Un'autobiografia involontaria
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Un'autobiografia involontaria

Una vita tra le carte

  1. 576 pagine
  2. Italian
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  4. Disponibile su iOS e Android
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Un'autobiografia involontaria

Una vita tra le carte

Informazioni su questo libro

Nessuno è così onesto da raccontare tutto di sé, umiliazioni comprese: la pensava così George Orwell sulle autobiografie. Ma quello che queste carte disegnano è proprio il suo ritratto, un autoritratto, che per definizione mette a fuoco solo ciò che vogliamo mostrare di noi stessi. Così attraverso racconti, articoli, lettere e stralci di diario, lo scrittore simbolo per generazioni di tribù politiche e letterarie ha composto una seppur involontaria autobiografia. Sfogliandola scopriamo l'Orwell ragazzino, terrorizzato tra le mura di una severissima prep school, il giornalista coraggioso che dorme nelle capanne coi senzatetto londinesi per raccontare la raccolta del luppolo, il malato in sanatorio sull'isola di Jura che si interroga sul valore di ciò che ha scritto; ritroviamo i temi a lui più cari - la denuncia della brutalità imperialista, l'avversione per la sinistra intellettuale e vigliacca - e i luoghi che lo hanno segnato - la Catalogna, la Birmania, Marrakesh. E mentre conosciamo lo scrittore, siamo conquistati dall'uomo che ha vissuto senza risparmiarsi, la mente libera e lo sguardo rivolto al futuro, convinto che "a cinquant'anni ognuno ha la faccia che si merita".

