«Ti ho messo duecento euro nella Postepay, ok?» gli dice suo padre, sporgendosi sulla porta della camera. Una giacca elegante blu elettrico gli pende da un braccio, il nodo della cravatta a righe è allentato.
Sdraiato sul letto, col sottofondo della televisione sintonizzata su un canale che trasmette tormentoni reggaeton, Filippo non solleva nemmeno lo sguardo dall’iPhone. Le foto del profilo della tipa che ha appena iniziato a seguire sono molto più interessanti delle raccomandazioni del suo vecchio, a cui risponde: «Va bene». Un sussurro appena percettibile.
«E vai a scuola, che tanto poi chiamo e verifico.»
«Eja, tranquillo» dice Filippo sempre senza degnarlo di un’occhiata.
«La retta di quel posto mi è costata una costola.» Il padre si riferisce all’istituto privato per il recupero degli anni scolastici a cui l’ha iscritto nella speranza che almeno così, con il potere dei soldi e delle conoscenze, suo figlio riesca a prendere uno straccio di diploma per trovarsi un lavoro, in futuro.
«Ci vado, ci vado.»
«Uhm…»
«Davvero.»
«Che sia. E dai da mangiare al gatto.»
Silenzio. Che quella palla di pelo castrata, Filippo, la farebbe volare dal balcone. Sette vite o meno, dubita che Zorro possa sopravvivere a un tuffo in avvitamento dall’attico al tredicesimo piano della torre in cui abitano.
«E non far venire nessuno, capito?»
Filippo alza lo sguardo, ma è solo per un attimo. Il vecchio, che viaggia quasi ogni settimana per lavoro e conosce meglio i bagni degli hotel a cinque stelle di mezza Italia del cesso di casa, lo sta fissando. «Ma secondo te… vai tranquillo» lo rassicura. Poi riprende a scorrere le foto di Silvietta Miss Cagliari Teenager tentando di rimandare il momento in cui deglutire, segnale palese di nervosismo.
«Hai detto così anche l’altra volta» insiste suo padre. «E invece…»
E invece Filippo, due mesi prima, in piena estate, ha dato un festino nella loro casa al mare, a Pinus Village, e la cinquantina di persone invitate, tutti i suoi amici più turbolenti e una valanga di ragazzine identiche alla miss di cui sta sfogliando le foto del profilo, ci hanno cravato un casino della madonna, devastando il giardino e la piscina, e utilizzando a turno le camere da letto come scopatoi.
«… mi hai combinato un disastro.»
«Eja, ho sbagliato, lo so. Non succederà più. Poi è ricominciata la scuola e sono tutti impegnati.»
«Dovresti esserlo anche tu.»
«Comincio domani.»
«Eh, mì di non arrivare in ritardo, che…»
«Mabbà, tranquillo.»
«… il preside è un mio amico d’infanzia e non voglio fare figure di…»
«Ok.»
Per qualche secondo cala un silenzio pesante. In realtà, anche quando Emilio Casula è in casa, e si trovano nella stessa stanza con Filippo, i due possono non rivolgersi la parola anche per una giornata intera. Uno al pc, da dove gestisce l’andamento e la contabilità dell’azienda, l’altro attaccato al cellulare, a smanettare su Facebook, Instagram e Telegram, a piacizzare i reels e i TikTok tutti uguali di coetanee tutte uguali in costumini tutti uguali, mai una volta che prenda un libro e decida di ammazzare la noia facendosi una cultura, no, per lui ci sono solo la Play coi giochi di guerra e l’iPhone con le piccole miss mezze nude.
«Be’, allora scappo, o perdo il volo.»
«Dov’è che vai?» chiede Filippo. Non gli frega niente, non li saprebbe indicare nemmeno su una cartina, i posti in cui suo padre va per affari, ma crede che domande come quella siano utili per tranquillizzare il vecchio e fugarne i dubbi sui suoi piani per quella settimana in cui dovrà arrangiarsi in casa da solo.
«Biella. In Piemonte» risponde Emilio. «Perché?»
«Figo.»
L’altro corruga la fronte. «Volevi venire con me?»
Filippo pensa ai suoi piani e si sforza di non sorridere, perché il padre non è mica accallonato e lui si fotterebbe da solo. Mette da parte il cellulare, si tira su, poggiando la schiena alla testiera del letto, e allarga le braccia, sconsolato. «Domani inizio la nuova scuola, ricordi?»
