New York, 1954
«Per te.» Liz, l’assistente della galleria, mi porse il telegramma; un foglietto azzurro su cui spiccavano i caratteri blu ben marcati. Me lo rigirai più volte fra le mani. Durante la guerra avevamo imparato a temerli, i telegrammi. Adesso la guerra era finita e tutti quelli che potevano far ritorno a casa ormai erano tornati, ma il timore restava, la paura di leggere ancora quelle parole: «Dolenti dovervi informare…».
«Non lo apri?» mi chiese Liz.
«Ma certo.» Invece esitavo. Le persone che mi erano care, quelle che ancora mi restavano, erano a pochi isolati di distanza da me; e se gli fosse successo qualcosa bastava una telefonata, non c’era nessun bisogno di telegrammi. Aprilo, mi imposi.
Mi sedetti su una cassa da imballaggio e strappai la carta con le unghie sbeccate, dicendomi che a volte i telegrammi portavano belle notizie. Poteva succedere.
Il messaggio era laconico. Vieni a Parigi. Devo vederti. Firmato, Schiap.
Elsa Schiaparelli. Ovvio che avesse spedito un telegramma, anziché fare una telefonata intercontinentale. Non era questione di costi, solo una delle sue innumerevoli fobie e superstizioni: detestava il telefono. Il frastuono della galleria di Madison Avenue, le martellate, il ronzio dei metri a nastro, lo stridore degli scalei trascinati sul pavimento, tutto si dissolse. New York svanì, e io tornai di colpo a Parigi.
Chiusi gli occhi e rievocai la fisarmonica all’angolo di rue du Faubourg-Saint-Honoré che suonava Parlez-moi d’amour, la risata roca di Schiap che riferiva un pettegolezzo alla sua assistente, Bettina; in genere qualcosa che riguardava Coco Chanel, la sua grande rivale. Charlie, splendido nel suo smoking, e Ania, la bionda mozzafiato che al bar del Ritz tutti si giravano a guardare. Il sapore del caffè forte, il profumo del pane appena sfornato, i colori, lo splendore della Tour Eiffel, i miracoli medievali dei rosoni vetrati nelle chiese.
Quanto tempo era passato? Avevo venticinque anni, quando avevo conosciuto Schiap a Parigi; lei quarantotto, solo nove in più di quanti ne avevo io adesso. E io che la vedevo vecchia, contrariamente a lei. «Le donne non invecchiano, se portano vestiti sempre nuovi» mi aveva detto una volta. «Le donne non devono mai vestirsi da bambine, ma neanche accettare l’età come un fatto inevitabile: non lo è, non nella moda.»
Dopo la guerra io e Schiap avevamo imboccato ciascuna la sua strada, ansiose di riprendere la vita di prima, di recuperare quel che era stato interrotto, di ritrovare quel che avevamo perduto. Certo, tornare indietro è impossibile: la freccia del tempo può andare solo avanti. Quella era una lezione che avevo imparato molto, molto bene. A rivolgere lo sguardo all’indietro si diventa di sale, come la moglie di Lot; quel sale che, se lo getti nel fuoco, sprigiona una fiamma blu.
A ogni modo, perché Schiap scriveva che «doveva» vedermi? Perché non che «voleva» o addirittura esigeva, com’era nel suo stile? I suoi messaggi erano sempre stati un po’ melodrammatici, sempre venati della presunzione e dell’egocentrismo tipici delle persone ambiziose e affermate. Se l’era guadagnata, quella teatralità, la famosissima – ma qualcuno avrebbe detto famigerata – Elsa Schiaparelli: la creatrice degli abiti più splendidi, e talvolta più stravaganti, che mai donna avesse indossato.
«Brutte notizie?» L’assistente posò la cornice di legno che aveva in mano.
«No. Non so di che si tratta» le risposi, ripiegando il telegramma. «Me lo manda una vecchia amica. Da Parigi.»
L’impiegata della galleria del signor Rosenberg tirò un enorme sospiro di sollievo. Era una persona molto premurosa, pronta ad abbracciarti senza alcun motivo, a prenderti una mano se sospettava che avessi ricevuto una brutta notizia. Era una caratteristica che mi piaceva, come mi piacevano le sue mani, candide e affusolate, che mi ricordavano quelle di Ania.
«Parigi. Quanto mi piacerebbe andarci, un giorno. Lei c’è stata, vero?»
«Sì. Ci sono stata.» Eccome, se c’ero stata. «Abbiamo praticamente finito. Possiamo chiudere qui, per oggi?» Dovevo riflettere su quel telegramma, prendere una decisione.
«Ma la mostra deve essere montata entro lunedì.» Liz sembrava preoccupatissima. Era il mio primo allestimento nella celebre galleria Rosenberg, un’occasione da non sottovalutare. Avevo esposto in diverse collettive, e persino venduto qualche dipinto, ma se questa mostra fosse andata bene… be’, forse avrei imboccato la via del successo.
