La rabbia è un’emozione tanto importante e preziosa quanto maltrattata e, ingiustamente, temuta; fa capolino in noi fin dalla nascita e ci è assolutamente necessaria perché permette al nostro organismo di segnalare che qualcosa non va. Sicuramente della rabbia non si può dire che sia un’emozione semplice né da provare né da vedere negli altri: ha la fama di essere esplosiva, trasforma chi la esprime – letteralmente trasfigura i tratti somatici – e, se non assecondata, può portare alla perdita del controllo della situazione da parte di tutti, nei casi peggiori anche con esiti piuttosto sgradevoli. Eppure, proprio come in una ricetta di alta cucina, senza la giusta dose di rabbia, molte situazioni della vita quotidiana sarebbero assolutamente insapori o, addirittura, indigeste.
Nella realtà la rabbia, esattamente come tutte le emozioni che proviamo, non è né buona né cattiva, è anzi molto molto utile, soprattutto nello strutturarsi sia della relazione tra genitori e figli sia nella crescita stessa dei bambini e nella costruzione della loro personalità.
Ma perché ci fa così tanta paura? Forse è il caso di partire dal principio.
Come ci arrabbiamo e perché
Sono più che convinta che ciascuno di noi abbia avuto a che fare con un bambino arrabbiato e, senza alcun dubbio, abbiamo diagnosticato l’emozione che stava provando in meno di dieci secondi. Tipicamente fronte e sopracciglia si aggrottano, gli occhi si chiudono a fessura, si digrignano i denti, e le labbra si sollevano quel tanto che basta per mostrarli chiaramente. La muscolatura di gambe e braccia si tende e, in alcuni casi, le mani si stringono automaticamente a pugno, lasciando intendere, con buona certezza, la possibilità di un attacco, qualora la situazione degenerasse ulteriormente. Qui subentra il sistema nervoso autonomo che completa il quadro con un bel rossore diffuso, la voce che diventa stridula e agitata e la tensione muscolare che aumenta, portando il corpo a scattare nervosamente. La cosa più interessante è che queste modifiche fisiche non sono quasi mai improvvise, avvengono in modo rapido, ma graduale, un po’ come se fossero un termometro in grado di indicare il nostro livello di alterazione a chi ci sta di fronte. Tanti piccoli avvertimenti per segnalare, in modo decisamente inequivocabile, il proprio stato d’animo fino al momento in cui ci si trasforma e si diventa emozione allo stato puro: l’ira.
Nonostante i segnali del corpo di grandi e piccini siano così chiari e universalmente condivisi (come hanno dimostrato, riprendendo il lavoro di Darwin, gli studi tra gli anni Settanta e Novanta del secolo scorso),1 la maggior parte degli adulti sembra dimenticarsi che la rabbia non è un’emozione esplosiva e immediata – salvo situazioni specifiche – tanto da rimanere stupiti e perplessi all’idea che esserini così piccoli come i loro figli possano arrivare a trasformarsi nell’Incredibile Hulk. Il rischio è quello di non fare la cosa più banale del mondo: osservare i segnali e provare a intervenire prima che si strappino camicie e compaiano giganteschi muscoli verdi!
Ma perché ci arrabbiamo? A cosa serve, davvero, questa emozione?
Be’ la risposta è più semplice di quanto immaginiamo.
Che si sia adulti o bambini, ci si arrabbia perché qualcosa che noi riteniamo fondamentale in un certo momento ci è stato negato.
Qualcosa (o qualcuno) si è messo in mezzo e ci ostacola nella realizzazione del nostro personalissimo obiettivo, e se, per età o contingenze, non siamo in grado di cavarcela da soli, abbiamo il disperato bisogno che qualcuno corra in nostro soccorso e ci aiuti a raggiungere la meta.
Possiamo immaginare molto bene come questa faccenda possa essere facilmente declinata in migliaia di situazioni diverse, che vanno dal neonato che piange e strepita perché non gli viene offerto del latte nel momento preciso in cui avverte lo stimolo della fame, al bambino che litiga col compagno che si rifiuta di dargli il giocattolo desiderato, all’adolescente che sbatte furente la porta di camera sua perché il genitore gli ha proibito di spendere una fortuna per comprare la maglietta che indossano tutti – ma giuro tutti – i compagni di classe, fino ad arrivare alla mamma che urla disperata perché i suoi figli hanno deciso di ballare la conga seminudi in salotto alle 7.59 di un qualsiasi lunedì lavorativo.
La rabbia è un’emozione universale, è innata ed è funzionale alla nostra sopravvivenza perché ci obbliga a lottare per ottenere ciò che per noi è imprescindibile, ma, soprattutto, è necessaria. Sempre.