Emilio, che no, non è rincoglionito, ma solo di fretta, anche perché a Biella oltre alla chiusura di un ottimo affare lo attende una trentottenne divorziata da poco che ha conosciuto in una chat per single, si dà un colpetto sulla fronte e sorride. «Sì, giusto, bravo, la scuola.» Fa un passo indietro e adesso è già proiettato verso la firma del contratto coi clienti di Biella e le cosce della trentottenne che da una settimana gli invia delle foto con solo l’intimo addosso.
«Buon viaggio, pà» lo saluta Filippo, alzando la destra.
«Grazie. E mi raccomando con…» Emilio fa il gesto di guidare.
La macchinetta.
«La userò solo per andare a scuola.»
«Ecco, sì, bravo.» Guarda l’orologio. «Minchia» si lascia scappare, sgranando gli occhi. «È tardissimo.»
«Vai, vai.»
E va via, Emilio, lasciando Filippo con il cellulare, la musica latina in sottofondo e un sorrisetto che adesso può liberarsi sulla sua faccia da schiaffi.
«Via libera» dice in una nota vocale, un quarto d’ora più tardi. Dal balcone della sua camera, che affaccia su una strada retrostante il complesso multifunzionale di cui fa parte il palazzo, osserva le macchine posteggiate vicino al muro di cinta che divide il rettilineo dei binari dalle vecchie villette del dopolavoro ferroviario. Da quando vivono lì, alle Torri di Santa Gilla, si è sempre chiesto perché abbiano deciso di costruirli proprio laggiù, quei quattro palazzi moderni che svettano verso il cielo, davanti ai malridotti villini popolari degli anni Cinquanta, con le facciate scrostate e i piccoli cortili invasi da erbacce e ferrame. Se lo sta chiedendo anche ora, quando un treno con i portelloni tappezzati di graffiti sfreccia davanti alle abitazioni a schiera e s’infila sotto il cavalcavia che immette nella circonvallazione esterna al complesso e al quartiere. Il rumore delle ruote sui binari è così forte da coprire persino i pensieri. Ma dura pochissimo, e il silenzio irreale che si è lasciato dietro è interrotto da uno stridere di gomme, quelle di una 500 con gli alettoni truccati e i finestrini oscurati che sbuca dalla curva in fondo sulla destra e si parcheggia davanti a dei cassonetti che traboccano di aliga puzzolente.
Dall’auto scendono in tre: William, Ayoub e Ninni.
«Ehi, succhiacazzi!» grida quest’ultimo, con le mani a megafono intorno alla bocca, in direzione di Filippo.
«Stiamo arrivando, ciucciapalle!» gli fa eco il marocchino, agitando le braccia.
Ci sono cinquantacinque metri di altezza tra l’attico e la strada, ma le loro esclamazioni volgari arrivano a destinazione lo stesso. Filippo scoppia a ridere, scuote la testa e torna dentro per andare ad aprire.
In strada, i tre giovani, che sono piombati alle Torri di Santa Gilla dal quartiere popolare di Is Mirrionis, in cui vivono, continuano a fare gestacci e gridare callonarasa in dialetto.
«Minca, nenno, oi si spassiausu.»
«Ma è sicuro che viene la tipa?»
«Eja, lillo, vai tranquillo.»
Anziché aggirare il complesso, s’infilano nella galleria centrale che lo attraversa e che si apre in una piazza moderna, con una grande fontana quadrata al centro, attorniata dalle torri e dalle attività commerciali ospitate al pianoterra e ai piani rialzati. La nuova sede dell’“Unione Sarda”, gli studi di Videolina, la televisione locale, un cinema multisala, un supermercato, un Old Wild West, un sushi e un’enoteca sulla cui insegna campeggiano le cubitali DI-VINO. Dal terzo piano in poi, gli appartamenti lussuosi e gli attici progettati dai migliori studi di architettura della città, abitazioni da sogno dalle cui terrazze si ammirano panorami esclusivi e privilegiati. Un posto dove possono permettersi di comprare solo i soliti professionisti della città o i nuovi ricchi, come qualche cinese che gestisce i ristoranti in centro o i capannoni industriali nell’hinterland.
«Minca» fa Ninni, un piccoletto minuto e magrino che tenta di apparire aggressivo esasperando al massimo movenze e accento da sbertirore di rione popolare. «Ogni volta che vengo qua mi chiedo quanto cazzo è che costa una casa.»
«Milioni» gli risponde William, il capobranco, che invece non ha bisogno di esasperare un bel niente, no, il naso spaccato e le mani gonfie a furia di menarle sono un biglietto da visita sufficiente.