Liz guardò il telegramma ancora tra le mie mani. «D’accordo.»
«Possiamo finire domani. Vai. Vai a casa.» Quello che mi aveva detto Schiap anni prima. La vita aveva attaccato una serie di ritornelli ripetitivi, trascinandomi indietro.
Ma non era stata l’eco di quelle frasi a farmi trasalire, bensì il gesto rinnovato di aprire un telegramma e leggere quelle parole: Vieni a Parigi. Devo vederti. Esattamente quel che mi aveva scritto Charlie, mio fratello, sedici anni addietro.
Certo che sarei andata. Impossibile non farlo, questa volta come allora. Mentre Liz iniziava a ripulire, trovai un pezzetto di carta e cominciai a stilare l’elenco delle cose da fare prima di un viaggio, in quel periodo così pieno di impegni. Sarei rimasta per il ricevimento del vernissage, poi avrei preso un aereo per Parigi. Un aereo! Prima della guerra l’oceano era tutto un viavai di navi, ora la gente viaggiava in aereo. Costava meno, era più veloce; Schiap era stata una delle prime a prendere un volo transatlantico, entusiasta della possibilità di fare colazione a Parigi la mattina del lunedì, e a New York il martedì.
Liz chiuse lo scaleo e mi rivolse un altro sguardo preoccupato da sopra gli occhiali sempre inforcati in cima al naso, proprio come li portava Coco Chanel quando credeva che nessuno la vedesse. Fuori dalla vetrina della galleria, Madison Avenue era tutto un palpitare di vita. New York si era ripresa dalla guerra: nel quartiere gli scaffali delle gastronomie erano pieni, le vetrine di Bonwit Teller, Macy’s e Henri Bendel sfoggiavano opulenza. La città era più forte che mai, come un malato che si risveglia dopo un’influenza pieno di salute per aver trascorso qualche giorno a letto.
I bambini a passeggio con le madri o le tate erano pasciuti e rosei in volto, con i loro berretti e guantini invernali; le signore indossavano i nuovi abiti e cappotti del dopoguerra, perlopiù capi di Dior o imitazioni; il New Look, i metri di stoffa delle gonne ampie testimoniavano la ricchezza e la prosperità, e le vite strette rendevano di nuovo le donne ultrafemminili.
Su Madison Avenue le signore avevano un aspetto spensierato, in quei nuovi abiti: una moda che intendeva riportare il mondo alla gloria, o perlomeno alla normalità. Me l’aveva insegnato Schiap: i vestiti non sono solo vestiti. Sono stati d’animo, desideri, la natura del nostro animo e dei nostri sogni resa visibile. La figura femminile incarna i sogni e le speranze di una generazione. I vestiti sono un’alchimia, la pietra filosofale, avrebbe detto la mia amica Schiap; la seconda pelle, quella che ci scegliamo, l’arte trasformatrice che ci portiamo addosso.
Durante la guerra le donne avevano riempito bossoli nelle fabbriche di munizioni e trascorso notti solitarie in cima ai grattacieli, con l’orecchio teso a sentire il ruggito rabbioso dei Messerschmitt; o magari avevano assistito i feriti in Normandia e nelle Ardenne. Ma adesso era tutto finito. Le donne restavano a casa, a mettere su famiglia. New York era piena di neonati e carrozzine; e grazie ai nuovi reggipetti, i seni femminili erano pieni e appuntiti come proiettili.
Poi, ogni tanto, davanti alla vetrina passava una donna diversa, con un’espressione che mi faceva sentire male: il lutto, quello che traccia un’indelebile ombra blu intorno agli occhi. La stessa mia, durante la guerra, dopo che avevo aperto il telegramma Dolenti dovervi informare… che era toccato a me.
Restai a guardare fuori dalla vetrina della galleria finché Liz uscì dal retro con il mazzo di chiavi tintinnante in mano. Quando avrei osservato di nuovo il mondo da dietro una vetrina lo scenario non sarebbe stato quello di Madison Avenue, bensì di place Vendôme, la vista dalla boutique di Schiap, sull’elegante e magnifica piazza parigina con Napoleone di guardia in cima alla colonna. Napoleone e tutti i suoi soldatini. Solo che non ci sarebbe stato Charlie. Né Ania… erano molti, quelli che non ci sarebbero stati.
Bene, Schiap. Sentiamo cos’è che devi dirmi. Forse un pettegolezzo su Coco Chanel, la sua antica rivale? Sorrisi al pensiero. Sarebbe stato come ai vecchi tempi, pieni di malignità e divertimento… E invece no. Non sarebbe stato così. Niente sarebbe mai più stato come ai vecchi tempi. E allora ripensai a tempi ancor più lontani, ai giorni tristi e interminabili prima di conoscere Schiap, quando malgrado fossi ancora giovanissima pensavo che la mia esistenza fosse ormai finita.
