A Cerano non c’è niente, solo un campanile.
Dico davvero, c’è solo quello. Quando lo guardo dal basso della piazza, un unico pensiero mi attraversa la mente: vivo nel buco del culo del mondo.
Poi dipende. Se c’è il sole e il cielo è azzurro Cerano non è poi così male, mi sento addirittura fortunato. Mi immagino i miei coetanei che abitano a Novara o a Milano e si svegliano tutte le mattine con lo smog, sempre in metropolitana, sotto terra come i vermi, tutti che si muovono compatti, che si fanno spennare in qualche bar fighetto in centro o se ne stanno seduti come guappi davanti a un Burger King a respirare l’odore di fritto. Loro non conoscono l’ebrezza eroica di sfrecciare di notte in moto tra le risaie e l’umidità, con qualche birra in corpo e l’aria che ti taglia la faccia. Non conoscono la libertà di bigiare il lunedì mattina per starsene sdraiati a fumare sulle rive del Ticino, fermi immobili a sentire il rumore dell’acqua. Che ne sanno i cittadini della pace della domenica pomeriggio, mentre tutti dormono sul divano e io me ne sto proprio qui, sempre qui, sotto al campanile con una trentatré cl gelida in mano e le cuffie nelle orecchie, a guardare le rondini nel cielo? Che ne sanno loro, che si raggrinziscono un giorno dopo l’altro e non hanno mai visto gli aironi che planano sui campi verdi, e non bevono mai il vino bianco del Bar della Curva, che uno te lo bevi e uno alla fine te lo regala sempre?
E poi ho fatto questa compilation che ci sta troppo bene in questi momenti che solo io, sporco provinciale rockettaro, posso apprezzare. Sul lato A ci ho stipato: il mitico Blasco che ogni volta che lo sento mi fa pensare ai miei soci; David Bowie che quest’anno mi piglia un casino – t’immagini se mi presentassi con quei capelli a casa stasera, i miei chiamerebbero l’ambulanza –; qualche pezzo dei Litfiba; i Cramps perché il loro ultimo disco spacca; poi ci ho messo anche questi tipi che si chiamano Green Day e che non sembrano male, comunque mi avanzava spazio per una canzone e allora ce li ho messi. Sul lato B ho infilato tutte cosette soft. Ora sono sulla traccia tre, Anima latina di Battisti. A essere sincero, ora che ci penso, quasi tutto il lato B è di Battisti. Che m’è successo?! È che son fissato con Amore mio di provincia, non ci posso fare niente. Sono un cazzo di rocker col cuore di panna, che volete?
Il mio amore di provincia, la mia Barbara, così morbida, così bella, forte e sana, insieme ci divertivamo sempre a guardare la piazza vuota o a correre col Tuareg fino in cascina. Se ne sta lassù a Londra da due mesi, chissà se mi pensa, se ascolta le cinque musicassette che le ho fatto prima di partire. Solo noi paesani rocker piemontesi ce l’abbiamo gli amori così, forti e sofferti. Altro che quelli di Novara, viziati dal vedere stormi di ragazze camminargli sotto al naso tutti i santi giorni. Quelli non hanno mai aspettato con ansia montante l’arrivo della primavera, quando FINALMENTE le ragazze escono di casa e si vanno a sdraiare sui prati e lungo il fiume con quelle gambe lunghe lunghe e nude nude.
Quelli di Novara non sanno un cazzo della vita. Eppure una cosa che gli invidio ce l’hanno: non sanno un cazzo neanche della nebbia. Non mi fate pensare alla nebbia, ché divento matto! Quando c’è la nebbia vorrei bruciarlo tutto, ’sto paese. Appena arriva la nebbia, di colpo quello che c’è di bello sparisce, non lo vedi più. Rimani solo, perso, a pensare: “Come ci sono finito qui? Se non me ne vado subito finisco sicuro come il Matteo Colombo, che sta a spalare merda di mucca tutto in giorno, al freddo d’inverno e al caldo d’estate”. Perché quando c’è la nebbia non vedi niente, non ti riesci a muovere. Chi sei, dove vai, da dove vieni: ti va in pappa il cervello e non lo sai più neanche tu chi cazzo sei. E poi, quanto fa freddo quando c’è la nebbia! In centro, le signore se ne vanno in giro tutte impellicciate. I mariti le scortano con la macchina fin sulla porta dei negozi e loro, in tutta fretta, scendono e vanno a comprarsi i reggiseni imbottiti, i pigiamoni di lana, il latte e il gorgonzola (non sia mai che si resti senza il gorgonzola!).
