Niente.
Non provava un bel niente.
Forse quella condizione le era necessaria per aiutare Arlinn Kord con il cadavere atrofizzato di un uomo che conosceva a malapena, un planeswalker chiamato Dack Fayden, che aveva sacrificato la sua Scintilla e la vita per salvare Ravnica – per salvare l’intero Multiverso – da Nicol Bolas.
Adesso anche l’Antico Drago era morto. Come Fayden, aveva finito col perdere la sua Scintilla per mano degli Eterni che lui stesso aveva creato, e Kaya e tutta Ravnica avevano assistito alla sua distruzione, lo avevano guardato disintegrarsi in un ammasso di ceneri spazzate via dal vento.
Una vittoria memorabile, pagata a caro prezzo. Kaya era convinta che avrebbe dovuto sentire di più, non solo l’esaltazione per il trionfo finale, ma anche la sofferenza per le perdite con cui lo avevano ottenuto.
Invece, mentre il corpo di Dack veniva disteso su un’asse di legno tra i cadaveri di Domri Rade e di un viashino di nome Jahdeera, i suoi sentimenti sembravano…
Avvolti in un sudario. È questa la sensazione?
Oppure l’immagine le era stata suggerita dal sottile lenzuolo bianco di seta di ragno che Matka Izoni, la sacerdotessa Golgari, stava velocemente intessendo intorno ai tre cadaveri?
Lei non li conosceva personalmente. Sapeva che Rade, in vita, era stato un idiota e una banderuola, e che Jahdeera lo aveva seguito ciecamente. Dack Fayden invece si era dimostrato un vero eroe, aveva contribuito a chiudere il Ponte Planare, fermando il flusso di Eterni che da Amonkhet si riversava su Ravnica. Da lì avrebbe potuto attraversare qualunque piano e sparire. Invece aveva scelto di tornare e di combattere la guerra dalla parte dei giusti. Di combattere, e di perire per via della sua scelta.
Se non riesco a provare nulla nemmeno per lui… Allora chi è il morto, qui?
Kord si voltò per andare a prendere un altro cadavere, ma Kaya decise che ne aveva avuto abbastanza di quel triste compito.
Tutto intorno a lei era un alternarsi di gioiose celebrazioni per la vittoria e pianti disperati per la perdita di qualche caro. Era una guerra di estremi. L’elfa che si inerpicava sulle rovine della statua di Bolas e il ragazzino umano che si dondolava da un ramo dell’albero della vita Vitu-Ghazi, anch’esso abbattuto, sembravano ancora più spensierati al confronto con la madre e il figlio goblin che si disperavano su ciò che rimaneva del loro capofamiglia, la cui metà inferiore era stata schiacciata dal piede della Dea Eterna Bontu.
Il sole del tramonto si inabissò tra due palazzi e un improvviso raggio di luce pizzicò gli occhi di Kaya. Era la cosa più vicina alle lacrime che avesse sperimentato dall’inizio di tutta quella storia.
Forse le vere lacrime verranno più avanti. Mi travolgeranno all’improvviso mandandomi al tappeto.
Si sorprese a sperare che accadesse. Non le piaceva sentirsi morta dentro. La morte che aveva visto le bastava per una vita intera, un particolare più che ironico considerata la sua professione. Sì, perché lei era, o almeno era stata fino a tempi molto recenti, un’assassina di fantasmi. La sua magia le permetteva di spedire gli spiriti dritti al riposo eterno. La morte era, letteralmente, il suo lavoro. Eppure, fino a quel giorno, non aveva mai provato una simile sensazione.
Morta e stanca morta. Finita la battaglia e con l’adrenalina in calo, Kaya, la riluttante capogilda del Sindacato Orzhov, tornava ancora una volta a percepire sulla sua anima il peso immane delle migliaia e migliaia di debiti da riscuotere.
Quanto vorrei dichiarare quei debiti cancellati per sempre!
Ma un’azione del genere avrebbe distrutto Orzhov e temeva che, se anche una sola gilda fosse caduta, il delicato equilibrio che teneva in piedi Ravnica sarebbe miseramente franato con essa. La città-mondo dipendeva letteralmente, e magicamente, dall’operato delle dieci gilde che, seppur non in armonia, erano perlomeno in serena opposizione tra loro. E Kaya non si era battuta tanto duramente per la salvezza di Ravnica per diventare in seguito la causa della sua rovina. Perciò i debiti non sarebbero stati cancellati e, per il momento, avrebbe continuato a sobbarcarsene il peso.
