La casa di Paolo
eBook - ePub

La casa di Paolo

Borsellino raccontato ai ragazzi

  1. 192 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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La casa di Paolo

Borsellino raccontato ai ragazzi

Informazioni su questo libro

Lorenzo ha quindici anni, gioca a calcio, ha una sorellina che lo adora e una mamma per la quale stravede. Prova invece rabbia nei confronti del padre che, da quando è stato licenziato, passa le giornate a letto e sembra non avere a cuore nulla. È una rabbia profonda come un buco nero e così potente da provocargli attacchi di ansia che gli bloccano il respiro. Quando la professoressa Ghidini entra in classe annunciando che, come progetto speciale del nuovo anno, studieranno la storia di Paolo Borsellino, Lorenzo non immagina proprio che questo cambierà tutto. Paolo, con la sua voglia di fare del bene, con il suo desiderio di giustizia, con il suo coraggio e l'amore per il proprio lavoro di magistrato, irromperà nella vita di Lorenzo come un amico inaspettato: lo prenderà per mano e gli darà la forza di reagire, mostrandogli, con il suo esempio, che anche il nemico più difficile può essere sconfitto. Che si tratti della mafia, o della parte più buia di noi stessi.

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Informazioni

Editore
RIZZOLI
Anno
2022
Print ISBN
9788817161282
eBook ISBN
9788831807920

Capitolo 1

Paolo Borsellino mi ha salvato la vita. L’ho conosciuto l’anno scorso, in seconda. Non di persona, perché è stato ucciso dalla mafia una decina d’anni prima che io nascessi. Però ho conosciuto le sue idee e la sua battaglia grazie alla Ghidini, la prof di italiano e storia, che si è messa in testa di fare un progetto su di lui.
Quando dico che mi ha salvato la vita, dico davvero.
«Ma lei lo ha mai incontrato?»
La Ghidini aveva occhiali con la montatura azzurra che teneva sempre appesi al collo con un cordino e durante le interrogazioni se lo passava tra le dita; fece quel gesto anche dopo la domanda di Giulia. Era l’inizio del secondo anno e lei era entrata in classe annunciandoci un nuovo argomento e scrivendo alla lavagna il nome di Paolo Borsellino, che quasi tutti avevamo sentito da qualche parte. Solo una manciata di noi, però, aveva ben chiaro chi fosse. La Ghidini quel giorno sembrava stranamente meno severa del solito.
«Purtroppo no. Mi sarebbe piaciuto.»
«La mafia lo ha ucciso con una bomba.»
«Sì, è vero. Voi lo sapete cos’è la mafia, ragazzi?»
«Certo.»
«Più o meno.»
«È gente che uccide.»
«Sono criminali.»
«C’è in Sicilia.»
«Come in Gomorra» buttò lì Luca.
«Però quello è ambientato a Napoli, io ho visto le prime due stagioni» dissi io.
La Ghidini si alzò e fece qualche passo verso di noi, per poi appoggiarsi sul bordo della cattedra.
«La mafia non è una questione solo del Sud» disse, scandendo bene le parole.
Pensai che mi ero sbagliato, era tornata in un attimo seria e severa come sempre.
«È un problema che riguarda tutti, anche qui al Nord. Anche voi.»
Non mi piaceva quello che stava dicendo e comunque nessuno, in quel momento, ne era convinto. Mi guardai intorno. Dal mio banco sulla destra riuscivo ad avere una panoramica di più di metà della classe. Le espressioni dei miei compagni erano chiare: erano rassegnati ad ascoltare l’ennesima lezione, ma non le credevano.
Non ancora.
«Quello che voglio dire è che tutti siamo in debito con persone come Paolo Borsellino. Ha fatto il suo dovere fino all’ultimo, indagando su un fenomeno criminoso che è molto più di una banda di assassini: ve lo spiegherò. Il punto è che è arrivato a morire in nome della verità e della giustizia. Forse a quindici anni queste parole possono sembrare vuote, mi rendo conto. Le riempiremo. Parliamo di dovere, ad esempio. Qual è il vostro dovere?»
Restammo in silenzio, con uno strano disagio addosso. Fu Carlotta come al solito a rompere il ghiaccio, altri provarono a seguirla.
«Venire a scuola?»
«Studiare?»
«Avere bei voti?»