I giovani, invece, spariscono. Dove vanno i giovani di Cerano quando c’è la nebbia? È un misterioso mistero. Una volta con Barbara ci era venuta voglia di gelato anche se era febbraio. Fuori c’era un nebbione che non si vedeva a un millimetro dal naso, ci tenevamo per mano ma non riuscivamo a guardarci. Per strada non c’era un’anima, i suoni erano tutti ovattati. Ci orientavamo seguendo la puzza di merda che arrivava dalle risaie, concimate di fresco. Alla fine avevamo trovato una gelateria aperta, e lei aveva detto che il suo cono sapeva di nebbia. Sì, perché con la nebbia neanche il gusto funziona più: mangiare una pizza o una suola di scarpa fa lo stesso. Allora avevamo scherzato sul fatto che avremmo dovuto scrivere una cover di Gelato al cioccolato. Me la ricordo ancora, faceva tipo: “Gelato alla nebbia / sulla mietitrebbia / tu gelato alla nebbia”. Era una bella idea, chissà perché poi non se n’era fatto niente con la band.
Io mi chiamo Cris, ma il mio vero nome è Crisante. Anche adesso me ne sto seduto sui gradini della chiesa, sotto al campanile. Per fortuna non c’è la nebbia, anzi, fa un caldo schifoso e la mia maglietta gialla preferita mi si è tutta appiccicata sulla schiena.
Sono le quattro di domenica 5 agosto: l’ora perfetta per un tuffo nelle fresche acque del Ticino. Attraverso disinvolto la piazza e raggiungo il mio Tuareg parcheggiato all’ombra dell’edicola, in posizione strategica per non bruciarmi le chiappe. Mentre cammino strascico i piedi e la polvere mi ricopre le scarpe, già tutte consumate in punta e di lato. Hanno visto ogni centimetro di Cerano, queste scarpe, più svariati chilometri di Novara e qualche pezzetto di Milano, ma solo poche volte hanno calpestato il suolo straniero. C’è stata quella volta ad Amsterdam, la gita a Cannes con la scuola, l’Interrail nell’Europa dell’Est.
Presto, però, le mie fedelissime Nike approderanno in terra anglosassone. Manca poco, pochissimo. Londra mi aspetta, ciao campanile, lì c’è il maestoso Big Ben, le strade piene di gente, musica ovunque, birra buonissima e sempre fresca, ci sono i punk con la cresta e i pub sempre aperti, un sacco di opportunità per quelli come me, che hanno sogni e grinta. La conquisterò, Londra, come Attila ha conquistato l’Asia! Rimanere qui come tutti questi poveri sfigati? Io no, ve lo sognate! Vi piacerebbe vedermi affogare in una stalla o in ammollo in una risaia, vi piacerebbe tanto. Chi cazzo mai mi conoscerà se rimango qui, sotto al campanile, in riva al Ticino. Ma io me ne andrò da qua, poco ma sicuro!
Nella sua ultima lettera, una settimana fa, Barbara mi ha scritto che Londra è una vera e propria metropoli, niente a che vedere con Milano. Si è sistemata in un appartamento nella parte nord della città, insieme a una canadese che a quanto pare è molto simpatica e socievole. “Andiamo sempre al Karaoke” mi ha scritto. Per trovare casa, Barbara è andata a Londra mesi prima di iniziare la scuola, perché barcamenarsi in un posto sconosciuto non è mica semplice: devi ambientarti nei neighborhoods, imparare le fermate della Underground, conoscere i loro usi e costumi. Ad esempio, gli inglesi rispettano sempre le code, alle sei sono tutti al pub e si fa amicizia molto facilmente, devi sempre dire “Sorry” anche se non hai fatto niente e il tè che comprano al supermercato è davvero buonissimo.
Per fortuna lei è riuscita a trovare casa in fretta. Suo padre è un super avvocato e il suo studio è gemellato con Londra, così le ha dato una mano con la ricerca. La casa costa uno sproposito, ma la famiglia di Barbara non ha problemi di soldi: a che serve avere uno studio legale, se non puoi far studiare i tuoi figli nei posti più fighi in circolazione? La scuola si trova a due passi dall’appartamento. Mi ha mandato qualche foto, ed è un posto pazzesco. C’è addirittura un pianoforte all’ingresso, per dire.
“Spero tanto che tu mi raggiunga per l’estate, Cris” mi ha scritto, ma sa bene che le mie tasche sono sempre vuote. Però mi manda tanti baci (e non solo quelli). Ogni volta che leggo le sue lettere mi ribolle il sangue: cosa le farei, se ce l’avessi lì davanti, con quei capelli mori e ricci e quelle curve e quegli occhi verdi e quelle gambe e quell’ombelico, e insomma tutte quelle cose bellissime che se non ci fossero non sarebbe Barbara. Ma presto, molto presto, le mie visioni si realizzeranno: Barbara, sto arrivando, aspettami, wait for me baby!
Intanto salgo in sella e il Tuareg parte col solito, rassicurante rombo di tuono. Da qui al ponte dei tuffi ci vogliono dieci minuti, ma scommetto che posso mettercene sette.
