INTERVISTA A...
SERGIO MATTARELLA
presidente della Repubblica
(Testo incluso nella Costituzione della Repubblica italiana distribuita dal MIUR in tutte le scuole nel 2018)
«Cari studenti, prendete in mano la Costituzione. È una buona lettura. Scoprite quel che dice a tutti noi, fatela conoscere, cercate occasioni per discuterne e confrontarvi su di essa. La Costituzione è la base su cui poggiano le nostre libertà, i nostri diritti e i nostri doveri. Ma non si tratta soltanto di un corpo di norme giuridiche. È anzitutto un patrimonio condiviso di principi e valori che unisce la comunità di cui facciamo parte. Nasce da una storia di popolo, segna un traguardo che il Paese ha conquistato, anche con grandi sacrifici, grazie a generazioni che ci hanno preceduto, e indica una direzione nel cammino comune. Attuare la Costituzione è un impegno che non può dirsi mai esaurito: le istituzioni, le formazioni sociali, i singoli cittadini sono continuamente chiamati a rimuovere gli ostacoli che si frappongono a una piena inclusione, a una partecipazione responsabile, allo sviluppo integrale della persona. Per questo è di importanza vitale per la Repubblica che i giovani ne facciano propri i principi e spendano i loro talenti, affrontando con coraggio i tempi nuovi e gli straordinari mutamenti che questi recano con sé. Le conoscenze che si acquisiscono nella scuola sono occasioni di crescita e ampliano le opportunità di ciascuno: ma la scuola è anche maestra di vita e nella sua missione educativa rientra la formazione di cittadini consapevoli e attivi, capaci di essere protagonisti della vita democratica.
Il mio augurio a tutti gli studenti, e ai loro docenti, è che questa lettura sia proficua. Che diventi una spinta a migliorarci singolarmente e tutti insieme. La Costituzione è la nostra carta d’identità democratica e mostra una grande fiducia nel futuro che tocca a tutti noi costruire. Le differenze, i diversi interessi, i problemi con i quali ci misuriamo ogni giorno saranno un’opportunità se sapremo esprimere nella vita civile quei valori di libertà, di eguaglianza, di solidarietà, di giustizia, che la nostra Costituzione ci ha consegnato.»
INTRODUZIONE
Sergio Giammarchi ha oltre novant’anni, ma i suoi ricordi sono vividi come se questa storia fosse accaduta ieri…
8 settembre 1943
L’Ente Italiano per le Audizioni Radiofoniche (EIAR) diffonde via radio il proclama del capo del governo italiano, Pietro Badoglio, che annuncia l’armistizio: l’Italia si arrende senza condizioni agli Alleati, eppure la guerra non è finita. Il Paese è occupato dalle forze tedesche, appoggiate dalle milizie fasciste che non intendono deporre le armi. L’armistizio però instilla nuovo coraggio in chi è stanco del fascismo e ragazzi e ragazze iniziano a radunarsi sulle montagne: nelle loro terre c’è ancora chi ha voluto la guerra, chi ha messo al potere il Duce, chi ha approvato leggi che hanno privato della libertà milioni di persone. Bisogna fare qualcosa!
Sergio è tra quei ragazzi: non ha neanche diciotto anni, ma quando il suo amico Adriano Casadei gli racconta le imprese del capo dei giovani partigiani della banda Corbari, nella quale è entrato e che ha trovato rifugio nell’Appennino sopra Faenza, non ha dubbi: anche lui vuole farne parte. Silvio, il capo della banda (Sirio Corbari, conosciuto tra i partigiani come Silvio), mette a segno, una dopo l’altra, una serie di azioni di limitato valore bellico ma fondamentali per fomentare la popolazione, per farsi appoggiare, per smascherare i nazisti e i fascisti e le loro azioni crudeli. Assalta una caserma dei carabinieri e il presidio militare fascista di Tredozio, senza ferire nessuno e occupando per dieci giorni l’intera cittadina. Si prende gioco dei nazifascisti vestendosi da capitano di una milizia e facendosi consegnare tutte le armi dai soldati; annuncia di aver posizionato una bomba ma quando gli artificieri arrivano trovano una pentola piena di pasta e fagioli.
Grazie alla presentazione dell’amico, Sergio viene ammesso nella banda: oltre a Silvio e Adriano ci sono Arturo Spazzoli e Iris Versari, l’unica donna. Arriva da una famiglia ricca con cui spesso si scontra, ma che condivide con lei il desiderio di contrastare il fascismo… ed è proprio per aver ospitato un gruppo di partigiani, che i Versari sono stati arrestati. Iris è fuggita, ha trovato nella banda Corbari la sua nuova famiglia e in Silvio l’amore.
