Le amazzoni
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Le amazzoni

  1. 400 pagine
  2. Italian
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  4. Disponibile su iOS e Android
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Le amazzoni

Informazioni su questo libro

È una notte di luna piena quando, nella Libia dominata dagli italiani, Sara e Angela, nove e sette anni, vedono una donna a cavallo. Con un incedere libero e fiero, sembra prendere la rincorsa verso il cielo, senza voltarsi. Di lì a poco sono costrette a partire con la sorella minore Margherita, ma l'immagine dell'amazzone non la dimenticheranno più. È il 1940 e le attende il campo estivo del regime, tre mesi in Italia insieme a bambini come loro: tredicimila figli di coloni libici, lì per imparare la disciplina e i doveri di ogni buon fascista. Ma appena un giorno dopo il loro sbarco, Mussolini pronuncia la dichiarazione di guerra e la vacanza in Toscana di un'estate si trasforma in una prigionia infinita.
Le tre sorelle crescono indossando una divisa, la testa rasata, piccole operaie della dittatura in balia di regole feroci, della propaganda e di un mondo senza più genitori. Quando la voglia di tornare a casa si fa insostenibile e i tentativi di fuga falliscono, quando l'incontro con donne magnifiche, ribelli, non basta a salvarle, nei loro cuori rimane il ricordo della guerriera a cavallo nel deserto.
Manuela Piemonte ci consegna un romanzo che pulsa e ammalia, fatto di vite spezzate, crescite fulminee e bambine che sono, a modo loro, delle amazzoni. E con una prospettiva inedita riporta alla luce un pezzo di Storia dimenticato. Per ricordarsi sempre di chi, prima di noi, ha lottato per una vita diversa.

