La sposa di Assuan
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La sposa di Assuan

  1. 272 pagine
  2. Italian
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  4. Disponibile su iOS e Android
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La sposa di Assuan

Informazioni su questo libro

Salua è poco più di una bambina quando i rapporti tra musulmani e cristiani copti si fanno sempre più tesi in Egitto, durante il protettorato inglese. Suo padre Mazen decide che è il momento di scappare da Assuan, la sua amata città ormai in fiamme, quando la guerra settaria è già scoppiata. La fuga sembra l'unica scelta, la strada da seguire per salvare la sua famiglia, sua moglie Iman e sua figlia Salua. Quest'ultima, del resto, è già promessa sposa a un giovane di Nazareth, nella Palestina multireligiosa e tollerante. Gerusalemme appare a Salua come la dorata terra dei suoi sogni, dove moschee, chiese e sinagoghe sono l'una il canto dell'altra. Ma tra gli stretti vicoli profumati d'incenso è in agguato un dramma che dissolve la speranza e i sogni sul futuro, lasciando di nuovo, come unica alternativa, la fuga. La terza città del suo destino è Haifa, dove le due donne, madre e figlia, costruiscono di nuovo una famiglia. Ma il destino le insegue: è il 1948 e scoppia la guerra con Israele, che travolge Salua strappandole via la serenità duramente conquistata. II romanzo di Rula Jebreal è il racconto di una vita intrecciata a una pagina di storia del Medioriente in fiamme. La sua protagonista, eroina involontaria, è il volto e la voce di battaglie vinte e perse di tutte le donne in guerra, costrette a ricostruire vite spezzate da un odio più grande di loro.