Inghilterra, 1938
Nella vita ci sono momenti di convergenza, in cui gli astri si allineano in un certo modo. Ogni dettaglio banale – dal pane tostato che si brucia la mattina alle calze nuove che si smagliano – è una manifestazione dell’universo che richiede una risposta, una risposta da cui dipenderà il resto della vita. Restare. O andare.
Nella mia vita quel momento fu il 6 giugno 1938.
«Un telegramma per te» annunciò Gerald, medico scolastico, mio supervisore e un tempo mio cognato. A quel punto, entrambi avevamo abbandonato ogni tipo di rapporto famigliare e ci limitavamo a saluti compassati, freddi cenni del capo quando ci incrociavamo nei corridoi della scuola o dovevamo vederci per questioni di lavoro.
Il telegramma sulla sua scrivania proveniva dalla Francia, ed era già stato aperto. Poiché lavoravo per la scuola, Gerald dava per scontato che qualsiasi corrispondenza indirizzata a me fosse relativa al lavoro e che lui fosse autorizzato a leggerla; ma quella volta si sbagliava.
«Da tuo fratello» aggiunse. Non me lo porse. Dovetti tendere la mano e prenderlo dalla scrivania.
Vieni a Parigi. Voglio vederti. Arrivato da Boston, qui per l’estate. Trovati al Deux Magots. 9 giugno. 14.00. Charlie.
Lo lessi due volte, poi lo ripiegai e me lo infilai in tasca.
«Ovvio che non ci andrai» fece Gerald alzando gli occhi dal raccoglitore di cartelle mediche. «All’appuntamento con tuo fratello.» Lo sguardo era gelido. Io però non gliene volevo, né il suo comportamento mi stupiva. A parti invertite, se lo avessi ritenuto responsabile della morte di mio fratello, l’avrei guardato allo stesso modo, se non peggio, l’avrei fulminato con un’occhiata da drago, assieme alle fiamme che l’avrebbero incenerito.
«Ah, no?» risposi.
«Le lezioni non sono terminate. Il semestre non è finito.»
«Naturalmente» ribattei. «Ecco qui le note della settimana.» Prendevo appunti sulle alunne che frequentavano le mie lezioni di arte, in particolare se erano state malate, e in quanto medico della scuola Gerald li leggeva con grande diligenza. Il collegio era noto, e con una reputazione eccellente, per istruire e assistere ragazze con esigenze particolari, specialmente problemi di salute gravi e cronici; molte si stavano riprendendo dalla poliomielite, giovani dal passo malfermo che necessitavano di terapia ed esercizio ogni giorno, e c’era un’allieva con una balbuzie talmente grave che a stento riusciva a parlare. In quella scuola, tutte potevano ricevere le cure più adeguate e al tempo stesso fare un minimo di vita sociale insieme ad altre ragazze della loro età.
Prendere appunti sulle allieve rientrava nel contratto che avevo firmato con il collegio; in cambio ricevevo vitto, alloggio e uno stipendio di certo non generoso ma perlomeno decente. Due anni prima, subito dopo il funerale di Allen, quando non avevo nessuna idea di come e dove avrei vissuto, mi era parso un accordo equo: l’offerta di un lavoro da parte della scuola mi era sembrata una risposta, per qualche verso. E significava che potevo rimanere là dov’ero stata felice con Allen.
Ma la consegna di quegli appunti aveva assunto il valore di un inganno delle mie allieve, un tradimento della loro fiducia. L’arte nasce come esplorazione privata di sogni e desideri, e tale dovrebbe restare finché l’artista non ritiene sia pronta per essere esibita; i miei appunti per Gerald tradivano i segreti che percepivo nei dipinti e nelle conversazioni in classe con le ragazze. Che ne era dei luoghi oscuri che dobbiamo tenere per noi, delle misteriose zone d’ombra in cui nessuno ha il diritto di intromettersi con i suoi si dovrebbe e non si dovrebbe, le sue teorie freudiane e i suoi dettami sul decoro?
Florrie, per esempio, una ragazza tranquilla con le trecce rosse, il giorno prima mi aveva confessato di aver schizzato un nudo maschile, ma di averlo strappato prima che qualcuno potesse vederlo. «La prossima volta» le avevo detto, «prima fammelo vedere.» Mani e piedi sono difficili, con tutte quelle ossa e quei tendini; le altre parti, invece, sono piuttosto semplici. Guarda le statue di Michelangelo: pura geometria. Florrie, da ragazza intelligente qual era, aveva avuto il buon senso di non ridere. Tempo qualche anno e sarebbe stata sposata, poco dopo ...