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Informazioni

1

GIORNI FELICI

I

Poco dopo il mio arrivo a St. Cyprian (non subito, ma una settimana o due più tardi, quando ormai sembrava che mi stessi abituando all’andazzo della vita scolastica) cominciai a bagnare il letto. Avevo otto anni, così che si trattava di un ritorno a un’abitudine, da cui dovevo essermi liberato almeno quattro anni prima.
Oggi, credo, bagnare il letto in circostanze del genere è considerato naturale. È la normale reazione di bambini, che sono stati costretti a lasciare la loro casa e a vivere tra estranei. Ma in quei giorni era considerato un ripugnante delitto, che il bambino compiva di proposito, e che si poteva solo curare a suon di frustate. Personalmente non occorreva mi dicessero che era un grave peccato. Ogni sera pregavo, con un fervore che non avevo mai manifestato prima: «Ti prego, Dio, aiutami a non bagnare il letto. Ti prego, Dio, fa’ che non bagni il letto». Ma queste invocazioni erano completamente inutili. Alcune notti bagnavo il letto, altre no. Non c’era nessuna volontà da parte mia, non ne ero nemmeno conscio. Si poteva addirittura dire che io non facevo nulla. Si trattava semplicemente di questo: che certe mattine mi svegliavo e trovavo le lenzuola fradicie.
Dopo due o tre volte mi avvertirono che, se mi fossi mostrato recidivo, sarei stato sferzato, ma la minaccia non mi impressionò molto. Un pomeriggio, mentre si usciva dal refettorio dopo il tè, la signora W., la moglie del direttore, era seduta a capo di una delle tavole e chiacchierava con una signora di cui non sapevo nulla, tranne che era venuta quel pomeriggio a visitare la scuola. Era una donna d’aspetto mascolino, che intimidiva e portava un abito da amazzone, o qualcosa che io ritenni fosse un abito da amazzone. Stavo per uscire dalla sala, quando la signora W. mi richiamò, come per presentarmi all’ospite.
La signora W. era soprannominata Flip1 ed io la chiamerò Flip, perché, quando penso a lei, la penso sempre con quel nome. (Ufficialmente era chiamata “Mum”, probabilmente corruzione di Ma’am, che gli allievi delle scuole private usano per rivolgersi alla moglie del direttore.) Era una donna robusta e tozza con sode guance rossicce, testa appiattita alla sommità, arcate ciliari prominenti, occhi infossati e sospettosi. Sebbene di solito dimostrasse una falsa cordialità, usando espressioni maschili («coraggio, vecchio mio» e altre del genere) e chiamandoci anche per nome, i suoi occhi scrutavano tutti con uno sguardo inquieto e accusatore. Era difficile fissarla in volto senza sentirsi colpevoli, anche quando non lo si era affatto.
«Ecco un ragazzino» disse Flip, presentandomi alla signora estranea, «che bagna il letto ogni notte. Sai cosa ti farò, se lo bagni ancora una volta?» soggiunse, rivolgendosi a me: «Dirò alla sesta classe di suonartele di santa ragione».
L’ignota signora assunse un’aria di indicibile orrore ed esclamò: «E farete benissimo!». A questo punto fui vittima di uno di quegli strani e quasi incredibili equivoci, che sono parte della quotidiana esperienza dei bambini. La sesta classe era un gruppo di ragazzi più alti, che erano stati scelti perché possedevano “carattere” e avevano il diritto di picchiare i compagni più piccoli. Io non ne avevo ancora sentito parlare e la frase «la sesta classe» mi suonò come la signora Classe, che pensai fosse il nome dell’ignota signora.2 Era un nome assurdo, ma un bambino non sa giudicare su certi argomenti. Immaginai perciò che fosse lei la persona incaricata di picchiarmi. Non mi parve strano che questo compito venisse affidato ad un’occasionale visitatrice, che non era in alcun modo connessa con la scuola. Ritenni semplicemente che la signora Classe fosse una fanatica della disciplina, che provava un vero piacere a picchiare i colpevoli (in un certo senso l’aria