La Ghidini non sembrava convinta. Quando uno di noi era in piedi vicino alla cattedra e azzeccava la risposta giusta lo capivamo un attimo prima che lei aprisse bocca, perché la sua fronte si distendeva e gli zigomi si sollevavano: era come se sul suo viso si aprisse una porta. La vittima tirava un sospiro di sollievo.
In quel momento però rimase con il volto contratto, addirittura passandosi una mano sugli occhi. Eravamo molto lontani dalla risposta giusta.
«È vero, ragazzi, il vostro dovere è quello di studiare e imparare tutto ciò che vi permetterà di vivere una vita piena e fare il lavoro che desiderate. Ma non solo. Il vostro dovere, a quindici anni, è quello di essere onesti, corretti con voi stessi, con la famiglia, con i compagni; è quello di non mentire, di prendervi le vostre responsabilità se avete fatto uno sbaglio. Il vostro dovere è rispettare l’ambiente intorno a voi, per far sì che i vostri figli abbiano ancora acqua potabile e aria salubre da respirare. Il vostro dovere è anche aiutare gli altri, i vostri genitori, i nonni che magari hanno bisogno di una mano con le commissioni, un amico che non ha capito una lezione. Ma non è ancora tutto.»
Era già troppo, onestamente. Un carico pesante. E gli altri la pensavano come me: Luca temperava una matita già temperata, Pietro grattava il banco con il pollice, forse nel tentativo di staccare un pezzo di colla secca.
E non era tutto, aveva detto lei. Che altro mancava, ancora?
«Paolo Borsellino non era mosso dalla vendetta, dall’odio, dal rancore. Ha fatto il suo dovere per amore. Amore per la sua terra, per il suo Paese, per l’idea di giustizia. Fare ciò che si deve in questo modo è diverso dal farlo con lo stomaco in mano. O mi sbaglio? Ciò che il suo esempio vi chiede è di compiere il vostro dovere con amore.»
Nessuno di noi disse niente. Erano parole inusuali per lei e a me suonavano imbarazzanti. Una specie di telenovela sudamericana come quelle che guardava mia nonna dopo pranzo. Amore: bah.
Nei giorni successivi continuammo con le lezioni, ma un’ora alla settimana venne dedicata al progetto. «Conoscerlo vi darà molto» aveva detto la Ghidini. Io non avevo voglia di niente. Eppure aveva ragione lei, anche se non lo capii subito.
«Iniziamo a parlare un po’ di cos’è la mafia.»
Disse che avrebbe utilizzato proprio le parole di Paolo, che la mattina stessa dell’attentato che l’avrebbe ucciso aveva scritto una lettera a dei ragazzi come noi, studenti di un liceo di Padova, che l’avevano invitato anche se l’invito non era mai giunto a destinazione. Loro ci erano rimasti male e alla fine avevano chiesto a Borsellino di rispondere almeno per iscritto alle loro domande. Lui, pur nella situazione d’animo di grande angoscia in cui si ritrovava – «Sapeva che sarebbe morto» ci disse la Ghidini, «poi vi spiegherò bene perché» –, si era preso del tempo per rispondere e, anzi, si era dimostrato mortificato di non averli potuti incontrare di persona.
«La mafia è un’organizzazione criminale, unitaria e verticisticamente strutturata, scrive Borsellino. Fino qui ci siete? L’ultima espressione la usa per far capire che ha un unico capo, non come la Camorra, ad esempio. Andiamo avanti?»
Annuimmo: forse non avrebbe interrogato su quello che stava spiegando, così ci auguravamo tutti.
«Si contraddistingue da ogni altra per la sua caratteristica di territorialità. È suddivisa in famiglie che rispondono a una direzione comune, chiamata cupola.»
«Prof?»
«Dimmi, Angelo.»
«Lei aveva detto che non era un problema solo della Sicilia o del Sud. Qui però lui ci sta dicendo che la considera territoriale, quindi di quel territorio.»
«Non esattamente. È vero che la mafia si è sviluppata in primo luogo in Sicilia e ha utilizzato le risorse locali per crescere. Ci sono delle motivazioni storiche per cui questo è accaduto, ne parleremo più avanti, anche se sono complesse. Però è stato solo l’inizio. Come una specie di bestia famelica, la mafia ha dovuto ampliare la sua zona di caccia, perché ciò che aveva a portata non le bastava più.»
«È arrivata fino a dove?»
«Fino a qui, a Milano» sentenziò Carlotta. «È ovvio.» Angelo la guardò di traverso, mentre la Ghidini continuava.