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Informazioni

Editore
BUR
Anno
2020
Print ISBN
9788817148917

TERZA PARTE

Haifa 1948

Dove si trovava? Salua sbatté le palpebre, e per un momento fu colta da un senso di panico. Non conosceva quella stanza, era certa di non aver mai visto quei muri intonacati di bianco, quelle tende leggere, quel semplice armadio in legno di cedro, quel quadro. Il suo sguardo si fissò sul dipinto appeso alla parete di fronte al suo letto. Era piuttosto grande e racchiuso da una cornice in legno chiaro dipinto d’azzurro, senza intarsi. Raffigurava il mare visto dal porto. Davanti c’era il molo, a cui era ormeggiata una barca di pescatori, di un rosso vivo, con una rete abbandonata accanto e qualche conchiglia sparpagliata sulla sabbia in primissimo piano. Dietro, il mare: nubi scure rotolavano nel cielo e l’acqua mostrava le prime increspature di una tempesta in arrivo. L’assenza di figure umane dava a quella scena un senso di spaventosa solitudine, pensò Salua oppressa, mentre le tornava tutto alla mente. Che cosa era successo, cosa ci faceva lì.
Era a Haifa, in una stanza d’albergo.
Voltò la testa sul cuscino e vide sua madre che dormiva nel letto accanto, supina, composta. Contro il bianco della coperta di cotone spiccava una piccola mano scura, magra, e Salua sospirò: Iman aveva sempre avuto mani così morbide, con delle fossette accanto alle nocche, ma nel breve volgere di una settimana sembravano essersi rinsecchite. Così come tutto il resto: nel viso smagrito erano comparse all’improvviso rughe profonde, la pelle pendeva dagli avambracci e si raggrinziva sulle cosce. Sua madre era diventata vecchia in un giorno: il giorno in cui aveva visto il marito disteso in una bara.
Era passata una settimana dalla sera terribile in cui si erano sentite annunciare la morte di Mazen prima dal ragazzo della reception, Muhammad, e poi dalla voce severa del mufti. Quella notte, mentre uscivano affrante nella notte profumata di Gerusalemme, era sembrato impossibile che potesse capitare qualcosa di peggio di quel che era già successo. Ma era capitato: due giorni dopo stavano trascorrendo la giornata, come avevano trascorso la precedente, nella loro stanza d’albergo. Salua tentava invano di concentrarsi sul ricamo di un copricuscino, mentre Iman guardava fuori dalla finestra, il viso segnato dalle lacrime silenziose e inarrestabili di chi ha esaurito ormai tutti i singhiozzi. Un inserviente aveva bussato alla porta, un uomo chiedeva di loro. Stupite e non poco preoccupate, giacché ormai si aspettavano solo cattive notizie, erano scese a incontrarlo nella hall dell’albergo.
L’uomo era massiccio, non alto, con spalle larghe e una pancia ingombrante sotto la tunica riccamente ornata che indossava. Aveva i capelli tagliati molto corti e un viso quadrato, dalla mascella forte. Si era presentato, stringendo loro la mano con decisione, ma il suo nome non era familiare. Poteva trattarsi di un commerciante che aveva conosciuto Mazen, venuto a porgere le sue condoglianze? Si erano seduti su uno dei bassi divani in un angolo della hall, facendosi portare una caraffa di limonata.
«Grazie» aveva detto l’uomo vuotando in un sorso il primo bicchiere. «Viaggiare mette sete, con tutta quella polvere.»
«Ha fatto un lungo viaggio?»
«Non lungo. Vengo da Nazareth. Sono un cugino di Hasan, il mercante di tessuti»
Il viso di Iman si era un po’ ravvivato, sotto i segni delle lacrime.
«Benvenuto! Stiamo appunto per metterci in viaggio, lo avremmo fatto tra qualche giorno. Noi aspettavamo...» La voce le si ruppe. Nessuna delle due avrebbe potuto dire che cosa aspettassero, chiuse nella loro stanza all’hotel Imperial come fantasmi che infestano delle rovine.
«Mio padre è mancato all’improvviso, due giorni fa» disse Salua, con appena un tremito nella voce ben modulata.
Con sua sorpresa l’uomo annuì.
«Lo abbiamo saputo.» Poi, rendendosi conto di averla sconcertata, aggiunse: «le notizie viaggiano in fretta, nella regione, soprattutto notizie di una... certa natura».
Le due donne si irrigidirono, e istintivamente si strinsero di più l’una all’altra sul divano. L’uomo esitò, guardandole con attenzione come per valutare la propria mossa successiva.
«Non c’è un modo facile di dirlo» dichiarò infine, con il piglio di chi affronta un compito sgradevole. «Per essere franco, si è sparsa la voce a Nazareth che Mazen Qupti è stato giustiziato come collaborazionista da un gruppo di nazionalisti.»
«Si è trattato di un errore!» esclamò Salua.
«Non ho conosciuto Mazen, e mi dispiace perché a quanto dice mio cugino era un uomo onesto» continuò l’uomo. «Permettetemi di porgervi le mie più sincere condoglianze per la tragedia che vi ha colpite. Certo la mia terra non è stata generosa con voi.»
Non c’era risposta possibile, e le donne tacquero. Salua, per non piangere, si concentrava sul rametto di menta che ondeggiava appena nella caraffa di limonata, ne seguiva i movimenti con gli occhi, come ipnotizzata. L’uomo ruppe il silenzio.