Voleva, anzi, aveva bisogno di vedere un volto amico, e ormai a Ravnica ne aveva molti. Ral e Tomik. Hekara. Lavinia. Persino Vraska. Tuttavia, le persone a cui si sentiva più vicina, che più le premeva rivedere, erano i due ragazzini che aveva conosciuto quella stessa mattina: Teyo e Rat.
La mia banda.
Sorrise.
Ecco un’emozione, finalmente! Non un granché, a essere sinceri. Ma è già qualcosa. Non lasciarla scappare!
Iniziò a muoversi tra la folla alla ricerca del giovane Scudomante e dell’ancor più giovane ladra. Non che Kaya fosse così vecchia, non aveva nemmeno trent’anni, ma paragonata a quei due si sentiva come una degli Antichi di Keru.
Perché quel legame così immediato con loro? Certo, entrambi le avevano salvato la vita oggi, e più di una volta. Ma nel corso di questa guerra della Scintilla, come la gente aveva già iniziato a chiamarla, la sua vita era stata salvata da decine di persone diverse, e lei stessa probabilmente ne aveva salvate tre volte quel numero (qualunque esso fosse). No, c’era molto di più, ne era certa.
È la loro purezza. Loro hanno ciò che a me manca.
Teyo era talmente ingenuo. Ma una forza segreta si nascondeva dietro la sua ingenuità. Una forza che lui aveva appena cominciato a scoprire, e che ancora non credeva di possedere davvero.
E Rat? La vita di Araithia «Rat» Shokta era stata… impossibile. Sul serio. Era un miracolo che vi fosse sopravvissuta. E tuttavia il vero miracolo non era semplicemente che ne fosse uscita viva, ma che l’avesse accettata e che, a dispetto di tutto, avesse mantenuto un ottimismo sconcertante.
Erano due anime pure, sì. Paragonata a loro, Kaya era una sorta di vampiro, una creatura delle tenebre che voleva disperatamente succhiare energia dalla loro luce radiosa. Quel pensiero la spaventò, obbligandola ad arrestare il passo. Fece un profondo respiro.
È una metafora, Kaya. Non stai rubando niente a nessuno. Al contrario, hai dei doni da offrire. Cose che potrebbero renderli felici. O almeno alleggerirgli l’esistenza. Prima di dire loro addio.
Rinfrancata da quel pensiero riprese a cercarli, e presto li avvistò. Ovviamente, erano insieme. La sedicenne Rat aveva adottato il diciannovenne Teyo nel momento stesso in cui era comparso a Ravnica.
Mentre si avvicinava, Teyo la vide e disse a Rat: «Non dimenticarti che ci siamo ancora noi due».
Kaya capì all’istante l’argomento della loro conversazione; le fu sufficiente vedere Rat che scuoteva la testa con aria triste mentre rispondeva: «A parte il fatto che siete due planeswalker e un giorno lascerete Ravnica».
Kaya non era certa di poter lasciare Ravnica. Le avevano detto che i contratti Orzhov la vincolavano a quel piano. Ma se avesse potuto…
Tenne quel pensiero per sé e, ancora ponderando le opzioni disponibili, li prese sottobraccio e s’incamminò.
Con la sua banda al seguito, si unì a un gruppo di planeswalker e di cittadini di Ravnica, in gran parte amici (o almeno compagni di armi), per avere gente intorno. Discutevano. Non riusciva a capire di che cosa si trattasse, ma comunque non le interessava granché.
L’angelo Aurelia si avvicinò. Aveva qualcosa tra le braccia, e l’espressione solenne con cui la teneva stretta a sé fece riscuotere Kaya. Ci mise un po’ a capire che si trattava di un pettorale maschile, annerito e bruciacchiato. Non colse subito il suo significato. All’inizio pensò a un rituale della Legione Boros di cui non era a conoscenza. Faceva fatica con le tradizioni di Orzhov, e teoricamente era la loro leader, figurarsi con quelle delle altre gilde! Forse Aurelia venerava quel sacro pezzo di armatura e lo esibiva dopo ogni vittoria.