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Informazioni

Editore
RIZZOLI
Anno
2021
Print ISBN
9788817154772
eBook ISBN
9788831803335

GUERRA, 1940-1941

1

LA STAMPA
martedì 24 dicembre 1940, anno XVIII
SITUAZIONE IMMUTATA SUL FRONTE CIRENAICO
Il nemico ha bombardato alcuni centri della Libia.
Azione in massa su Manchester
La tessera del Partito alla Principessa di Piemonte
Napoli, 23 dicembre. L’A.R. la Principessa di Piemonte aveva espresso il desiderio di essere iscritta al Partito e il Federale di Napoli, accompagnato dalla fiduciaria dei Fasci Femminili e dalle sue collaboratrici, è stata oggi ricevuta alla Reggia dell’augusta Dama, alla quale ha consegnato la tessera per l’anno XIX con anzianità 2 ottobre 1935. La fiduciaria provinciale dei Fasci Femminili ha recato all’augusta Principessa il devoto omaggio delle donne fasciste.
Un ostinato vento serpentino, capace d’infilarsi tra le maglie di lana dei golfini della GIL, soffiava contro i corpi di organizzate in riga per l’ammainabandiera. Intorno, le nuvole rivestivano il cielo a perdita d’occhio, disposte in righe definite su ordine di vigilatrici celesti. Il mare si agitava mosso dalle burrasche di dicembre, onde lunghissime a spazzare la riva e intaccare le travi dei gazebo sotto cui, pochi mesi prima, si erano riparate dall’afa.
Già dall’Immacolata non si poteva più raggiungere la spiaggia dal cancello, chiuso con una nuova, robusta catena. Il mondo ridotto alla torre, al giardino, alla pineta, le giornate un susseguirsi di doveri. Anche alla vigilia di Natale.
Il caso e l’alternanza delle turnazioni avevano riunito in cucina le tre sorelle. Fuori dagli ampi finestroni la luce del pomeriggio si restringeva nel crepuscolo fino all’oscurità. Angela, Sara e Margherita scrutarono le pietanze in caldo, preparate con gli ingredienti giunti in dono dai quartieri vicini, per confortare le organizzate in preda alla nostalgia natalizia. Sulla spalla destra Angela sentiva il calore della testa di Margherita, che appoggiata a lei lamentava di non avere più voglia di fare le pulizie, pregandola al tempo stesso di non dire a nessuno che era stanca. Sara a distanza, trincerata nell’uniforme impeccabile, un nastro bianco chiuso a fiocco sulla testa di nuovo rasata, l’immagine della caposquadra modello, della sorella ormai sconosciuta, finché il suo viso cambiò espressione. Srotolò un tovagliolo di stoffa sdrucito, da cui si sprigionò un’esplosione di vaniglia e apparvero lunghi biscotti dalla frolla giallo canarino: «Due a testa. Abbiamo al massimo cinque minuti, presto!».
«Non è consentito mangiare fuori pasto» disse Angela senza guardarla negli occhi.
Margherita aveva già la mano tesa verso Sara ma ci ripensò: «Ha ragione, bisogna rispettare il regolamento!».
«Se non vi vanno, me li mangio tutti io.»
Il primo biscotto ormai secco di giorni chiedeva impegno e fatica per addentarlo. Angela si era già messa all’opera, passando lo straccio sul ripiano in ceramica dei fuochi, grattando una macchia con lo spazzolino, e in sottofondo la frolla scrocchiante tra i denti di Sara. Margherita era ferma con il braccio a mezz’aria verso il tovagliolo aperto, con l’acquolina in bocca.
«Proprio buoni» disse Sara avvicinando il tovagliolo ad Angela, che raschiando le incrostazioni secche di farina sul banco di lavoro disse: «Non stai dando il buon esempio».
«È Natale per tutte, anche per le caposquadra.»
Il tramestio in corridoio le avvertì che era meglio sbrigarsi. Sara ricacciò il tovagliolo in tasca masticando in fretta l’ultima metà di biscotto, prese la spugna e la bacinella dell’acqua della pasta per risciacquare i bicchieri a uno a uno. Angela li passava sotto il rubinetto, Margherita – sbuffando delusa per il biscotto che alla fine non aveva mangiato – li asciugava e li adagiava sui ripiani dello scaffale. Al terzo bicchiere che si passavano di mano in mano, dalla porta sbucò la Sottile.
«Volete metterci tutta la sera a lavare quattro cose?»
«No, signorina, cerchiamo di fare il prima possibile» disse Sara.
«Almeno non vi ho sentite chiacchierare. Di solito con le sorelle… Ma voi si sa che siete strane. Là tra i selvaggi, mentre vostro padre era nei campi, vostra madre chi lo sa con chi andava…»
