Ti giro intorno
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Ti giro intorno

  1. 372 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Ti giro intorno

Informazioni su questo libro

È passato molto tempo dall'ultima notte in cui Auden è riuscita a dormire. Troppo impegnata a essere una figlia e una studentessa modello, da quando i suoi genitori hanno divorziato si è rifugiata nella solitudine delle letture, mettendo la vita in stand-by, e perdendosi tutte quelle piccole grandi esperienze tipiche di un'adolescenza spensierata... Questa estate però ha la possibilità di trascorrere le vacanze a casa del padre, dove conoscerà Maggie, Leah ed Esther scoprendo l'amicizia, le uscite, le chiacchiere e le prime cotte. Ma a sconvolgere davvero il suo mondo sarà l'incontro con Eli, un ex campione di ciclismo acrobatico, anche lui insonne. I suoi magnetici occhi scuri, dietro cui si nasconde un tragico evento, faranno provare a Auden tutto ciò di cui si è privata finora... e le daranno la forza per ritrovare se stessa e tornare alla vita.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2022
Print ISBN
9788804756477
eBook ISBN
9788835717294

CAPITOLO 1

Le e-mail iniziavano sempre nello stesso modo.
Ciao, Auden!!
Era quel punto esclamativo in più a darmi sui nervi. Mia madre lo avrebbe definito esagerato, eccessivo, esuberante.
A me dava semplicemente fastidio, proprio come ogni altra cosa che riguardasse Heidi, la mia matrigna.
Spero che le ultime settimane di lezione stiano andando bene. Qui stiamo tutti alla grande! Giusto qualche altro dettaglio da sistemare prima dell’arrivo della tua futura sorellina. Ultimamente tira dei calci pazzeschi. Sembra che faccia karate! Io sono stata occupata a mandare avanti la bottega (per così dire) e a dare gli ultimi ritocchi alla cameretta. L’ho arredata tutta in rosa e marrone: è stupenda. Ti allego una foto così la vedi.
Tuo padre è impegnato come sempre, sta lavorando al libro. Forse lo vedrò più spesso quando passerò le notti in bianco con la bambina!
Spero tanto che deciderai di venirci a trovare alla fine della scuola. Ci divertiremmo un sacco e questa estate sarebbe molto più speciale per tutti. Vieni quando vuoi. Saremmo felicissimi di vederti!
Baci,
Heidi (e papà e la futura sorellina!)
Il solo leggere quelle lettere mi sfiniva. Era in parte colpa della grammatica esagitata – come se qualcuno ti strillasse nell’orecchio – ma anche di Heidi in sé. Era così… esagerata, eccessiva, esuberante. E irritante. Per me era tutto questo, e non solo, da quando l’anno prima lei e mio padre si erano messi insieme, avevano annunciato la gravidanza e si erano sposati.
Mia madre sosteneva di non esserne sorpresa. Fin dal divorzio aveva previsto che non ci sarebbe voluto molto prima che mio padre, per usare le sue parole, “si sistemasse con qualche studentessa”. Heidi aveva ventisei anni, cioè la stessa età in cui mia madre aveva avuto mio fratello Hollis (io ero arrivata due anni dopo), ma non avrebbe potuto essere più diversa da lei. Se mia madre era un’accademica dall’intelligenza acuta e brillante, conosciuta in tutto il paese come massima esperta sul tema: “Il ruolo della donna nella letteratura rinascimentale”, Heidi era… be’, Heidi.
Il tipo di donna che come punti di forza può vantare una costante cura di sé (pedicure, manicure, colpi di sole), una conoscenza tanto illimitata quanto inutile di vestiti e scarpe, e la capacità di mandare e-mail decisamente troppo confidenziali a gente a cui non importa un fico secco delle sue cose.
Il corteggiamento era stato rapido e “l’innesto” (così l’aveva ribattezzato mia madre) questione di un paio di mesi. In quattro e quattr’otto mio padre si era trasformato dalla persona che era stata per anni – il marito dell’esimia Victoria West e l’autore di un romanzo di discreto successo, ormai noto più per le sue rivalità interdipartimentali che per il tanto atteso seguito del suo libro – in un novello marito e futuro padre. Bastava aggiungere la sua altrettanto recente nomina a capo del dipartimento di scrittura creativa del Weymar College, una piccola scuola in una cittadina di mare, ed era come se avesse una vita completamente nuova. E anche se lui e Heidi continuavano a invitarmi, non ero sicura di voler scoprire se in quella vita c’era ancora posto per me.