che aveva sembrava convalidare i miei sospetti) ed io ebbi un’immediata e terrificante visione di questa signora, che arrivava per l’occasione vestita da amazzone e armata di frustino. Ancora oggi ricordo che fui quasi sul punto di svenire dalla vergogna, e mi rivedo qual ero, un piccino dal viso tondo, in calzoncini di velluto, immobile davanti alle due donne. Non riuscii a spiccicare una parola, ma sentivo che sarei morto se avessi dovuto essere picchiato dalla signora Classe. Ma il pensiero dominante non era né di paura né di risentimento, era semplicemente di profonda vergogna, perché un’altra persona, e per di più una donna, era stata informata della mia ripugnante colpa.
Qualche tempo dopo, non ricordo più bene come, venni a sapere che non sarebbe toccato alla signora Classe il compito di picchiarmi. Non ricordo se quella stessa notte bagnai di nuovo il letto, ad ogni modo lo bagnai molto presto. Oh, la disperazione, il senso di crudele ingiustizia, dopo tutte quelle preghiere e fermi propositi, risvegliarmi un’altra volta tra le lenzuola fradicie! Non vi era alcuna possibilità di celare il misfatto. La sinistra e statuaria governante Margaret arrivò nel dormitorio per ispezionare personalmente il mio letto, tirò giù le coperte, poi si alzò e dalla bocca lasciò cadere le temute parole, che rimbombarono come un tuono: «PRESENTATEVI al direttore dopo colazione!».
Ho scritto in maiuscolo PRESENTATEVI, perché fu così che la parola balenò alla mia immaginazione. Non ricordo più quante volte udii quella frase durante i miei primi anni a St. Cyprian. Era ben raro il caso che non significasse una buona frustata. Quelle parole mi risuonarono sempre nelle orecchie in modo terribile, come un funebre rullo di tamburo o la lettura di una condanna a morte.
Quando andai a presentarmi al direttore, Flip era occupata presso la lunga tavola lucida dell’anticamera. I suoi occhi irrequieti mi spiarono mentre le passavo davanti. Nello studio mi attendeva il direttore, soprannominato Sambo.3 Sambo era uno strano individuo dalle spalle ricurve e con un aspetto pigro e svogliato. Non grosso, ma con un’andatura cascante, aveva un viso paffuto, che faceva pensare a quello di un infante che fosse stato ingrandito e talvolta non era privo di un lampo di buon umore. Naturalmente sapeva perché m’ero dovuto presentare e aveva già estratto dall’armadio un frustino con il manico d’osso. Ma una parte della punizione consisteva nel fatto che il colpevole doveva dichiarare con le sue labbra la colpa commessa. Quando ebbi detto ciò che dovevo dire, mi fece un breve e pomposo discorsetto, poi mi afferrò per la collottola, mi piegò sul ginocchio e cominciò a picchiarmi con il frustino. Aveva l’abitudine di continuare il predicozzo mentre picchiava ed io ricordo le parole «Pic-co-lo spor-cac-cio-ne!» scandite sulle frustate che mi impartiva. I colpi non mi facevano male (forse, siccome ero alla prima offesa, non mi picchiava con violenza), così che uscii dallo studio tutto sollevato. Il fatto di non aver sofferto per le frustate era una specie di vittoria morale, che in parte attenuava l’onta di far pipì nel letto. Ma fui così incauto da presentarmi ai compagni con un sorriso sulle labbra. Alcuni ragazzini s’erano fermati davanti alla porta dell’anticamera.
«Sei stato picchiato?»
«Non mi ha fatto male» dichiarai fiero.
Flip udì le mie parole e sull’istante urlò: «Vieni qui! Vieni qui, subito! Che cosa hai detto?».
«Ho detto che non m’ha fatto male» balbettai.
«Come osi dire una cosa del genere? Credi che sia la cosa da dire? Va’ subito a PRESENTARTI DI NUOVO
Questa volta Sambo picchiò sul serio e così a lungo da stupirmi e spaventarmi – cinque buoni minuti, mi parve – tanto che alla fine il frustino si spezzò e il manico d’osso volò in un angolo.
«Guarda cosa m’hai fatto fare» urlò furioso, mostrandomi il frustino spezzato.