A capo chino, la lasciarono parlare. Alla parola “selvaggi” Angela corse con la mente al ritratto brutto e cattivo dell’amazzone e Sara faticò a trattenersi. Le ragazze grandi avevano spiegato, a lei e alle altre di nove anni, come si facevano i bambini e come venivano fuori dalle pance delle mamme. Stringendo le dita forte, come per spaccare il manico della bacinella, si contenne. Questo vide Angela e per pochi istanti sperò che Sara scoppiasse, che non ci fosse più l’obbligo di fare finta che andava tutto bene, mentre dall’arresto di Marì niente era più come prima.
La vigilatrice passò in rassegna i loro gesti, abbassò la mano di Sara sulle piastrelle, raddrizzò i piedi di Angela affinché non calpestassero il pavimento bagnato, intimò a Margherita di sbrigarsi ad asciugare, altrimenti la catena rallentava. Poi guardò l’orologio da polso e sentenziò: venti minuti per finire tutto o avrebbero saltato l’apertura dei regali. Infine uscì per andare chissà dove, a dare ordini ad altre organizzate.
Il rimprovero aveva sortito l’effetto e nessuna delle sorelle sentì il desiderio di rimettersi a parlare. Continuarono ad asciugare e nel silenzio Sara cercava una nuova domanda, una frase, che le riportasse le sorelle di prima.
Fu allora che una delle tazze sfuggì di mano a Margherita, cadde a terra rotolando sul pavimento, fino ai piedi di Angela, che riuscì a piegarsi e afferrarla. Quando si voltò, la sorella minore aveva ripreso a disporre le tazze in lunghe file precise, ordinate, metodiche. Si dava lo slancio sulle punte, attenta a non appoggiarsi allo scaffale, perché era pericoloso far tremare i ripiani colmi di piatti e posate. Sara aveva gli occhi lucidi e si asciugava le guance con la manica del maglione, come per nascondersi.
«Se la mamma sapesse che hai imparato a pulire, sarebbe contenta» disse Angela.
«Lo sa, gliel’abbiamo scritto» disse Margherita, «abbiamo messo tutto nella lettera.»
«Le lettere…» provò a dire Angela, e le restò in gola il resto della spiegazione, il racconto del mattino in cui all’alba aveva visto le vigilatrici caricare enormi sacchi sulla carriola, per portarli in riva al mare, svuotarli in una buca e bruciare le buste. La mano di Sara le tappò la bocca, lo sguardo la fulminò: «Le nostre lettere vanno a casa ma sono lente più delle lumache» disse la sorella maggiore. «La mamma non ha risposto perché con la guerra la posta non funziona bene, ci vogliono mesi prima che una busta arrivi in Libia, i postini devono stare attenti: ci sono le bombe anche nel mare.»
«Per questo non ci risponde? Non si è dimenticata di noi? Magari si è dimenticata» disse Margherita scendendo dalla sedia. Avrebbe voluto dire altro, avrebbe voluto raccontare come si era spaventata vedendo che portavano via Marì, e che da allora se la sognava ogni notte, incubi che finivano sempre nello stesso modo: la pipì nel letto e la vigilatrice, al mattino, a sgridarla davanti a tutte, costringendola a lavare il lenzuolo anziché scendere a colazione. Così per la paura dei rimproveri non dormiva più, si alzava ogni ora, andava in bagno ma doveva stare attenta alle ronde, non la dovevano vedere, le signorine, altrimenti in ogni caso l’avrebbero sgridata, e in quei momenti si domandava perché la mamma le avesse lasciate partire. Avrebbe voluto dirlo ma non sapeva come e sarebbero passati mesi prima che Angela lo scoprisse. Angela che riuscì soltanto a guardare Sara: «La mamma non si è dimenticata. Vero?».
«Non lo so. Tanto a me non mi voleva neanche prima» rispose con un bisbiglio la sorella maggiore, e spinse lo spazzolone sulle mattonelle del pavimento striate di acqua e suole di zoccoli.
Il silenzio condiviso le unì mentre ripetevano ogni gesto in cerca della lucida perfezione, finché la porta si spalancò e sulla soglia apparve una donna prosperosa, che sopra la divisa indossava un golfino di lana azzurro e aderente. Tutto in lei sapeva di abbondanza e sole, e quando attaccò a parlare con un forte accento romagnolo, la voce una cantilena allegra, il fiocco del nastro tra i capelli sembrò quello di un pacco regalo.
«Buonasera» disse e le studiò per bene, prima di scoppiare a ridere. Brandiva un foglio a protocollo fitto di una calligrafia ordinata e glielo sventagliò sotto il naso. «Che sono ’ste facce? Non ve l’hanno detto che arrivava una nuova vigilatrice? Giusto in tempo per Natale, così ci mangiamo le frittelle insieme. Ve le danno le frittelle, vero? A me piacciono un sacco.»