Quando i genitori si palesano ai primi colloqui, sottolineando che uno dei motivi principali per cui vengono da me è che il loro figlio è arrabbiato, li invito spesso a riflettere sul fatto che la rabbia, in realtà, è un ottimo segnale, perché vuol dire che è ancora percepita chiaramente da tutti la possibilità di trovare una soluzione al “vero” problema. Per quella che è la mia esperienza, infatti, i bambini si arrabbiano con mamma e papà proprio perché ritengono che si possa ancora fare qualcosa; nel momento in cui dovessero perdere la speranza, si trasformerebbero in piccole bambole immobili e si adeguerebbero senza fiatare alla terribile sentenza degli adulti: «Devi fare il bravo!».
Se qualcuno si arrabbia, indipendentemente dall’età, è perché sta lanciando un messaggio: un SOS vitale che segnala la necessità di intervenire perché si sente in pericolo sul piano fisico o psichico. Trasmette, a tutti quelli che si trovano nel suo raggio di azione, un grido di allarme che evidenzia la necessità e la volontà di raggiungere un obiettivo di maggior benessere personale e avvisa che, pur di riuscirci, è disposto a combattere perché si sente pronto per farlo; la manifestazione fisica della rabbia dimostra chiaramente che ne si ha anche la potenza d’azione.
La rabbia ha un potere educativo inimmaginabile, ma, come tutti i più grandi talenti, se non viene incanalata bene, può creare grossi disastri.
Quando spiego questo concetto ai genitori che incontro nelle conferenze o nel mio studio, mi avvalgo di un piccolo cameo, gentilmente offerto dalla genialità della Disney: la regina Elsa. Chiunque di voi abbia avuto a che fare con un cucciolo d’uomo negli ultimi sei anni non può non essere incappato, spesso più di una volta, nel film Frozen, e penso che tutti noi abbiamo bene in mente la sequenza in cui Elsa, al termine della festa per la propria incoronazione, perde il controllo davanti a tutta Arendelle. La sorella Anna l’ha spiazzata con la dichiarazione di voler sposare il principe Hans e tra le due inizia un battibecco: Anna si arrabbia perché la regina le nega il permesso per il matrimonio, Elsa perché non si sente ascoltata e capita da sua sorella e, nel momento in cui perde il controllo, esplode in una tempesta che condanna tutto il regno a un inverno eterno. La reazione incontrollata della regina scatena la paura dei paesani e la rabbia di alcuni presenti, che accusano Elsa di essere una strega, costringendola alla fuga.
Immagino sia successo anche a voi di reagire, di fronte alla rabbia di qualcun altro, spaventandovi oppure attaccando quel qualcuno accusandolo di essere cattivo. I poteri di Elsa, però, sono tutto fuorché malvagi: nel momento in cui la regina riesce a riprendere il controllo e a spiegare quello che davvero prova, crea cose meravigliose come il pupazzo di neve Olaf e un imponente castello di ghiaccio in cui, però, Elsa si condanna a vivere da sola perché ha lei stessa paura delle proprie emozioni. Ha creduto così tanto al monito «Se ti comporti così sei una persona cattiva» che si è chiusa dentro se stessa pur di non far del male alle persone che ama e, per difesa, crea addirittura un gigante di ghiaccio, perennemente infuriato, che ha lo scopo preciso di tenere tutti il più lontano possibile da lei. Il resto della trama è entrato nella storia dei film di animazione per bambini e la situazione si risolverà con il secondo capitolo dell’avventura in cui, di nuovo, le due sorelle si troveranno a dover affrontare la potenza della rabbia, rappresentata dagli elementi naturali, e a risolverla nell’unico modo possibile: capendone l’origine e affrontandola.
Quando ci arrabbiamo ci trasformiamo in tantissime piccole regina Elsa: se non ascoltiamo le nostre emozioni, se non riusciamo a trovare il modo di esprimerle al meglio, semplicemente, esplodiamo e spaventiamo chi ci circonda. I danni che noi riteniamo di poter causare con questa emozione sono spesso la nostra condanna a un castello di ghiaccio in cui la rabbia è la principale arma di difesa. Ma chi stiamo difendendo in realtà? Noi stessi dalla paura di essere davvero “cattivi” o gli altri, che amiamo così tanto, dalla paura di distruggerli? Forse dovremmo chiederci da dove nasca, veramente, la nostra rabbia, e perché ci condanni così tanto. Imparare a trattarla è un percorso lungo e tortuoso che spesso passa attraverso un’approfondita analisi personale. Se vi sembra una faccenda complicata per degli adulti, figuratevi cosa possa voler dire per un bambino averci a che fare!