Mi accasciai su una sedia piagnucolando. Ricordo che questa fu l’unica volta durante la mia infanzia in cui una frustata mi fece piangere. Ma, strano a dirsi, non piangevo per il dolore. Neppure la seconda volta m’aveva fatto veramente male. La paura e la vergogna sembravano avermi anestetizzato. Piagnucolavo in parte perché avevo capito che era mio dovere comportarmi così, in parte per autentico pentimento, ma anche in parte per un più profondo dolore, che è tipico dei bambini e che non è facile definire: un senso di desolata solitudine e di impotenza nel trovarmi imprigionato in un mondo non solo ostile, ma costituito da azioni che erano buone o malvagie in base a norme che mi era assolutamente impossibile osservare.
Sapevo che bagnare il letto era:
a. una colpa;
b. al di là del mio controllo.
Del secondo fatto ero personalmente conscio, il primo non mi sognavo di metterlo in discussione. Era dunque possibile commettere un peccato senza avvedersene, senza volerlo, senza essere in grado di evitarlo. Il peccato non era necessariamente qualcosa che si commetteva; poteva essere qualcosa che capitava. Non voglio affermare che quest’idea mi balenasse in mente come un’assoluta novità, nel preciso momento in cui Sambo cominciò a picchiarmi. Dovevo già averne avuto una vaga intuizione quando vivevo ancora a casa, perché la mia prima infanzia non era stata particolarmente felice. Ma, ad ogni modo, questa fu la grande e importante lezione che imparai da bambino: che avrei dovuto vivere in un mondo, dove mi era impossibile comportarmi bene. E quella doppia frustata segnò una svolta, perché mi fece capire tutta la crudeltà del luogo dove ero stato sbattuto. La vita era più terribile ed io più malvagio di quanto avessi immaginato. Ad ogni modo, mentre piagnucolavo seduto sulla sedia davanti a Sambo, senza neppure avere la presenza di spirito di alzarmi in piedi per ricevere la sua ramanzina, intuii d’essere malvagio, sciocco e debole, con una certezza che non avevo mai conosciuto prima d’allora.
In generale le memorie di un periodo della nostra vita debbono necessariamente sbiadire, a mano a mano che ce ne allontaniamo. Si imparano sempre nuove cose e le vecchie devono per forza venire espulse, per far posto alle nuove. Quando avevo venti anni, avrei potuto scrivere la storia dei miei giorni di scuola con una precisione che oggi non posseggo più. Ma può anche darsi che le memorie si staglino meglio dopo un lungo lasso di tempo, perché si considera il passato con occhi nuovi e si riesce ad isolare e per così dire scoprire fatti, che prima restavano confusi tra la massa dei ricordi. Ecco due idee che in un certo senso ricordavo, ma che solo recentemente mi hanno colpito per la loro stranezza e la loro importanza. Una è che la seconda frustata mi parve una punizione giusta e ragionevole. Venir frustato una volta e poi una seconda in modo molto più violento, perché si è stati così sciocchi da dichiarare che la prima frustata non ha fatto male, questo mi pareva assai naturale. Gli dei sono gelosi e un colpo di fortuna dovrebbe venir tenuto nascosto. La seconda è che accettai di considerare come mia colpa la rottura del frustino. Posso ancora ricordare la mia reazione nel contemplare il manico sul tappeto, il senso d’essermi comportato in modo goffo e maleducato, d’aver rovinato un oggetto costoso. Ero stato io a spezzarlo: così affermava Sambo ed io gli credevo. Questa accettazione di colpa rimase per venti o trent’anni sepolta nella mia memoria prima che riuscisse a venire in luce.
E tanto basti per l’episodio del letto bagnato. Ma c’è ancora una cosa da osservare. Che da allora in poi non bagnai più il letto, o meglio: lo bagnai ancora una volta, venni debitamente frustato, dopo di che il disturbo cessò. Così che forse questo barbaro rimedio si rivelò efficace, sebbene mi costasse caro.