«Dici?»
«Eh no.»
«Minca mia a loro.»
«Ricconi del cazzo.»
«Le figlie tocca coddarsi, tipo per vendetta.»
«Eja, davvero.»
«Mai che ci potremo venire a vivere» s’inserisce Ayoub, papà marocchino e mamma italiana, fissando con espressione sognante la sommità dell’edificio in cui abita Filippo.
«Parla per te» replica Ninni, con una smorfia.
«Perché, ricco sei, oh scimpru?» lo canzona William, grattandosi il collo nel punto in cui ha tatuata la data di nascita di suo fratello maggiore, morto in un incidente in moto a Pirri qualche anno prima.
«Lo diventerò.»
«Eja, e io divento il papa.»
«Oh, ma itta bolisi…»
In quel momento un tizio, un professionista con lo studio nella torre, a giudicare dal completo e dalla ventiquattrore che stringe in una mano, esce dal portone e lancia ai tre un’occhiata sospettosa.
«Problemi?» gli domanda William, il cui passatempo preferito è cercare rissa con chiunque lo guardi negli occhi per più di cinque secondi.
«Eja, lillo, problemi?» insiste Ninni, che a dispetto del fisico è il più barroso, il più attaccabrighe dei tre.
L’uomo deglutisce, si volta e affretta il passo, per poi scomparire dietro l’angolo.
I ragazzini ridacchiano e si scambiano pacche sulle spalle, gasati e consapevoli che visti così, in branco, nemmeno gli adulti sono tanto stupidi da fermarsi a cagare il cazzo.
Negli ultimi anni, dal centro della città ai locali notturni sulla spiaggia del Poetto, gruppi di giovani come loro si sono resi protagonisti di numerosi atti vandalici, pestaggi violenti e persino accoltellamenti. Quando la polizia è riuscita a identificarli è stato accertato che non tutti provengono da quartieri popolari e da situazioni famigliari difficili come quelle di William, Ayoub e Ninni. L’identikit di alcuni di loro, infatti, somiglia molto di più a quello del ragazzo che ha assistito alla scena dalla videocamera dell’interfono e che adesso, ridacchiando, apre il portone della torre.
«Oh, ma la boghi questa cagata di reggaeton?» domanda William, intento ad approntare quattro pistini di coca sul ripiano di vetro davanti al divano di pelle sul quale è seduto.
«Che vuoi ascoltare?» gli chiede Filippo, che non ha ancora smesso di spulciare le foto di Instagram della Miss.
«Vai su Spotify» suggerisce Ayoub, «e cerca Dizzy DROS.»
«E chi cazzo è?» chiede Ninni, storcendo il naso.
«Un rapper marocchino, molto forte.»
«Ma vaffanculo! Metti un po’ di Noyz al massimo! Esco co’ la gente de borgata, dalla mente malata…»
«Minca, ma è dell’anno del cucco, ajò…»
Filippo fa cenno a tutti di calmarsi, smanetta sull’iPhone per qualche secondo e dalle casse dello stereo collegato al cellulare parte un pezzo che li accontenta subito tutti e tre. A cantarlo un duo di rapper cagliaritani, che rimano una sequela di stronzate sui rioni e sulla criminalità e sul carcere e su tutta una serie di questioni che esaltano i pischellini e le pischelline dell’età di Filippo, mischiando italiano, sardo, gergo cagliaritano e spagnolo – per dare quel tocco di esotismo latino in più.
«Ecco qua» dice William, indicando il ripiano di vetro.
«Ma là che son tutte storte» lo sfotte Ninni, ridendo.
«Minca oh, sei solo noioso, fisso a lamentarti» fa Ayoub, in difesa di William.
Filippo li guarda e scoppia a ridere, lasciandosi cadere sul divano, tra il marocchino e Ninni. Se suo padre vedesse quello che sta succedendo in casa in questo momento staccherebbe la testa dal collo a tutti e quattro. Lo ha perdonato dopo il casino alla villetta al mare, ma se scoprisse il vizietto che Filippo si è preso negli ultimi mesi, frequentando quei tre, lo prenderebbe a calci in culo per un mese di fila. A dire il vero, lo prenderebbe a calci in culo anche solo a sapere che va in giro con gente di Is Mirrionis, lui, figlio di un professionista conosciuto e rispettabile, a contatto con burdacci dei palazzoni e delle case-parcheggio. Non ci appiccicano niente, quei tre, là dentro, a casa sua, un appartament...