Poi però Chandra Nalaar prese la parola. «Dovremmo seppellirlo a Theros. Credo che Gids avrebbe voluto così.»
E Kaya comprese. Quel pettorale era tutto ciò che restava di Gideon Jura. Se la guerra della Scintilla aveva un eroe, era senz’ombra di dubbio Gideon.
«Quello che avrebbe voluto è sapere che non è finita» intervenne Ajani Goldmane, il planeswalker leonino.
«Non è finita?!» chiese Teyo, sconvolto.
Ajani sogghignò e appoggiò una zampa sulla spalla dello Scudomante. «La minaccia di Nicol Bolas è scongiurata, ma non possiamo illuderci che d’ora in poi il Multiverso sarà al sicuro. Se vogliamo rendere onore al nostro amico Gideon, noi Guardiani dobbiamo essere sempre pronti a fronteggiare ogni nuovo nemico.»
I Guardiani.
Questo gruppo, questa squadra composta da una manciata di planeswalker, aveva protetto il Multiverso per mesi da Bolas e da innumerevoli altre minacce. Quel giorno avevano guidato la carica contro il nemico comune, subendone il devastante contraccolpo. Sapevano che cosa stava per abbattersi su Ravnica e si erano presentati per affrontarlo. Era stato solo grazie a loro se la città-mondo esisteva ancora. Di questo, Kaya era certa.
Goldmane, un membro dei Guardiani, stava dicendo: «Dobbiamo rinnovare il nostro Giuramento».
Jace Beleren, a cui i planeswalker guardavano come al loro futuro leader (a maggior ragione adesso che Gideon era morto), replicò: «Ajani, lo abbiamo già fatto prima di ingaggiare la battaglia. Non credi che una volta al giorno sia abbastanza?».
Ajani s’incupì. La sua presa sulla spalla di Teyo si fece involontariamente più stretta, e il ragazzino trasalì. Kaya sollevò la zampa di Ajani con delicatezza, e Rat ridacchiò.
«Forse… forse io potrei prestare giuramento.»
Chi ha parlato?
Gli occhi di tutti erano puntati su Kaya.
Per i Sacri Antenati, credo di essere stata io!
Chandra le rivolse uno sguardo pieno di speranza. «Davvero lo faresti?»
«Davvero?» ripeté Ral dubbioso.
Kaya guardò dentro di sé e si chiese: Davvero? Be’, che diamine!
Lo sentiva. Sentiva il desiderio di essere parte di qualcosa più grande di sé, la volontà di dimostrare che non era soltanto una ladra e un’assassina. E nemmeno una capogilda impreparata a ricoprire il ruolo assegnatole. Poteva essere qualcuno a cui il Multiverso faceva affidamento quando c’erano guai in vista. Poteva essere… una Guardiana. Le piaceva quella sensazione e decise di assecondarla.
Sempre che mi accettino.
«Non sono una candidata perfetta.»
«Credimi, nessuno di noi lo è» intervenne Jace.
Vraska sbuffò.
Kaya ignorò entrambi. «Sono stata una ladra e un’assassina. Ho seguito il mio codice morale privato. Primo comandamento: “Salvati il culo”. Sono bravissima ad attraversare la vita come un fantasma, a non permettere a nessuno di toccarmi. Ecco la verità. Eppure, il tempo che ho trascorso a Ravnica come assassina, ladra, capogilda riluttante e guerriera ancora più riluttante non mi ha lasciata indifferente. Combattere al vostro fianco è stato un onore. La cosa più spaventosa ma anche la migliore che abbia fatto nella mia vita piuttosto bizzarra. Quello che i Guardiani hanno fatto oggi, qui…» abbassò lo sguardo sul pettorale nelle mani di Aurelia «… quello che avete sacrificato qui, oggi… insomma, non voglio fare la sdolcinata, ma mi è stato d’ispirazione. Se mi vorrete, sarò felice di far parte dei Guardiani. E sarò pronta a rispondere alla vostra chiamata, ogni volta che sarà necessario. Io sarò al vostro fianco, sempre.»
«Ben detto» disse Chandra.
«E sia, ragazza» approvò Ajani con il suo ghigno leonino.
Gli altri Guardiani – Jace, Teferi e Nissa Revane – sorrisero e annuirono.
Fu così che Kaya sollevò la mano destra e prestò giuramento. Forse a dim...