LA STORIA DI MIO NONNO
Ricordo che mancava appena una manciata di giorni al mio diciottesimo compleanno. Sono a casa del mio amico Hiro, disteso sul pavimento, leggo, mi sento stanco. La notte era stata lunga, le sirene della contraerea avevano svegliato me e mia madre in continuazione. Avremmo potuto percorrere a occhi chiusi la strada fino ai rifugi cittadini, tante volte l’avevamo fatta, ma anche se gli avvistamenti di aerei nemici sono frequenti, su Hiroshima, la nostra città, non è ancora caduta una sola bomba.
Questa mattina abbiamo sentito il segnale di via libera, mia madre è andata al lavoro, io intendo godermi un raro giorno di vacanza dalla mobilitazione per lo sforzo bellico. Invece di costruire parti di aeroplani, ho un libro da leggere e un’intera giornata con il mio migliore amico.
Mentre volto la prima pagina del capitolo quattro Hiro mi porge una tazza di tè oolong.
«Ichiro, ci metterai una vita a leggerlo» scherza aggirandosi per la stanza e raccoglie i giocattoli che sua sorella Keiko ha sparpagliato prima che l’accompagnasse all’asilo, un tragitto che in un giorno normale facciamo insieme.
Il libro si intitola Il racconto di Genji.
Abbasso gli occhi sulle pagine e ricordo il momento in cui mio padre me lo ha dato, poco prima di partire per la guerra…
«Questo è il primo romanzo che sia mai stato scritto» mi disse, posando i quattro volumi in equilibrio sulle mie mani tese.
«È lunghissimo» dissi.
«Così avrai qualcosa con cui tenere occupata la mente mentre sarò via» osservò. «Promettimi che lo leggerai tutto. È una storia meravigliosa, piena di amore e rimorso. C’è tanto da imparare.»
«Prometto» risposi.
Mi ricordo che quando cominciai a sfogliarne le pagine un raro sorriso gli piegò la bocca e lui si chinò verso di me. Il profumo di sapone, di sciampo e tabacco mi ricordarono quanto tempo era passato dall’ultima volta che ci eravamo ritrovati così vicini.
«C’è magia nei libri» mi sussurrò all’orecchio.
Ma appena alzai gli occhi verso i suoi si allontanò.
«Se vuoi, lega insieme i dorsi dei volumi con il nastro adesivo» disse voltandosi a guardarmi da sopra la spalla. «Sarebbe un vero peccato se ti perdessi la fine.»
Feci come mi aveva detto e li portai sotto il braccio ovunque andassi, leggendo ogni volta che potevo, attento a carpire i sospiri carichi di magia di mio padre…
Hiro attraversa la stanza e appoggia il cesto del bucato sul pavimento; un figlio con il padre in guerra ha sempre tanto da fare. «Quante pagine ci sono in quel tuo libro?» chiede.
Arrivo velocemente in fondo e guardo il numero di pagina. «Millenovencenovantanove» rispondo.
Scuote la testa, costernato, lui non è un granché come lettore.
Volto una pagina. «Ciò che conta non è arrivare alla fine» dico. «Ma il viaggio.»
Bevo un sorso di tè, e rivolgo la mia attenzione alle parole. La prosa è bella come il cielo blu con il sole giallo splendente che si vede dalla finestra, ma continuo a distrarmi pensando a mia madre al lavoro e a mio padre in guerra, e a quando toccherà anche a me servire l’Imperatore e combattere per il mio Paese.
Con la coda dell’occhio vedo Hiro avvicinarsi alla finestra.
«C’è un bombardiere B-29» dice. «Ma uno solo.»
Le mie dita appoggiate sulla pagina trecentoquarantotto del libro sottolineano le ultime parole che leggerò nel ‘prima’, sento il rombo familiare di un aeroplano americano.
Hiro si volta verso di me. «C’è qualcosa…»
Le altre parole bruciano bianche.
Il risveglio non mi aiuta a capire se sono vivo o morto.
La luce non c’è più.
Il sole non c’è più.
I suoni non ci sono più.
Sono diventato sordo?
Perché faccio fatica a respirare? Perché l’aria mi brucia i polmoni?
I miei pensieri ronzano impazziti come calabroni imprigionati in un barattolo.
Sbatto gli occhi; qualcosa di grigio ondeggia davanti a me.
Macerie? Penso. Mattoni?
Tossisco.
Sdraiato sulla schiena, guardo verso l’alto, ma perfino il blu del cielo non c’è più, e anche il giallo del sole. È come se il mondo fosse stato spazzato via, lasciandosi dietro solo un vuoto grigio.
Il grigio è dappertutto. Spesso, solido, famelico.
Devi muoverti, mi dico. Devi uscire di qui e salvarti. Trovare Hiro.
Grido il suo nome nel buio, solo che la mia voce è debole.
Grido di nuovo, ma ottengo solo di mangiare polvere, tossisco e sputacchio finché mi piangono gli occhi.
Forza, penso. Devi muoverti. Devi!
Il mio corpo pesa come piombo. Provo a muovere le dita dei piedi e le gambe; riesco a sentirle, posso muoverle, anche se solo di poco.
Le mie braccia hanno più spazio, mi porto una mano ai capelli, e trasalisco. È come se avessi degli aghi infilati in testa.
Mi tocco la faccia con l’altra mano ma il dolore mi provoca la nausea. Quando apro e chiudo la bocca, la pelle delle guance tira.
«Hiro!» grido di nuovo, ma anche questa volta non ottengo risposta.
Non ci sono suoni.
Spingo via i detriti che mi ricoprono il petto e le gambe, lunghi frammenti di legno e grumi di cose che non riconosco, guardandomi mi viene un colpo perché a parte le mutande sono nudo!
Chi si è preso i miei vestiti? Penso. Dove sono finiti?
Mi alzo incerto in piedi e quando dal buio emergono delle sagome, la mia mente fatica ad aggiustarsi a quello che vedono gli occhi e non penso più ai miei vestiti o alla vergogna che provo.
Le pareti sono sul pavimento, il tetto è… mi guardo dietro le spalle. Non riesco a vedere dove sia finito il tetto… i vetri delle finestre non ci sono più…
La porta? Penso. Dov’è la porta? Il tavolo e le sedie? Dove sono? Dov’è finita ogni cosa? Dov’è Hiro?
Mentre lotto per non cadere, i miei piedi incontrano una superficie meno accidentata, e colgo un lampo di colore.
Il mio libro.
Lo tiro fuori e me lo stringo al petto come se fosse la vita stessa e potesse guidarmi fuori da questo incubo in cui sono finito.
Barcollando, e con le braccia spalancate, risalgo a fatica una montagnetta di detriti e rovine e abbraccio con lo sguardo quello che è diventata la mia città.
Ogni cosa è avvolta in una nuvola grigia e spessa di polvere e quando alzo gli occhi al cielo mi aspetto di vedere la luna, anche se non ho idea se sia notte o giorno. Nell’oscurità si distinguono delle forme, come fantasmi che emergono dalle tombe, solo che non si tratta di contorni di case o di persone venute a vede...