Adriano è vicecomandante e fa subito sentire Sergio – nome in codice «l’arrotino» – a casa. Hanno tutti intorno ai vent’anni e condividono la speranza di liberarsi dai nazifascisti e riconquistare la libertà. «Sparavamo dove erano loro» racconta Sergio riferendosi ai nazifascisti «perché questa era la guerra. Non erano vendette personali.»
Lo erano invece quelle degli occupanti, che cercavano i partigiani casa per casa punendo chiunque li aiutasse.
Un anno dopo, nell’agosto 1944, Silvio, Iris, Arturo e Adriano si stanno riposando nella casa di un contadino. Qualcosa però va storto e scatta un’imboscata nazifascista: Iris viene ferita a una gamba e non può fuggire, ma riesce a colpire il primo soldato che fa irruzione. Per lei non c’è più scampo, e poco prima di venire catturata si uccide con un colpo di pistola: sa che i prigionieri vengono torturati fino a quando non tradiscono i compagni, e lei vuole proteggerli anche a costo della vita.
Silvio viene ferito, Arturo è gravissimo, Adriano resta illeso ma torna ad aiutare i compagni e viene catturato. I fascisti li portano in un carro fino a Castrocaro: Silvio viene buttato sul cassone come un sacco di patate. C’è anche Arturo, ma si lamenta troppo per il dolore e viene ucciso durante il viaggio. Adriano li deve seguire a piedi. Il processo è una farsa burocratica, l’impiccagione è certa. Quando tocca a Casadei, la corda si spezza. Per il diritto internazionale, in un caso del genere il condannato avrebbe diritto alla prigione a vita al posto della condanna a morte. Ma i fascisti vanno a cercare un’altra corda: Adriano gliela strappa dalle mani e se la mette al collo. Li guarda e poco prima di morire dichiara: «Siete marci anche nella corda! Siamo noi i veri italiani! Viva l’Italia!».
I loro corpi non vengono sepolti subito: Silvio, Arturo, Adriano e Iris vengono appesi a Forlì, come monito per la popolazione. Il risultato però non è quello voluto: lo sdegno che questa azione provoca nella cittadinanza è più grande della paura che incute.
Oggi
Per salvarsi, Sergio è dovuto rimanere in montagna da marzo a ottobre, ma non ha mai dimenticato i compagni. Oggi la sua voce è ancora forte, nonostante l’età. Casa sua è un grande archivio di storie partigiane, di foto: scatti di ragazzi e ragazze che non sono mai invecchiati. È la loro voce: ne parla con la gente, con i giovani.
«La guerra porta lutti sia a chi vince sia a chi perde. Non sono i popoli a volere la guerra, sono i capi guerrafondai. I capi cambiano, ma i guerrafondai ci sono ancora. Io sono preoccupato perché molti mi dicono che non vanno più a votare. Io dico che bisogna farlo, perché è un diritto e un dovere. Piuttosto lasciate la scheda in bianco o scrivete «viva la libertà». Quando la gente non va più a votare sale un fascista, un uomo che comanda, sia di destra sia di sinistra, perché viene meno la democrazia. Anche nella democrazia ci sono gli sbagli, ma se c’è la libertà, pian piano si possono correggere. Ai giovani dico di stare uniti, così si vince e possiamo festeggiare insieme contro la guerra, per la libertà, per la pace, per la Costituzione. Io sono nato col fascismo, non fatemi morire col fascismo.»
ARRIVA LA COSTITUZIONE!
È il 2 giugno 1946: ventotto milioni di italiani e di italiane (le donne hanno ottenuto il voto solo da pochi mesi!) sono chiamati a votare al referendum per il passaggio dalla Monarchia costituzionale alla Repubblica parlamentare e per dare una nuova impronta all’Italia post-bellica.
Le elezioni sono molto partecipate: l’89% degli aventi diritto si reca alle urne e il 54% dei voti va proprio alla Repubblica, anche se un milione e mezzo di schede non vengono considerate perché bianche o nulle. Il voto non è uniforme: i più entusiasti per il nuovo ordinamento sono i cittadini di Trento (dove la Repubblica conquista l’85% dei consensi), mentre Napoli è la città più monarchica (79% dei voti a favore). Per la prima volta l’Italia non ha più un re ma un presidente della Repubblica, Enrico De Nicola, e un nuovo presidente del Consiglio, Alcide De Gasperi. E soprattutto, grazie alla scelta degli elettori, il Paese ha un’assemblea costituente, cioè un gruppo di persone incaricate di scrivere, discutere e approvare la nuova Costituzione della Repubblica italiana. Un compito fondamentale, affidato a cinquecentocinquantasei persone di cui ventuno donne (una piccola rivoluzione, ma erano comunque solo il 4% dei costituenti; oggi, settantacinque anni dopo, i numeri non sono molto più alti, visto che le donne elette rappresentano circa il 30% del Parlamento). Un gruppo politicamente molto eterogeneo, che include comunisti e cattolici, guidato però da un’idea comune: redigere un testo antifascista che esprima e tuteli al massimo i valori democratici.
