure una guerra qualsiasi, la Grande Guerra. Certo non è una sberla solo per l’Atalanta, non bisogna neppure spiegare perché, siamo davanti a eventi epocali che tormentano l’umanità intera, ma per un’avventura appena cominciata rischia di essere fatale. Di tutto si occupa la gente, per tre catastrofici anni, fuorché del pallone. E anche subito dopo la fine del conflitto frulla ben altro per la testa. Lutti e fame lasciano uno spesso strato di depressione e di pessimismo su tutto quanto. C’è il timore che dell’Atalanta nessuno risentirà più parlare. Invece.
Invece proprio l’Atalanta diventerà da subito un motivo e un’occasione per molti giovani smarriti del Dopoguerra. Alla ripresa non c’è più neppure il campo, dato che i proprietari se lo sono venduto per fare qualche soldo e riaprire le attività. È comunque un’illuminata imprenditrice, donna come la Dea, Betty Ambiveri, a concedere credito e fiducia ai ragazzi della squadra, affidando loro un altro campo alla periferia della città, nel quartiere della Clementina, proprio di lato al manicomio. «È il posto giusto per dei matti come noi» commenta gaio un dirigente. Che la dolce pazzia sia un germe in rapida espansione lo dimostra anche la corsa delle iscrizioni, in quel 1918 di ricostruzione: pochi mesi e i tesserati passano da quattrocento a novecento. Il sentiero è segnato: si riparte dal calcio, tanto che il pallone finisce inesorabilmente per mettere nell’angolo le altre discipline.
Resta soltanto un ultimo passaggio, neanche tanto semplice e leggero. Però obbligato, impossibile scansarlo. La Federazione annuncia che nel campionato 1919/1920 ci sarà posto soltanto per una squadra orobica.
Inevitabile lo spareggio tra Atalanta e Bergamasca, le due realtà maggiori. Data fissata, 5 ottobre 1919, curiosamente proprio sul campo neutro di Brescia. Questa partita sarà ricordata come nuovo atto fondativo, ma soprattutto come una delle più cruente battaglie che si siano mai registrate su un campo da calcio, tra legnate solenni e infidi colpi bassi. Di fatto, sarà l’unico derby cittadino della storia, ma forse è decisamente meglio così, per tutti. A vincere è l’Atalanta, con un secco e livido 2-0. Tocca a lei il posto nella massima serie.
Ma logica e realismo vogliono che nel frattempo vengano subito avviate le acrobatiche trattative per arrivare a una inevitabile, necessaria, intelligente fusione.
Finalmente, a Dio piacendo, nella notte di Pasqua del 1920 il cerchio si chiude e si entra nella storia moderna. Tra discussioni acuminate e pugni sul tavolo, nasce la società “Atalanta e Bergamasca Ginnastica e Scherma”.
Il nome scioglilingua, compromesso cervellotico tra due anime e tante gelosie, non appare subito il massimo per i titolisti dei giornali, e neppure per i tifosi che devono improvvisare dei cori. Ma sul momento non sembra il primo dei problemi. Guardando alla sostanza, le due delegazioni riunite al Caffè Turani hanno domato un Everest. E quanto al nome, qualcuno ha già dei presentimenti. Umberto Battaglia, bandiera della Bergamasca, un postino che fa allenamento consegnando lettere e cartoline sempre di corsa, non culla illusioni: «Alla lunga diranno tutti soltanto Atalanta. E nessuno nominerà più la Bergamasca».
Comincia così, nelle atmosfere di un’altra Italia e di un’altra Bergamo, questa storia secolare. Da quella sera nel ristorante Correggi, con i cinque amici in vena di sogni, primi di ottobre del 1907, generazioni e generazioni coltiveranno la stessa passione, assaporandola un po’ in proprio, poi affidandola per via naturale a chi arriverà dopo, nella grande ruota della vita.
Dopo tanto tempo, nessuno potrebbe mai dire quanti bergamaschi abbiano condiviso negli anni questa febbre, senza neppure ricorrere a un like dei tempi d’oggi, piuttosto semplicemente facendo quattro passi e prendendo un caffè lungo il percorso obbligato del Sentierone. È lì che vanno i tifosi a piangere e a ridere, a discutere e a criticare, a esaltarsi e a consolarsi, sempre lì e tutti lì alla ricerca del rassicurante centro di gravità permanente.
Certo si può dire che un chiaro segnale non possa essere ignorato: questo struscio nel centro della città, salotto bello e corte popolare per giorni qualsiasi e grandi occasioni, viene ridisegnato anch’esso nel 1907, con tanto di concorso pubblico vinto dall’architetto Marcello Piacentini. Alle volte, le coincidenze.
Atalanta e Sentierone, Sentierone e Atalanta, una vita parallela, due luoghi dell’anima predestinati all’infinito. Coetanei e gemelli, legati dalla nascita e nessuno che possa immaginare di separarli, neanche gettando tre pomi d’oro.