«In queste tristi circostanze il mio consiglio è che, essendo rimaste sole, facciate ritorno in Egitto, alla vostra casa. Là siete inserite nella comunità, conoscete il paese, non correte il rischio di... incidenti, e siete certamente più protette. Che cosa potete sperare qui, alla deriva in una terra che dopotutto per voi è straniera?»
Iman lo fissò sorpresa.
«Allora forse non lo sa? Mia figlia» accennò a Salua, «è promessa al figlio di suo cugino, siamo venuti in Palestina anche per questo motivo, tra gli altri. Tra pochi giorni proseguiremo per Nazareth, date le circostanze il matrimonio dovrà essere celebrato in forma molto privata ma, dato che come ha detto siamo ormai due donne sole, non mi sembra sia il caso di rimandarlo.»
«Ecco, veramente è proprio di questo che si tratta. Quello che sono stato mandato a dirvi è che mio cugino e la sua famiglia sono profondamente dispiaciuti per la situazione, ma dato quel che è successo non è il caso che queste nozze abbiano luogo. In quanto commerciante, le fortune di mio cugino dipendono molto dal suo buon nome, e non gioverebbe ad esso imparentarsi con la figlia di un collaborazionista.»
«Mio padre non era un collaborazionista! Si è trattato di un errore, anche il mufti ha dovuto riconoscerlo!» Salua quasi non riusciva a stare seduta, per l’indignazione.
«Io posso crederlo,» annuì l’uomo, calcando la voce sull’«io», «ma le voci che corrono non sono così facili da fermare. E le voci bastano a danneggiare una reputazione, o una famiglia intera. Quando la reputazione di un uomo si incrina è difficile ripararla.»
«Ma non è giusto!» protestò Salua, un grido che le veniva dal cuore. «Mio padre è morto, e ora la sua memoria deve essere infangata in questo modo? Noi...» Iman le posò una mano sul braccio, e strinse forte, per dire alla figlia di tacere.
«Grazie di essere venuto» disse, guardando con occhi tragicamente calmi quel latore di cattive notizie. «Mi sembra che le decisioni siano state già prese. Ora ha un lungo viaggio da compiere per tornare a Nazareth, non la tratteniamo.»
L’uomo annuì lentamente.
«Mi dispiace. Il consiglio di mio cugino, che è anche il mio, è che voi facciate ritorno ad Assuan. Nessuna terra sconosciuta è sicura per due donne sole.»
«Grazie del consiglio. Lo valuteremo attentamente.» Iman si alzò, e porse all’uomo una mano che tremava appena. «Sarà ansioso di tornare, immagino. Non la tratterremo oltre, non vorremmo incoraggiare i pettegolezzi fra i vostri... amici.»
Anche Salua si alzò.
«Meglio perderli, amici come questi» dichiarò sdegnosa. «Non si può fare affidamento su chi ti abbandona nel momento del bisogno.»
Non lo sapeva ma in quel momento era bellissima, il volto snello appena arrossato, gli occhi ardenti di indignazione. Per un momento l’uomo si chiese se suo cugino non stesse commettendo un grave errore, a lasciarsi sfuggire una bellezza simile; la ragazza doveva anche aver ereditato dal padre molto denaro. E in fondo era vero che nessuno sapeva con certezza come si fosse svolta quella vicenda. Il comportamento di Iman e Salua lo aveva impressionato: non era possibile che tanta determinazione, tanta fierezza appartenessero alle donne di un traditore. Provò una certa vergogna al pensiero che le stava lasciando sole in un mondo ostile, non era un gesto onorevole, tanto più di fronte a tanto coraggio. Poi scosse il capo, lui era solo il messaggero. Si accomiatò con cortesia augurando alle donne, con una certa sincerità, buona fortuna, e non vide le spalle di Iman, che la donna aveva tenuto orgogliosamente erette durante i saluti, curvarsi all’improvviso.
«E adesso come faremo?»
Iman era affranta. Era riuscita a mantenere un contegno di fronte al messaggero da Nazareth, ma subito dopo era crollata, continuava a chiamare il nome del marito e a chiedere che ne sarebbe stato di loro. Salua aveva raddrizzato le spalle e si era rivolta all’unica persona che conosceva: Muhammad. Il viso gentile del ragazzo si era incupito apprendendo la notizia, e tra i denti lui aveva mormorato alcune parole poco gentili all’indirizzo della famiglia di Nazareth così vigliacca da abbandonare in simili difficoltà due donne a cui, dopotutto, la legava una promessa.
«Vi dirò una cosa» aveva dichiarato. «Nessun uomo onesto, nessun uomo retto farebbe una cosa simile!»
«Ci sono persone su cui non si può contare, ed è solo nelle difficoltà che le si riconosce. Allora restano al tuo fianco solo gli amici veri» gli aveva detto Salua amaramente. «Mio padre ha sempre difeso gli amici, non ne avrebbe mai abbandonato uno nel momento del bisogno. Ma invece, per questa gente, semplicemente gli affari sono affari.»
Fu colpita da un’intensa fitta di nostalgia per suo padre. Ora si rendeva conto di quanto fosse stato un uomo raro nella sua rettitudine, nel suo mettere le persone, i rapporti umani, la comunità al di sopra del suo tornaconto e dei guadagni. Lui, in nome di quello che riteneva un bene superiore, aveva saputo anche affrontare qualche perdita. Fino a perdere la vita. Salua ora provava sulla sua pelle che non tutti i commercianti erano come suo padre, e che tutti tenevano ossessivamente al loro buon nome. Nel loro campo la reputazione valeva oro, e nessuno avrebbe dato fiducia a un commerciante con il nome macchiato dalla parentela con un sospetto collaborazionista.
