Addio, a domani
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Addio, a domani

La mia incredibile storia vera

  1. 184 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Addio, a domani

La mia incredibile storia vera

Informazioni su questo libro

Il romanzo sincero, potente, di una giovane donna che a soli vent'anni ha vissuto molto piú di una vita.
«Questa storia avrei voluto scriverla dicendo: io. Perché è la mia. A mano a mano che ci entravo, però, mi sono resa conto di non riuscirci - troppo difficile, troppo doloroso. Ecco perché l'ho scritto dicendo: lei. Sabrina. Una ragazza napoletana afrodiscendente che un bel giorno decide di fare i conti con il tempo, di aprire certi cassetti della memoria e di ordinarne il contenuto sul letto, come quando si parte per un viaggio e si prepara la valigia. Ecco, io ora vi chiedo di partire con me. Abbiate fiducia. Datemi la mano».
Sabrina Efionayi ha due madri. Una è Gladys, la sua madre biologica, che è nata in Nigeria ed è venuta in Italia a diciannove anni per lavorare e sostenere la famiglia rimasta a Lagos; non sapeva che il suo mestiere sarebbe stato vendere il proprio corpo. L'altra è Antonietta, è napoletana, e non immaginava che un giorno Gladys avrebbe attraversato la strada tra le loro case e le avrebbe messo in braccio Sabrina, chiedendole di occuparsi di lei, di diventare sua madre. Non lo immaginava, ma quando è successo ha accettato. Da quel momento Sabrina si è ritrovata in una situazione speciale, perché i rapporti con la sua madre biologica, con le sue origini, non si sono interrotti, e cosí lei è cresciuta tra Castel Volturno e Scampia, tra Prato e Lagos, cambiando famiglia, lingua, sguardo e cultura, in costante ricerca di un centro di gravità. Un'identità complessa, la sua, che già il nome racconta: Sabrina, come la figlia dell'aguzzina di Gladys, scelto per compiacerla; Efionayi, come un uomo che non è il padre, ma che le ha dato un cognome.

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Informazioni

Editore
EINAUDI
Anno
2022
Print ISBN
9788806252885
eBook ISBN
9788858439425

1.