«Prenderò a prestito un’altra volta le parole di Paolo Borsellino, ma quelle usate in una lezione che tenne agli studenti di un istituto commerciale a Bassano del Grappa, nel 1989.»
«Mio nonno è di Bassano del Grappa!» saltò su Filippo.
«Quindi puoi spiegare ai tuoi compagni dov’è.»
«È in Veneto.»
«Provincia di…?»
«Vicenza! O Padova?»
«Buona la prima, Filippo. Tra l’altro se cercate su Youtube trovate il video completo, così magari iniziate a sentire la sua voce.»
«Okay, prof. Cosa devo cercare? Borsellino-Bassano-lezione?»
«Dammi subito qui il telefono! Non ho detto di farlo in questo momento!»
Scoppiammo tutti a ridere e Filippo trascinò i piedi verso la cattedra con il cellulare in mano, per consegnarlo alla Ghidini.
«Riprendiamo il discorso, che qui mi state facendo perdere. Dunque. Stavamo parlando del territorio, giusto? In quella lezione a Bassano, parlò della cultura della legalità. Chi mi sa dire cos’è la legalità?»
«Significa il rispetto delle leggi.» Carlotta bruciò tutti sul tempo. Non la sopportavo.
«Ma perché secondo voi le leggi si rispettano?»
La domanda della Ghidini mi sembrava di un’ovvietà disarmante.
«Perché altrimenti ci sono le multe, e il carcere nei casi più gravi» risposi, sicuro.
Ma sul suo viso non si aprì nessuna porta.
«La tua risposta, Lorenzo, non è sbagliata in senso logico» disse, avvicinandosi al mio banco. Io ero tornato nel mio silenzio, a scarabocchiare il foglio. Alzai gli occhi. «Ma era sbagliata per Borsellino.»
Perfetto. Non ero partito con il piede giusto, con lui.
«Sai perché?» mi chiese.
Sprofondai nell’ansia. Eccola lì, di solito rintanata nell’ombra, ad attendere un passo falso. Sentii il respiro accorciarsi e il cuore battermi forte nella gola. Non riuscivo a parlare: mi succedeva sempre più spesso, soprattutto quando mi facevano una domanda alla quale non sapevo rispondere. Ma anche quando tornavo da scuola e passavo davanti alla porta socchiusa della camera dei miei. «Fai piano» mi diceva mia madre, «papà sta riposando.» Papà riposava quasi tutti i giorni, da quando la scuola guida in cui lavorava aveva chiuso. Scacciai quell’immagine e mi limitai a scuotere la testa, pregando che la prof e i miei compagni non si accorgessero di quello che mi stava succedendo.
Per fortuna la sua era una domanda che non presupponeva una risposta. Quando capii che avrebbe risposto lei, il battito iniziò a rallentare.
«Borsellino spiega che la maggior parte della popolazione osserva le leggi perché ritiene che si tratti di comandi o divieti giusti; se così non fosse, ci vorrebbe un carabiniere per ogni cittadino della Repubblica italiana, per sorvegliarlo e saltargli addosso appena non rispetta il divieto.»
«Carina l’idea, però…» rise Luca, beccandosi uno sguardo severo della Ghidini. Così aggiunse fuori tempo massimo: «… ma non è fattibile, aveva ragione».
«Il punto, ragazzi» continuò la prof, «è che le leggi vengono rispettate con più facilità quando sono considerate giuste, quando cioè tutti le sentono come delle regole che permettono di vivere in pace, e non come delle imposizioni dall’alto, da parte di uno Stato distante e che non si è mai occupato dei suoi cittadini».
Pensai a mio padre che mi diceva di non alzarmi da tavola fino a che non avevo finito di mangiare, ma non sapeva neppure come stavo, non me l’aveva mai chiesto. Forse Paolo intendeva questo, forse no.
«Ogni cittadino sente il bisogno di giustizia, di sicurezza, anche dal punto di vista civile ed economico, dice Borsellino. Dunque, il bisogno di giustizia e sicurezza lo sentite anche voi, no? Volete girare per strada senza avere paura, ad esempio. Con civile ed economico invece lui intende che se faccio un contratto, un accordo con qualcuno, devo essere sicuro che venga rispettato, e se l’altra parte non lo rispetta posso andare a lamentarmi da un soggetto che vigila e mi tutela. E chi è q...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Prefazione
  4. Capitolo 1
  5. Capitolo 2
  6. Capitolo 3
  7. Capitolo 4
  8. Capitolo 5
  9. Capitolo 6
  10. Capitolo 7
  11. Capitolo 8
  12. Capitolo 9
  13. Capitolo 10
  14. Epilogo
  15. Ringraziamenti
  16. Copyright