Da soli è pressoché impossibile; per questo è fondamentale che il percorso di conoscenza di se stessi e delle proprie emozioni si affronti accompagnati e educati, primariamente da mamma e papà che, per il ruolo che hanno scelto di accettare diventando genitori, devono essere i primi maestri di vita dei propri figli.
L’obiettivo è imparare bene quali siano le emozioni e perché sia così importante esprimerle al meglio per capire se stessi e il mondo che ci circonda; insomma, i genitori devono provare a trasmettere ai figli anche le basi dell’intelligenza emotiva e non è affatto facile come si può immaginare.
Cos’è un’emozione?
Nonostante le emozioni siano oggetto di studio fin dai tempi di Darwin, è utile sapere che la scienza non è ancora giunta a una definizione unitaria né di cosa sia un’emozione né di che cosa precisamente la causi. Quello che, però, è comune a tutte le principali teorie psicologiche è che
le emozioni sono risposte complesse che il nostro organismo attiva nel momento in cui ci si trova davanti a determinati stimoli, reali o solamente percepiti e immaginati, come per esempio un pericolo.
Le emozioni si manifestano tutte attraverso azioni precise e segnali del corpo che sembrano essere universali e ben chiaramente individuabili, lo abbiamo già visto poco sopra per la rabbia, e qualcosa di molto simile succede per la tristezza o per la gioia.
Uno dei giochi che faccio spesso con i miei piccoli pazienti – e ne parlerò meglio nel paragrafo successivo – è proprio imparare a riconoscere le emozioni a partire da come si rappresentano visivamente, attraverso l’utilizzo di semplici carte tematiche con le raffigurazioni delle diverse espressioni visive; vi assicuro che anche i più piccoli sono perfettamente in grado di individuare quelle principali e quando non ne riconoscono qualcuna nella maggior parte dei casi significa che, in realtà, è proprio quella l’emozione che li mette maggiormente in scacco.
Ma torniamo a noi: al di là dell’espressione fisica e del comportamento, le emozioni hanno anche la capacità di influenzare in modo importante i nostri processi di ragionamento, i parametri con cui giudichiamo le situazioni e la nostra capacità decisionale. Per farla breve, il famoso adagio: «Non promettere quando sei felice, non rispondere quando sei arrabbiato, non prendere decisioni quando sei triste» ha decisamente un suo fondo di verità!
Nella storia dello studio delle emozioni Darwin fu il primo a interessarsene dal punto di vista evoluzionistico, ovvero per cercare di capire se le emozioni avessero una qualche utilità per il genere umano e, nel caso, quale fosse. Fu il primo anche a provare che le espressioni facciali legate alle emozioni sono esattamente uguali sia nei neonati sia negli adulti, e che sono le stesse anche nel caso di persone non vedenti o appartenenti a culture geograficamente distanti, ma non solo! Riuscì inoltre a dimostrare che ogni espressione emotiva ha un suo ben determinato scopo evolutivo ed è funzionale all’essere umano per potersi adattare e per poter reagire al mondo che lo circonda; per esempio, sgranare gli occhi per la paura ha lo scopo di aumentare il nostro campo visivo e aiutarci a individuare velocemente una via di fuga utile per metterci in salvo.
Fin dalla seconda metà del secolo scorso, gli studi effettuati da psicologi e antropologi hanno dimostrato che le emozioni sono schemi innati di risposta che si sono evoluti nel tempo per garantirci la sopravvivenza; tra gli anni Settanta e Novanta del Novecento è stata teorizzata l’esistenza di dieci emozioni primarie da cui derivano tutte le altre: rabbia, disgusto, disprezzo, paura, gioia, vergogna, interesse, sorpresa, disagio e colpa, e sono stati elaborati i primi strumenti per codificarle a livello di espressione facciale. Più recentemente gli studiosi sono riusciti a codificare la quasi totalità delle emozioni provate dagli esseri umani, suddividendole in emozioni primarie e secondarie.2
Le emozioni primarie sono elementi di risposta specifici innati e universalmente validi che hanno lo scopo di gestire situazioni cruciali per il nostro benessere: ci aiutano ad affrontare le situazioni più complesse e a relazionarci in modo chiaro e inequivocabile con il resto del mondo e sono: rabbia, disgusto, paura, tristezza, gioia e sorpresa. Le emozioni secondarie, invece, sono una combinazione di due o più emozioni primarie e servono a modulare e a veicolare verso chi ci circonda messaggi più complessi; ne sono un esempio la vergogna o la delusione.