La fissavano con le braccia ferme a mezz’aria, le bocche socchiuse, incerte se nella domanda ci fosse un tranello.
«Va là, ma siete mute? Allora, qui ci sono i turni della prossima settimana, se avete finito, sarebbe ora di festeggiare.»
Invece non smettevano. Ancora niente brillava a sufficienza. La romagnola appese il foglio storto, con le puntine di metallo sul muro, e un secondo foglio, su una bacheca all’altro lato delle cucine, e si voltò.
«Allora?»
«C’è tanto da fare» disse Angela, con la voce incrinata che dal giorno dell’arresto di Marì non l’abbandonava mai. Una risposta a occhi bassi, gli stessi per cui Sara la prendeva in giro dicendo che le era venuto il muso lungo e lo sguardo bastonato da levriero dei signori ricchi di Tripoli.
«Ah, finalmente una che parla! E come ti chiami tu?»
«Angela.»
Al suo fianco la sorella maggiore aprì la bocca a canzonarla, in un abbaio silenzioso, e anziché offendersi lei avrebbe avuto voglia di scoppiare a ridere, ma si trattenne.
«Bene, Angelina… Ma voi tre vi somigliate. Siete sorelle?»
Insieme annuirono, il guizzo di una mano per avvicinarsi subito bloccato dal ricordo delle volte in cui l’ordine era stato di mantenere un contegno, di non dare sfoggio del legame familiare che avrebbe messo in difficoltà le altre.
«Vi hanno fatto pulire tutto da sole?»
Angela annuì ancora, in maniera quasi impercettibile. Notò che la signorina all’anulare destro portava un anello dorato. Ormai nessuna femmina li indossava più, già da cinque anni le donne dell’Impero avevano donato l’oro alla Patria. Invece Sara aveva raccontato che la mamma, nella giornata della fede, il 18 dicembre, si era rifiutata di dare il suo, e mentre tutte le signore sacrificavano la vera nuziale, la mamma l’aveva nascosta in un tocco di mollica insieme a quella del marito, raccontando che loro erano così poveri da non aver mai posseduto l’oro. Ma quando avevano avuto bisogno di denaro, nel primo anno nel nuovo villaggio, in attesa che i poderi dessero i frutti, la mamma aveva spaccato la mollica rafferma, ormai una pietra, raccontandole la storia. Quel racconto però Angela aveva cercato di dimenticarlo e comunque, anche senza la fossetta, lei non poteva crederci, perché la loro mamma era una brava fascista, anche se si lamentava di tanto in tanto. La signorina non si accorse che lei rimirava l’anello.
«Certo questo posto qui è grande. Di lavoro ce n’è. Mai come a Rimini: lì hanno una colonia da duemila posti, eh, che è grossa quanto il culo della direttrice. Non glielo dite che ho detto così, vero? Però ce l’ha grande come un elefante. Basta, andate ad aprire i regali.»
Ribollendo di risolini allegri Margherita slegò il grembiule, ripose lo straccio umido sul bordo sporgente della credenza, fece un mezzo cenno di saluto e disse che doveva passare dal bagno. Sara la seguì senza fiatare, il grembiule ancora indosso, e tornò subito indietro scusandosi per aver dimenticato di riporlo sull’appendiabiti. Quando uscì dalla cucina, ad Angela non sfuggì che aveva già una mano in tasca, dal lato dei biscotti. Lei avrebbe voluto seguirla ma tutto nella nuova vigilatrice catturava la sua attenzione: le spalle dritte, il corpo florido, la voce morbida. Doveva stare ancora lì, per poco, a guardarla.
«Tu sei la più grande?»
«No, la più grande è Sara. Ha nove anni. Anzi quasi dieci. Marghe tra poco sei. Io quasi otto… cioè, sette e mezzo.»
«Come le mie nipoti. Cinque femmine e tre maschi. Il più grande si è già arruolato ed è in Libia. Speriamo che torni.»
Anziché riporre lo spazzolone nello sgabuzzino e voltarsi, Angela si avvicinò alla romagnola e le sorrise, e il sorriso le valse una carezza su una guancia, rapida, come un buffetto, che si interruppe appena alle loro spalle la porta si aprì ancora: la Sottile si avvicinava, o...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Le amazzoni
  4. PRIMA, 1940
  5. TORRE, 1940
  6. GUERRA, 1940
  7. GUERRA, 1940-1941
  8. GUERRA, 1941-1942
  9. FAME, 1943
  10. OLTRE LA TORRE, 1943-1947
  11. Nota dell’autrice e ringraziamenti
  12. Copyright