II

St. Cyprian era una scuola costosa e snob, che stava diventando anche più snob e, immagino, più costosa. La public school con cui intratteneva rapporti speciali era Harrow, ma al mio tempo una percentuale sempre maggiore di ragazzi andava a Eton. Gli studenti provenivano, in genere, da famiglie ricche, ma quasi mai titolate, il tipo di gente che vive a Bournemouth o a Richmond, in grossi villoni circondati da boschetti, e ostenta maggiordomi e automobili, ma non possiede dimore avite in campagna. Tra gli studenti ve ne erano anche di origine esotica, alcuni sudamericani, figli di baroni argentini del manzo, un russo o due e persino un principe siamese, o almeno un ragazzo che si diceva fosse un principe.
Sambo era spronato da due grandi ambizioni. Una era di attrarre alla scuola allievi di famiglie nobili, l’altra di tirar su scolari in grado di vincere borse di studio nelle public school e in modo speciale a Eton. Negli ultimi anni che io fui in quella scuola riuscì ad avere due ragazzi, che appartenevano all’autentica nobiltà inglese. Uno, ricordo, era un miserabile mollusco, una specie di albino, che volgeva in giro i suoi deboli occhi e sfoggiava un lungo naso, in fondo al quale pendeva sempre una tremula goccia di rugiada. Sambo, quando menzionava questi due a una terza persona, non mancava di elencare i titoli che competevano loro e, nei primissimi giorni, giunse al punto di chiamarli Lord Tal dei Tali. Superfluo osservare che non si stancava di attirare su di loro l’attenzione di chiunque visitasse la scuola. Una volta, ricordo, al piccolo mollusco biondo si formò un nodo in gola mentre mangiava e dalla punta del naso cadde nel piatto del moccio. Fu uno spettacolo ripugnante. Qualsiasi ragazzo di minor prestigio sarebbe stato definito uno schifoso animale e costretto a uscire immediatamente. Ma con lui Sambo e Flip si limitarono a sorridere, quasi sottintendendo che i ragazzi sono ragazzi e che non bisogna prendere troppo sul serio le loro scappatelle.
Tutti i ragazzi molto ricchi erano, più o meno apertamente, favoriti. La scuola serbava un vago ricordo dell’accademia privata vittoriana, con un certo numero di allievi a pensione presso la famiglia del direttore e quando, più tardi, lessi una descrizione di una scuola di quel tipo in Thackeray, fui immediatamente colpito dalle rassomiglianze. I ragazzi ricchi, a metà mattina, avevano latte e biscotti e, una volta o due la settimana, prendevano lezione di equitazione. Nei loro confronti Flip sfoggiava le sue qualità materne, e li chiamava col loro nome di battesimo. Inoltre non venivano mai frustati. A prescindere dai sudamericani, i cui genitori vivevano a una distanza che li rendeva innocui, credo che Sambo non abbia mai frustato nessun ragazzo, il cui padre avesse entrate molto superiori a 2000 sterline l’anno. Ma talvolta era pronto a sacrificare il profitto finanziario al prestigio scolastico e, di tanto in tanto, riduceva notevolmente la retta per ragazzi che dessero affidamento di riuscire a vincere una borsa di studio e ad accrescere così il lustro della scuola. Fu appunto in base a trattative del genere che io potei entrare in St. Cyprian. Altrimenti i miei genitori non sarebbero stati in grado di mandarmi a una scuola così costosa.
A tutta prima non mi resi conto che io ero uno studente a retta ridotta e fu solo quando mi avvicinai agli undici anni che Flip e Sambo cominciarono a rinfacciarmelo. Per i primi due o tre anni fui sottoposto all’ordinario tirocinio. Poi, non appena ebbi cominciato il greco (il latino si cominciava a otto anni, il greco a dieci), venni trasferito nella classe delle borse di studio che, almeno per quanto riguarda i classici, era sotto la diretta supervisione di Sambo. Per un periodo di due o tre anni i ragazzi che dovevano concorrere alle borse di studio venivano rimpinzati di scienza con lo stesso indifferente cinismo con cui si rimpinza un’oca per il pranzo di Natale. E quale scienza! L’idea di far dipendere la carriera di un ragazzo specialmente dotato da un esame competitivo, che si deve superare a dodici o tredici anni, è, nel migliore dei casi, un male. Ma sembra che ci siano delle scuole preparatorie che mandano studenti a Eton, Winchester ecc., senza abituarli a considerare tutto in vista dei voti che ottengono. A St. Cyprian non pensavano ad altro se non ad insegnarci a compiere una qualche truffa all’americana. Voglio dire, il nostro compito era di imparare esclusivamente quelle cose che avrebbero dato a un esaminatore l’impressione che ne sapevamo assai più di quanto in realtà ne sapessimo e di evitare, per quanto possibile, di ingombrarci la mente con qualsiasi altra