In quel momento, dalla stanza accanto, arrivò uno scoppio di risate improvviso, seguito da un tintinnio di bicchieri. Mia madre stava dando un’altra delle sue festicciole per gli studenti, che iniziavano sempre come cene formali («Manca cultura in questa nostra cultura!» asseriva) e poi degeneravano immancabilmente in discussioni sbronze e chiassose su teoria e letteratura. Lanciai un’occhiata all’orologio – ventidue e trenta – poi scostai la porta della mia camera con la punta del piede e sbirciai nel lungo corridoio che portava in cucina. Come immaginavo, vidi mia madre seduta a un capo del grande tavolo di legno massiccio, con in mano un bicchiere di vino rosso. Era circondata come al solito da un capannello di soli studenti maschi del corso di specializzazione, che la guardavano in adorazione mentre lei, a giudicare da quel poco che riuscivo a cogliere, dissertava di Marlowe e della cultura femminile.
Era l’ennesima delle affascinanti contraddizioni di mia madre. Sapeva tutto delle donne nella letteratura, ma nella pratica non nutriva grande simpatia per loro. In parte perché molte la invidiavano: per la sua intelligenza (praticamente a livello Mensa), il suo curriculum (quattro libri, innumerevoli articoli, una cattedra universitaria) oppure il suo aspetto (alta e formosa, con lunghissimi capelli corvini di solito portati sciolti e scompigliati, l’unica cosa su cui non aveva controllo). Per questi e altri motivi le studentesse si presentavano di rado a quelle riunioni, e le poche che lo facevano non tornavano quasi mai.
— Professoressa West — stava dicendo uno dei ragazzi, il classico tipo trasandato con giacca da due soldi, capelli arruffati e occhiali dalla montatura nera, un incrocio tra il modaiolo e lo sfigato — dovrebbe seriamente prendere in considerazione la possibilità di approfondire questa idea in un articolo. È molto interessante.
Osservai mia madre mentre beveva un sorso di vino e si tirava indietro i capelli con un gesto fluido. — Oddio, no — replicò con voce roca e profonda (quella di una fumatrice, anche se non aveva mai fatto un tiro in vita sua). — In questo periodo ho a malapena il tempo di scrivere il libro e almeno per quello mi pagano. Anche se “pagare” è una parola grossa.
Altre risate di adulazione. Mia madre adorava lamentarsi di quanto la pagassero poco per i suoi testi – tutti saggi, pubblicati da case editrici universitarie – mentre quelle che lei definiva “insulse storielle da casalinghe” fruttavano soldi a palate. Nel suo mondo ideale, tutti si trascinavano in spiaggia l’opera omnia di Shakespeare, magari accompagnata da un paio di poemi epici.
— Però è un’idea brillante — insistette lo sfigato occhialuto. — Potrei collaborare con lei, se le va.
Mia madre sollevò la testa e il bicchiere, lanciandogli un’occhiataccia, mentre sulla stanza calava il silenzio. — Oh — replicò — è molto carino da parte tua. Ma non faccio lavori in collaborazione, come del resto sul posto di lavoro non ho né amicizie né relazioni. Sono troppo egoista.
Malgrado la distanza, vidi lo sfigato occhialuto che deglutiva e, con il viso in fiamme, si allungava a prendere il vino nel tentativo di mascherare l’imbarazzo. Che idiota, pensai richiudendo la porta con il gomito. Come se fosse semplice entrare in sintonia con mia madre e creare un legame forte e duraturo. Ne sapevo qualcosa.
Dieci minuti dopo sgattaiolai fuori dalla porta posteriore con le scarpe sottobraccio e salii in macchina. Percorsi strade praticamente deserte, superando quartieri silenziosi e vetrine spente, finché in lontananza non spuntarono le luci di Ray’s. Benché piccolo, con decisamente troppi neon e tavoli sempre un po’ appiccicosi, in città Ray’s era l’unico posto aperto ventiquattr’ore su ventiquattro, trecentosessantacinque giorni all’anno. Da quando non riuscivo più a dormire, trascorrevo lì quasi tutte le notti a leggere o a studiare in un tavolo appartato, fino all’alba, lasciando di ora in ora un dollaro di mancia per qualunque cosa ordinassi.