Ma è davvero sufficiente conoscere le emozioni dal punto di vista fisiologico ed espressivo per capirle? Ovviamente no! Tutta la branca della Psicologia cognitiva ha ampiamente dimostrato come non basti riconoscere o attivare a livello fisico i segnali delle emozioni per provarne una; aggrottare le sopracciglia e digrignare i denti non fa di noi delle persone arrabbiate, così come mettersi a saltellare e a sorridere non ci rende felici, anche se aiuta.
Se provassimo a scomporre un’emozione, vi troveremmo dentro alcuni elementi comuni a tutte, che in qualche modo possono aiutarci a comprendere meglio quale sia il punto di partenza e come arrivi a essere valutata e manifestata da ciascuno di noi. Sicuramente è necessario un “evento che suscita la nascita della nostra emozione” («Mio figlio si è messo a fare i capricci nel bel mezzo del supermercato») a cui si associano una reazione fisiologica («Ho cominciato a innervosirmi e a strattonarlo per farlo alzare») e una risposta espressiva («Mi sono messa a gridare»). È sempre presente anche una “valutazione ragionata” di quanto ci succede («Non mi stava ascoltando e ho perso la pazienza») che aiuta a trovare una motivazione che ci porta a spiegare un nostro comportamento («Ho urlato perché ero arrabbiata») ed è spesso affiancata dal riconoscimento del “come mi sento in quella precisa situazione” («Sono arrabbiato»). Il tipo di risposta “emotiva” che noi mettiamo in atto e “la sua intensità” dipendono dalla valutazione di tutti i fattori che connotano la situazione che stiamo vivendo, ed è il nostro cervello l’ente responsabile dell’avvio della risposta fisiologica alle emozioni che proviamo.
Il processo emozionale si attiva solo nel momento in cui noi diamo un’interpretazione ragionata a quello che stiamo vivendo e una valutazione, anche in chiave relazionale, agli stimoli che ci circondano; da qui parte la nostra risposta emotiva, che può essere positiva o negativa in base al giudizio che noi abbiamo dato a quanto ci sta succedendo. Un piccolo esempio: tempo fa mi trovavo in piazza Duomo a Milano e stavo bevendo un caffè in compagnia di una collega. A un certo punto la piazza si è animata e una folla numerosa ha cominciato a gridare e a muoversi velocemente verso un punto preciso. La reazione istintiva mia e della collega è stata di allerta: chi era quella gente, perché gridava e correva? Era una situazione di pericolo o di normalità? Osservando meglio ci siamo accorte che si trattava di un nutrito gruppo di adolescenti che stava migrando verso uno dei megastore dall’altro lato della piazza, dal cui balcone si stava affacciando un artista musicale piuttosto famoso. Tutto ok, nessun pericolo in vista, la mia collega e io siamo tornate a goderci caffè e chiacchiere. Se, al contrario, ci fossimo accorte che la folla urlante si muoveva in modo concitato e scomposto, magari seguita o preceduta da forze dell’ordine o altro, la nostra reazione sarebbe stata nettamente differente e, magari, l’allerta iniziale si sarebbe trasformata in paura, costringendoci a reagire per metterci in salvo. La valutazione cognitiva dell’accaduto ci ha aiutato a comprendere la situazione e a modulare al meglio la nostra risposta emotiva sia a livello comportamentale (niente fughe) sia a livello motivazionale (non mi metto a correre urlando, perché non c’è pericolo).
Sviluppare l’intelligenza emotiva
Come ci siamo appena detti, saper riconoscere le emozioni non è sufficiente per riuscire a modularle in modo efficace, bisogna anche imparare a esprimerle correttamente nel mondo in cui siamo inseriti e, soprattutto, a riconoscere sia gli effetti che le nostre emozioni hanno sugli altri sia quelli che le emozioni degli altri hanno su di noi. In altre parole, per poter utilizzare al meglio le nostre emozioni, dobbiamo sviluppare quella che, negli anni Novanta, è stata descritta come “intelligenza emotiva”.3
Per capire meglio di cosa stiamo parlando torniamo, per un attimo, al gioco che descrivevo prima, quello in cui chiedo ai bambini di identificare le emozioni a partire da alcune carte che ne rappresentano l’espressione visiva. Oltre al primo step del gioco ne esistono altri due: uno prevede che, dopo aver riconosciuto visivamente la singola emozione, il bambino provi a riflettere su come la vive lui. «Che cos’è la rabbia per te?», «In quale parte del tuo corpo vive?», «Quali sono le situazioni che ti f...