Domenica 23 novembre 1980 un violento terremoto colpisce l’Irpinia causando quasi tremila morti e piú di trecentomila sfollati. Molte famiglie napoletane le cui case non sono piú agibili vengono ospitate prima in appartamenti e alberghi vicini alla stazione e poi spostate in certi palazzi enormi appositamente costruiti a Scampia di fronte al carcere di Secondigliano. Schiere di condomini grigi alti tredici piani, tutti uguali, tanto che per distinguerli bisogna affidarsi ai panni stesi e ai vasi alle finestre. Ogni tanto passa un furgoncino che vende pizze fritte: la voce dell’uomo la sentono anche ai piani alti. Dal lato opposto dei palazzi c’è un campo da calcio, luogo di ritrovo di giovani e ragazzini. Nel secondo palazzo da sinistra abita una famiglia arrivata da Sant’Antonio Abate – o buv’r a cui è stato assegnato un appartamento con cinque camere.
Partiamo da qui. Da questa famiglia. Un padre, una madre e un pugno di figli.
Tra di loro c’è Nando. Nando si sposa con Maria che ha poco piú di vent’anni. Non avendo una casa in cui andare a vivere quando nasce il primo figlio, Salvio, restano nell’appartamento di Secondigliano con i genitori, i fratelli e le sorelle. Salvio cresce tra nonni e zii: una bella famiglia, calorosa, unita. Ma quando alla coppia nasce un secondo figlio, Luca, a quel punto le pareti si stringono. Al netto dell’amore e della generosità, con l’arrivo di Luca la casa diventa piccola anche per una famiglia tanto affiatata: troppe vite ammucchiate una sopra l’altra. Nando e Maria devono decidere che fare. Ed è per questo che una sera, in auto, di ritorno da Castel Volturno, dove nel frattempo è andata a vivere Nunzia, una delle sue sorelle, Nando afferra la mano di Maria e le dice: – Ascolta, voglio comprare un terreno. Costruire una casa.
– Un terreno? Ma che dici, dove?
– Dove sta Nunzia. Al Villaggio.
Il villaggio di cui parla è il Villaggio Coppola, una frazione di Castel Volturno sorta disordinatamente a partire dai primi anni Sessanta. Per molto tempo il lungomare del Villaggio ha ospitato le famiglie dei militari americani della base Nato di Napoli diventando il sogno di ogni vacanziere alto borghese: belle spiagge e aria pulita. Poi le famiglie americane sono andate via e hanno iniziato ad arrivare quelle napoletane.
Quella sera, tornando in città, Maria, che è nata e cresciuta nel cuore di Napoli, guarda suo marito come se lo vedesse per la prima volta. Andare a vivere a Castel Volturno significa lasciare la sua storia, le sue amicizie, la famiglia. Significa ricominciare da capo. Si guarda attorno e pensa a cosa comporterebbe quella scelta.
– Ma se ci trasferiamo, – dice incredula, – significa che i nostri figli non cresceranno a Napoli –. Le sembra un pensiero enorme, quasi irreale.
– E allora?
– E allora… a me Napoli piace.
– Ma che dici, Maria –. Mentre guida, con i fari che illuminano la strada, Nando scuote la testa. – A Napoli si soffoca. Secondigliano è come le sabbie mobili, se ti muovi ti inghiotte. Napoli è tutta vicoli e cemento. A me piace respirare. Mi sono sempre piaciuti gli spazi aperti. Io voglio costruire una casa tutta per noi, per noi e per i nostri figli. Che vivano con l’aria buona. A Castel Volturno questa cosa si può fare. Fidati, Maria. È la cosa migliore.
Mentre viaggiano, il sole che tramonta sul mare, i bambini che sonnecchiano cotti dalla salsedine, Maria chiude gli occhi. Pensa al terremoto del 1980, pensa alle baracche in piazza Mercato, alle condizioni di vita insostenibili, al padre esausto che andava in Comune e s’attaccava alle finestre. Se lo ricorda arrampicato sui muri, con le mani strette alle ringhiere, gridare: – O ci date una casa, o j’ m’ jiett’ abbasc’! – Ecco quanto conta una casa. Se c’è una cosa che non deve mancare nella vita di un uomo, di una donna, di una famiglia, è un posto da chiamare casa, un luogo in cui sentirsi accolti e che sappia sorriderti e far sentire protetti i tuoi figli. Maria pensa che Nando ha ragione. Ed è cosí che all’improvviso spalanca gli occhi, con le parole del marito piantate in testa, Luca in braccio e lieve, in sottofondo, il respiro placido di Salvio sdraiato sul sedile.
– Facciamolo, – risponde Maria. – Facciamo casa al Villaggio.
Nando lavora per un’impresa edile. Passa gran parte del tempo fuori città e ogni mese torna a Napoli solo per un paio di fine settimana. Tutto ciò che guadagna lo aggiunge ai soldi che i genitori gli hanno prestato per acquistare il terreno, un appezzamento come voleva lui, dove voleva lui, non distante dalla casa di sua sorella Nunzia. Un posto che in spiaggia ci vai a piedi. Una via tranquilla dietro a uno dei ristoranti piú in voga. Una zona verde, con tanti alberi, lontana dalla strada principale quanto basta per non essere infastiditi dal traffico. I supermercati vicini.
Ed eccoli, alla fine degli anni Novanta, sotto il cielo azzurro di Castel Volturno c’è Maria piegata sulle ginocchia, con un abito estivo, largo, intenta a lavare i bambini dentro un’enorme bacinella blu; le risate di Luca e Salvio, i colpi di martello e di spatola di Nando e di chi lo aiuta. Tutto ciò che Maria porta con sé, durante quei fine settimana di lavori, sono quella bacinella enorme e un forno elettrico: il necessario per bivaccare una giornata prima di tornare a Secondigliano dopo aver tirato su un muro, piastrellato un balcone, interrato dei tubi. Quando nasce Davide, il terzo figlio, la casa è praticamente finita. Sono stati anni difficili, sono persino stati lí lí per mollare, ma alla fine ce l’hanno fatta e gli occhi di Salvio, Luca e Davide che luccicano di affetto per quello spazio, per quell’aria, valgono ogni goccia di sudore versato.