L’insonnia era iniziata tre anni prima, quando il matrimonio dei miei genitori aveva cominciato a sfasciarsi. La cosa non avrebbe dovuto sorprendermi più di tanto: da che mi ricordavo, la loro unione era sempre stata burrascosa, anche se di solito litigavano più per questioni di lavoro che per motivi personali.
Erano approdati all’università locale da giovani, subito dopo il corso di specializzazione, quando a mio padre era stato offerto un posto da assistente. All’epoca aveva appena trovato un editore per il suo primo romanzo, La zanna del narvalo, mentre mia madre, incinta di mio fratello, cercava di finire la tesi. Tre anni dopo, alla mia nascita, mentre cavalcava l’onda di un successo di critica e di pubblico – il suo libro era nella lista del “New York Times” dei titoli più venduti e candidato al più importante premio letterario nazionale – mio padre dirigeva il programma di scrittura creativa, mentre mia madre era “persa in un mare di dubbi e pannolini”, come le piaceva dire di sé. Quando avevo cominciato a frequentare l’asilo, però, era tornata alla grande nel mondo accademico, aggiudicandosi un ciclo di lezioni come docente ospite e un editore per la tesi. Con il tempo era diventata uno dei professori più amati del dipartimento, era stata assunta a tempo pieno e aveva sfornato un secondo libro e poi un terzo, il tutto mentre mio padre stava a guardare. Lui si diceva orgoglioso, scherzava sempre affermando che era lei a portare a casa la pagnotta e a sfamare la famiglia. Ma poi mia madre aveva ottenuto la cattedra, che era molto prestigiosa, e lui era stato scaricato dal suo editore, cosa che invece non lo era affatto, e così la situazione aveva cominciato a prendere una brutta piega.
I litigi iniziavano sempre durante la cena, quando uno dei due faceva un piccolo appunto e l’altro si offendeva. Ne seguiva un battibecco – parole taglienti, un coperchio sbattuto – ma poi la cosa sembrava risolta… almeno fino alle dieci o undici di sera, quando d’un tratto li sentivo riprendere a discutere della stessa questione. Dopo un po’ capii che si trattava di tregue temporanee, aspettavano che mi addormentassi per poi litigare sul serio. Una notte, allora, decisi di fregarli. Lasciai la porta aperta e la luce accesa, mi esibii in un continuo andirivieni dal bagno, lavandomi le mani nel modo più rumoroso possibile. Funzionò, per qualche tempo. Ma poi i litigi ricominciarono. Il mio organismo però si era ormai abituato a restare vigile fino a notte fonda, il che significava che ero sveglia e pronta a sentire ogni singola parola.
Conoscevo un sacco di gente con genitori separati e mi sembrava che ognuno affrontasse la situazione in modo diverso: sorpresa assoluta, delusione cocente, enorme sollievo. Il denominatore comune, però, erano i lunghi discorsi con i genitori, insieme o uno alla volta o addirittura con uno strizzacervelli in terapia di gruppo o individuale. La mia famiglia, ovvio, non poteva fare eccezione. Toccò anche a me il momento del “siediti, ti dobbiamo parlare”. Fu mia madre a darmi la notizia, seduta davanti a me al tavolo della cucina, mentre mio padre si tormentava le mani, stanco, appoggiato a un mobile lì vicino. — Io e tuo padre ci stiamo separando — mi comunicò con lo stesso tono piatto e concreto che le avevo sentito usare tante volte per criticare il lavoro dei suoi studenti. — Sono sicura che anche secondo te sia la cosa migliore per tutti.
Di fronte a quelle parole rimasi sconcertata. Non provai né sollievo né delusione, ma nemmeno sorpresa. Quello che più mi colpì, mentre ce ne stavamo tutti e tre lì in quella stanza, fu la sensazione di essere piccolissima. Come una bambina. Davvero assurdo. Quell’improvvisa ondata di immaturità aveva scelto proprio quel momento topico per sommergermi, e con che ritardo!