nozione. Materie che non erano importanti per la borsa, come per esempio la geografia, erano quasi completamente trascurate. Anche la matematica passava in sottordine per quelli che si dedicavano allo studio dei classici. Nessuno accennava mai alle scienze, che erano infatti così disprezzate da far severamente reprimere anche un leggero interesse per la storia naturale. I libri, che ci consigliavano di leggere nel tempo libero, erano scelti pensando alla composizione in inglese. Ciò che contava erano le due materie fondamentali dell’esame: il latino e il greco. Ma anche queste venivano deliberatamente insegnate per farci fare bella figura, non per farcele imparare. Per esempio, non si leggeva mai un’opera intera di un autore greco o latino. Ci limitavamo a leggere brevi passi, che venivano scelti perché erano il tipo di brani che, con molta probabilità, ci sarebbero stati proposti per la traduzione a prima vista. Durante l’ultimo anno la maggior parte del nostro tempo fu impiegata nello studio dei temi assegnati gli anni precedenti da tutte le più importanti public school. Sambo ne possedeva una collezione completa. Ma il maggior oltraggio alla cultura era rappresentato dall’insegnamento della storia.
Esisteva in quei giorni una solenne sciocchezza chiamata il Premio di storia Harrow, una competizione annuale cui partecipavano molte scuole preparatorie. Per St. Cyprian era tradizione vincerlo ogni anno, cosa che non deve stupire, perché noi cercavamo di studiare tutti i temi, che erano stati proposti da quando quella competizione era cominciata, e la quantità di possibili domande non è inesauribile. L’esame si basava su quelle stupide domande cui si risponde con un nome o una citazione. Chi saccheggiò i Begam? Chi venne decapitato sopra una barca? Chi sorprese i Whigs mentre facevano il bagno e fuggì via con i loro vestiti? Quasi tutto il nostro insegnamento storico era a questo livello. La storia era una serie di fatti slegati, incomprensibili ma, in qualche modo che non ci veniva mai chiarito, importanti e connessi con frasi roboanti. Disraeli aveva conseguito la pace con onore, Clive era rimasto stupito della sua moderazione, Pitt era ricorso al Nuovo Mondo per ristabilire l’equilibrio del Vecchio. E le date, i trucchi mnemonici! (Sapevate, per esempio, che le lettere iniziali di A black negress was my aunt: there’s her house behind the barn, una negra nera era mia zia: ecco la casa sua dietro il fienile, erano anche le iniziali delle battaglie nelle Guerre delle Due Rose?) Flip, che insegnava nelle classi superiori di storia, si deliziava tutta di questo tipo di cose. Ricordo autentiche orge di date, con i ragazzi più diligenti che non stavano fermi nei banchi per l’ansia di gridare la risposta giusta, mentre, al tempo stesso, non avvertivano il minimo interesse per i misteriosi eventi che elencavano.
«1587?»
«Notte di S. Bartolomeo.»
«1707?»
«Morte di Aurangzeb.»
«1713?»
«Trattato di Utrecht.»
«1773?»
«Affondamento dei carichi di tè a Boston.»
«1520?»
«Io, signora, per piacere, signora…»
«Per, piacere, signora, per piacere, lasciatelo dire a me…»
«Ebbene, 1520?»
«L’incontro tra Enrico VIII e Francesco I.»
E così via.
Ma la storia e le materie secondarie non erano poi così male. Il vero tormento erano le lingue classiche. Quando ci ripenso, m’accorgo d’avere in quegli anni lavorato più di quanto mai abbia fatto in vita mia e anche in quei giorni mi sembrava quasi impossibile compiere gli sforzi che venivano richiesti. Ci sedevamo tutti attorno a un lungo tavolo lucido d’un legno duro e d’un colore sbiadito, mentre Sambo ci pungolava, esortava, qualche volta scherzando, talvolta addirittura lodando, ma sempre incalzandoci per fare in modo che la mente di tutti rimanesse concentrata su di un solo argomento, così come si può mantenere sveglia una persona mezzo addormentata piantandogli spilli nella carne.
«Attento, poltrone! Forza, citrullo! Si vede che sei pigro dai piedi alla punta dei capelli! Mangi troppo, ecco il perché. Ti sbafi dei pasti enormi e, quando vieni qui, sei mezzo addormentato. Forza, ti dico, sgobba! Ma tu non usi il cervello. Si vede che il tuo cervello non suda!»
E picchiava sulla testa dell’uno e dell’altro con la sua matita d’argento che, nel mio ricordo, se...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Prefazione
  4. Avvertenza
  5. 1. Giorni felici
  6. 2. Rimorsi birmani
  7. 3. Avventure tra i poveri
  8. 4. Spagna
  9. 5. Vacanze inquiete
  10. 6. Ricognizioni
  11. 7. Il leone e l’unicorno
  12. 8. La guerra vinta e la pace perduta
  13. 9. Caratteri inglesi
  14. 10. Ultimi fogli
  15. Note
  16. Cronologia della vita e delle opere
  17. Copyright