L’aria calda di agosto mi scivola sulla faccia, le strade di campagna mi sfrecciano davanti. Che bello sentirsi veloci. Quando arrivo, mi accorgo di non essere l’unico ad aver fatto questa pensata: lì a destra c’è il gruppetto delle fighette della quinta F, tutte in bikini, lo stereo al massimo che suona il Greatest Hits di Madonna. Per fortuna, proprio dietro al cespuglio, c’è Andrea lo Zingaro che sta rollando. Dopo andrò a salutarlo. Adesso via la maglia, giù i jeans, il costume non serve, bastano le mutande blu in questo agosto di Cerano. Di sicuro le fighette butteranno un occhio e chissà che a settembre, al rientro a scuola, non si parli delle mie chiappe dorate.
Prendo fiato, chiudo gli occhi, salto. Splash! Com’è fresco il Ticino, e qui sotto c’è un gran bel silenzio.
Quando riemergo, tiro su una boccata che a momenti mi vengono le vertigini: dopotutto, sì, sono ancora vivo. Devo solo tener botta e ce la farò.
Lunghe bracciate controcorrente: è il mio modo per allenarmi a combattere contro il mondo, come un guerriero, come un cazzo di salmone che risale la corrente. Nuoto e mi sbraccio e batto i piedi finché non mi sale la stanchezza, e allora rinculo verso la riva.
Andrea lo Zingaro è ancora lì. Sembra goderselo proprio, questo pomeriggio domenicale.
«Ohi, Zingaro, que pasa?»
«Todo bien, Cris. Vuoi?»
«Cos’è, amigo?»
«Hashish! Che domande.»
«Ma sì, un tirello. Dopo lo sport fa bene. Ma come hai fatto a trovarne a Cerano?»
«Ma quale Cerano, sbarbo! Questa l’ho recuperata a Novara. Anzi, non fare complimenti: se hai bisogno, sai che lo Zingaro c’è sempre! Un po’ qui un po’ lì… insomma, sono ovunque tu mi cerchi!»
Lo Zingaro è un tipo a posto, solo che racconta un sacco di balle. Io lo vedo poco, ma alla fin fine non fa male a nessuno e una canna da offrirti ce l’ha sempre. È proprio come dice lui, comunque: non si sa mai dov’è, che giri frequenta, dove abita, eppure te lo vedi sbucare sempre ovunque.
«Zingaro, passa il pallone va’, che m’è venuta voglia di giocare!»
Il pallone è un Super Tele, di quelli che se ti parte uno starnuto lo devi andare a riprendere a Torino. Ma è sempre bello trovare qualcuno per fare due tiri. A me piacciono tanto i rigori, quei secondi di pieno pathos in cui ti giochi tutta la tua dignità, che tu sia portiere o bomber.
«Ohi, Zingaro, li hai visti i mondiali quest’anno?»
«Per forza! Gino al bar accendeva la tele solo per vedere le partite, quel taccagno!»
«E che ne pensi?»
«Che ne penso? Che l’azzurro ti starebbe bene!»
Sono un bravo attaccante, o almeno lo sono stato: nel 1986 ho segnato trenta gol in una sola stagione e da lì sono diventato l’idolo indiscusso di tutto l’ASD Cerano. Il mister mi ha fatto fare una coppa personalizzata: “Crisante, il bomber di Cerano”. Sì, nel 1986 mi chiamavo ancora Crisante.
E poi quante ragazze, o mio dio, quante ragazze! Tutte le domeniche erano lì appollaiate sugli spalti a gridare il mio nome, mi aspettavano fuori dagli spogliatoi, mi ascoltavano raccontare tutte le azioni minuto per minuto, mi compravano bottigliette di Coca-Cola, patatine e toast al prosciutto. È stato grazie al calcio che ho dato il mio primo bacio. Si chiamava Angela, veniva sempre agli allenamenti, alle amichevoli, alle trasferte, ai campionati. Cazzo, non ne mancava una! Poi a fine partita mi raggiungeva e mi diceva sempre: «Sei stato m-i-t-i-c-o!» e mi allungava un Estathé alla pesca. Le volevo bene, mi piaceva il suo affetto sincero. Poi è arrivato il rock e non ho avuto più voglia di giocare: avevo ben altro a cui pensare, dovevo suonare, studiare, scrivere, provare, programmare, fare piani. E prima o poi anche imparare l’inglese.
Non avevo più tempo per le lavate di testa del mister e i ritiri forzati un weekend sì e l’altro pure. Cos’era, la galera forse? Avevo forse sposato l’allenatore, o l’ASD Cerano? E l’ASD Cerano cosa ha fatto per me? Mi ha rubato tutti i lunedì, mercoledì e venerdì dai cinque ai quindici anni e mi ha tenuto lontano dalla mia vera passione: la musica, il rock, la chitarra, la band! Così ho mollato la mia vita precedente, fatta di Angela, di domeniche sportive, di pizze con la squadra, e sono diventato Cris, il rocker di Cerano. Quello che un giorno andrà a Londra con la sua band, si riprenderà la sua donna e registrerà un EP che, non si sa come, finirà sulla scrivania di un’etichetta piccola ma dalle larghe vedute, che riconoscerà immediatamente la totale originalità del suo sound e lo porterà su tutti i palchi del mondo.
Non è un sogno, sia chiaro. È tutto già scritto.
Però due calci al pallone non li rifiuto mai.