Ero stata una bambina anch’io, certo. Ma ero arrivata quando ormai mio fratello – il neonato con più coliche al mondo, un bebè iperattivo, un frugoletto “vivace” (cioè “impossibile”) – aveva esaurito i miei. E continuava a farlo, anche se da un altro continente, girovagando per l’Europa e mandando solo ogni tanto un’e-mail con il resoconto dettagliato dell’ennesima illuminazione sullo scopo della sua vita, seguito da una richiesta di altri soldi per poterla mettere in pratica. Perlomeno il fatto che si trovasse all’estero faceva sembrare tutto più zingaresco e artistico: ora i miei genitori potevano dire ai loro amici che Hollis passava il tempo a fumare sotto la torre Eiffel anziché davanti al supermercato del quartiere. Suonava senz’altro meglio.
Se Hollis era un bambinone, io invece ero una donnina, quella che a tre anni stava seduta al tavolo mentre i grandi discutevano di letteratura e colorava i suoi album senza fiatare. Quella che aveva imparato a divertirsi da sola già da piccolissima e che aveva avuto la fissa della scuola e dei voti fin dall’asilo, perché il mondo accademico era l’unica cosa capace di attirare l’attenzione dei miei genitori. — Oh, non ti preoccupare — diceva mia madre quando uno dei suoi ospiti si lasciava sfuggire in mia presenza una parolaccia o qualcosa di altrettanto adulto. — Auden è molto matura per la sua età.
E infatti era vero, a prescindere dal fatto che avessi due, quattro o diciassette anni. Se Hollis aveva bisogno di supervisione costante, io ero quella che poteva essere trascinata dappertutto, sempre a rimorchio di uno dei miei genitori. Mi portavano ai concerti sinfonici, alle mostre d’arte, alle conferenze universitarie, ai consigli di facoltà, tutti posti in cui dovevo fingere di non esistere. Non avevo molto tempo per lo svago o i giocattoli, ma di libri invece ne avevo sempre in abbondanza.
Per via di quell’educazione facevo un po’ fatica a relazionarmi con i bambini della mia età. Non capivo i loro capricci, la loro energia, l’esuberanza con cui lanciavano i cuscini del divano in giro o correvano in bici come pazzi nelle stradine del quartiere. Sì, sembrava divertente, ma al tempo stesso era così diverso da quello a cui ero abituata che non riuscivo nemmeno a immaginare come comportarmi, se mai mi fossi trovata a partecipare a quei giochi. Comunque non se ne presentò mai l’occasione, in quanto chi lanciava cuscini o correva in bici come un pazzo di solito non frequentava i corsi avanzati delle rigorosissime scuole private che tanto piacevano ai miei genitori.
Negli ultimi quattro anni, infatti, avevo cambiato scuola tre volte. La mia permanenza alla Jackson High era durata solo un paio di settimane. Poi mia madre, notato un errore di ortografia e perfino uno di grammatica nel programma di inglese, mi aveva trasferita alla Perkins Day, una scuola privata locale. Era più piccola ed esigente dal punto di vista scolastico, ma mai quanto la Kiffney-Brown, la scuola indipendente a cui dovetti iscrivermi al penultimo anno. Fondata da alcuni ex professori del luogo, era un posto d’élite – un centinaio di studenti al massimo – e puntava su classi piccole e un forte legame con l’università locale, dove era già possibile seguire dei primi corsi e ottenere crediti in anticipo. Avevo stretto qualche amicizia alla Kiffney-Brown, ma l’atmosfera ultracompetitiva e le tante ore di studio autonomo rendevano piuttosto difficile creare legami profondi.
Non che ci tenessi poi molto. La scuola era la mia consolazione e lo studio mi permetteva di evadere e vivere mille ...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Capitolo 1
  4. Capitolo 2
  5. Capitolo 3
  6. Capitolo 4
  7. Capitolo 5
  8. Capitolo 6
  9. Capitolo 7
  10. Capitolo 8
  11. Capitolo 9
  12. Capitolo 10
  13. Capitolo 11
  14. Capitolo 12
  15. Capitolo 13
  16. Capitolo 14
  17. Capitolo 15
  18. Capitolo 16
  19. Capitolo 17
  20. Capitolo 18
  21. Capitolo 19
  22. Ringraziamenti
  23. Copyright