Basandosi sul lavoro di diverse commissioni, diciotto persone assumono l’incarico di riunire i testi prodotti. La prima bozza è del gennaio 1947, ma ci vuole quasi un anno di discussioni, cambiamenti e aggiustamenti per arrivare – il 22 dicembre – alla versione definitiva, approvata con quattrocentocinquantatré voti a favore e sessantadue contrari.
Il primo gennaio 1948, un anno e mezzo dopo quel primo referendum a suffragio universale, la Costituzione italiana entra in vigore.
È un testo diretto, che mette in chiaro le cose fin dalle prime righe: i dodici articoli iniziali sono infatti i principi fondamentali, valori supremi irrinunciabili. Ci sono il lavoro, la supremazia del popolo, i diritti inviolabili degli esseri umani, l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge indipendentemente dalla religione, dal sesso, dalla lingua, dalle opinioni politiche, dalle condizioni sociali e personali. E ancora lo sviluppo della cultura e dell’arte, l’importanza della ricerca, il rispetto delle regole internazionali e soprattutto il ripudio della guerra: gli italiani vogliono la pace e lo scrivono nel loro testo giuridico fondamentale.
La seconda parte è dedicata ai diritti civili, politici, sociali ed economici dei cittadini, ma anche ai loro doveri: perché la nuova Italia sia un Paese equilibrato e rispettoso di tutti, ognuno deve darsi da fare.
L’ultima parte stabilisce i ruoli affidati al Parlamento, al governo, al presidente della Repubblica e alle realtà locali (regioni, province e comuni), stabilendo un ordine di gerarchia delle norme in cui la Costituzione fa da riferimento per tutte le altre.
BOX 1
NOTE TRICOLORI
Siamo nel 1847. Un patriota genovese ventenne, Goffredo Mameli, scrive un testo che inizia con le parole «Fratelli d’Italia, / l’Italia s’è desta» che verrà poi musicato da un suo concittadino poco più vecchio, Michele Novaro. Uno dei versi recita: «Noi siamo da secoli / calpesti, derisi, / perché non siam popolo, / perché siam divisi. / Raccolgaci un’unica / bandiera, una speme: / di fonderci insieme / già l’ora suonò». Quando Mameli scrive queste parole, l’Italia unita non esiste ancora ed è divisa in sette Stati separati: la speranza (speme) di essere tutti uniti sotto un’unica bandiera però è già viva.
Cento anni dopo, il 12 ottobre 1946, le parole di Mameli e la musica di Novaro vengono scelte come «inno provvisorio» della Repubblica italiana, una provvisorietà che ha avuto fine solo nel 2017, quando l’Inno di Mameli è diventato ufficialmente l’inno italiano.
C’è poi anche un altro simbolo che è da sempre collegato all’Italia: la bandiera verde, bianca e rossa, detta «Tricolore». Un vessillo, ispirato a quello francese, che fa parte della storia d’Italia dal 1796 – quando è stato adottato come stendardo militare dalla Legione lombarda – e che nel 1861 è diventato la bandiera ufficiale del Regno d’Italia. Il Tricolore è così importante che gli è stato dedicato l’articolo 12 della Costituzione e offenderlo è un reato penale. Ha persino un «compleanno», una festa ufficiale che ricorre il 7 gennaio.
IL NOSTRO SISTEMA DI GOVERNO
La Repubblica italiana è famosa per il grande numero di governi che si sono succeduti: dal 1946 al 2021 ce ne sono stati sessantasette, con trenta diversi presidenti del Consiglio dei ministri (c’è chi ha governato più di una volta). Per fare un paragone, più o meno nello stesso periodo in Germania si sono succeduti ventisei governi, in Francia cinquanta, in Spagna diciassette.
A far discutere è stata anche la loro formazione. Negli ultimi anni si è sentito spesso ripetere: «Questo governo non è eletto dal popolo» ma… nessun governo lo è! Gli elettori votano i rappr...