Non era facile abituarsi all’idea che, dopotutto, non si sarebbe sposata. Forse mai più. Dato che le notizie «di una certa natura», come aveva detto l’uomo, si spargevano così rapidamente, forse nessuno l’avrebbe più voluta in moglie. Era un pensiero desolante, per lei che aveva sempre sognato una famiglia, ed era partita da Assuan con così tante speranze, con così tanti progetti, immaginando linea per linea, con affetto e anticipazione, il volto del marito che andava a raggiungere. Pensò ai bagagli ammucchiati nella stanza, alle stoviglie, ai drappi, all’alto narghilè, tutti gli oggetti comprati al suk in quella bellissima giornata, l’ultima passata con suo padre. Sembrava già lontana anni luce. Un fiotto di bile le salì in gola. Accanto a lei, Iman probabilmente stava pensando la stessa cosa perché tormentava senza sosta il braccialetto incastonato di ametiste, ricordo di quel giorno felice. L’ultimo regalo di suo marito.
«Dove possiamo andare?» aveva chiesto la madre, cercando di non far trapelare la disperazione. «I soldi non ci mancano, ma ci serve un posto sicuro.»
Assieme al cadavere di Mazen e ai suoi effetti personali, il mufti aveva restituito tutti i soldi che gli avevano sottratto i suoi assassini: combattenti per la libertà, li aveva chiamati.
«La maggior parte degli abitanti di Gerusalemme considera questi ragazzi dei combattenti per la libertà.» Queste erano state le sue parole. «Anche quando sbagliano. In tutte le rivoluzioni c’è un prezzo da pagare. Ma non sono ladri.»
Se fossero stati ladri, forse mio padre sarebbe ancora vivo, aveva pensato Salua con feroce tristezza.
«A Gerusalemme è meglio che non restiate.» Riflettendo, Muhammad si accarezzava con una mano il mento scurito dall’ombra della barba rasata già da qualche ora. Guardava con ammirazione Salua, che gli era apparsa per la prima volta così fiera e determinata al colloquio con il mufti e che anche ora teneva un braccio attorno alla spalla di sua madre mentre gli chiedeva orgogliosamente consiglio. «E a questo punto non potete nemmeno andare a Nazareth: la comunità è piccola, e nessuno sarebbe disposto a esservi amico. Fareste una triste vita.»
«Servirebbe una città, non troppo piccola» aveva detto Salua. «Magari abituata agli stranieri, alle differenze di cultura e religione. Un porto, forse, in cui tante persone del mondo trovano rifugio, accoglienza.» Erano rimasti a Port Said soltanto un giorno, ma la città le era molto piaciuta, con la sua aria indaffarata e aperta, l’odore del mare.
Muhammad si era illuminato, negli occhi una luce soddisfatta.
«Haifa.»
Così erano arrivate a Haifa il giorno prima, in carrozza, da Gerusalemme. Nonostante le circostanze tristissime in cui vi entrava, la città era piaciuta a Salua non appena l’aveva vista. Dopo un tornante era apparsa, una distesa bianca e rosa come Gerusalemme, ma macchiata in diversi punti dal verde intenso dei pini marittimi, delle palme e dei cipressi. Stretta fra le colline e il mare, dava l’impressione di volersi allargare in entrambe le direzioni. Le banchine del porto erano ingombre di navi, grandi e piccole, una cargo battente bandiera inglese era così imponente da coprire la capitaneria di porto. Dal mare veniva una brezza leggera e il profumo dolce dei fiori si mescolava a quello frizzante della salsedine.
Haifa è un porto, aveva detto Muhammad, una città di mare abituata al viavai di gente diversa. In caso di pericolo, potreste sempre imbarcarvi su una nave e andarvene velocemente, magari anche in Europa se fosse necessario. C’è una piccola comunità copta, in cui potrete integrarvi. E soprattutto, aveva aggiunto quasi con pudore, come temendo di essere invadente, ho alcuni parenti che abitano lì, un mio zio che fa il pescatore e alcuni lontani cugini. Potrei presentarveli, è sempre meglio conoscere qualcuno in una città nuova.
L’albergo in cui Salua si era appena svegliata apparteneva anch’esso a un’amica di Muhammad, un’ebrea russa di nome Irina. Le aveva accolte la sera prima sulla porta, appena scese dalla carrozza, un’accoglienza esuberante e pragmatica che aveva per un attimo sommerso il pianto di Iman e la preoccupazione di Salua. Mentre Muhammad, che aveva scortato a cavallo la loro carrozza, gentilmente portava i loro bagagli nella camera al piano di sopra, Irina era rimasta in piedi con le mani sui fianchi nella sala da pranzo dell’albergo, intenta a ispezionare le sue nuove clienti, smagrite, segnate dal dolore, le spalle curve sotto gli abiti scuri. Alle due donne l’albergatrice era sembrata enorme e irrefrenabile, una forza della natura. Era una donna alta, massiccia, con le spalle larghe e b...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. La sposa di Assuan
  4. PRIMA PARTE
  5. SECONDA PARTE
  6. TERZA PARTE
  7. QUARTA PARTE
  8. Ringraziamenti
  9. Copyright