Di fronte a loro, dall’altra parte della strada, abita una coppia anziana. È una villa a due piani di un bianco sbiadito con ampie macchie di muffa formatasi negli anni a causa dell’umidità. Le persiane sono di un rosso acceso. Il giardino è grande, ma le piante sono malate perché nessuno se ne prende cura. In ogni caso, Nando e Maria fanno appena in tempo a imparare i loro nomi che gli anziani si trasferiscono. Non si creano ricordi, con quei vicini, succede tutto in fretta. Al posto loro arriva una coppia di nigeriani, Joy e Frank. Risiedevano già in zona e Maria e Nando sanno chi sono, ma giusto quanto serve per dire «buongiorno» e «buonasera». Sono loro coetanei, hanno una figlia che si chiama Sabrina, poco piú grande di Luca, ed è chiaro come tirano a campare, perché a casa loro vivono altre persone, soprattutto giovani provenienti da Paesi africani, ragazze che vanno e vengono, che arrivano a ogni ora del giorno e della notte con uomini appresso, maschi bianchi. Nessuna di loro parla bene l’italiano e di solito è Joy a tradurre. Joy che le comanda a bacchetta. Joy che non le lascia quasi mai sole e ogni volta che rincasano è lí, fuori dalla porta, ad aspettarle.
Prostituzione, ecco cosa.
Nando e Maria l’hanno capito.
Ci sono sere, soprattutto quando fa caldo, che dalla villa arriva un frastuono impossibile: musica, voci. La polizia, chiamata dai vicini, interviene piú di una volta. Ma anche se le acque si calmano per brevi periodi, non c’è molto da fare: la burrasca torna a farsi sentire. Una notte, rigirandosi inquieto fra le lenzuola, i suoni dell’ennesima festa che si insinuano tra le fessure delle finestre, Nando si chiede se ha fatto bene a trasferirsi lí. Lui mica lo sapeva quanto stesse cambiando il Villaggio. E a dirla tutta, manco sua sorella Nunzia se n’era accorta. Il dolore e la povertà che speravano di essersi lasciati alle spalle sono di nuovo lí che bussano alla porta. Tanto quanto d’estate c’è il mare, lo splendore delle palme lungo la darsena, i ristoranti di pesce e le passeggiate. Ma d’autunno e d’inverno, quando i turisti se ne sono andati e c’è molta meno gente, ogni piccolo difetto emerge con livore e crudeltà.
Le ultime ragazze arrivate nella casa di Joy e Frank hanno tutte sui vent’anni, sono scontrose, arrabbiate, riservate. Solo una di loro, quando incrocia Maria, le rivolge un sorriso timido e un saluto. Maria ricambia.
La ragazza si chiama Gladys.
È nigeriana. Ha diciannove anni. Indossa sempre abiti larghi.
Quando Davide compie due anni Nando e Maria vorrebbero organizzargli una festa, ma non conoscono molte famiglie con bambini in quella zona e allora invitano Sabrina, la figlia di Joy e Frank, pensando di fare una cosa buona, che fare amicizia possa essere il modo migliore per convivere. Alla festa di Davide, insieme a Joy e Sabrina, arriva anche quella ragazza nuova, Gladys. I bambini, per la maggior parte cugini, figli dei fratelli e delle sorelle di Nando e Maria, le girano intorno rincorrendosi e dando calci ai palloncini colorati. Maria si accorge che Gladys li guarda con curiosità: nota i sorrisi pieni di denti minuscoli, le labbra sporche di cioccolato, gli occhi gonfi di emozione a ogni regalo scartato.
Mentre stanno distribuendo la torta Nando le passa accanto e vede che ha lo sguardo perso. – Gladys.
– Sí?
– Tutto bene? Vuoi mangiare qualcosa?
Nessuna risposta.
Nando si stranisce, non aggiunge altro e va da Maria scrutando la ragazza nera di sottecchi, dice: – Senti, ma secondo te ha vergogna? Mi sembra a disagio?
– Chi?
– Gladys. È lí chiusa in un angolo. Vedi un po’ se vuole qualcosa… a me non dice niente.
– E ci credo, con tutta ’sta gente che non conosce. Aspe’, mo le porto io un piattino –. Maria taglia una fetta di torta e prende una forchettina, si avvicina alla ragazza e dice: – Non vuoi mangiare qualcosa? Non hai preso niente.
Gladys fissa il piatto, sta per fare un sorriso, ma d’un tratto cambia espressione e la faccia si accartoccia in una smorfia di disgusto. – No… scusa, grazie.
Maria nota in lei qualcosa di strano e familiare, poco piú che una sensazione. – Non ti piacciono i dolci?
– Mi piacciono.
– E allora perché non lo vuoi?
Gladys scuote la testa. – Non ho fame.
– Stai male?
– No no, sto bene, – mormora Gladys, abbassando lo sguardo imbarazzata.
È allora che Maria lo intuisce: quella espressione nauseata, quel maglione largo che nasconde il corpo, le mani delicatamente appoggiate al ventre. La osserva da capo a piedi e si specchia nella sua tenerezza, quella fragilità che conosce bene, che lei ha già affrontato tre volte. Capisce cosa sta succedendo. Le appoggia una mano sulla spalla.
– Gladys, – dice abbassando la voce. – Aspetti un bambino?
L’imbarazzo negli occhi della ragazza diventa terrore. Gladys scuote la testa e prova a negarlo, dice che no, non è vero, ma lo dice con una foga tale che è evidente che sta mentendo. Maria insiste, e forse è l’amore da madre che brilla nei suoi occhi che scioglie la paura di Gladys e fa affiorare le lacrime. Gladys si guarda intorno, si china su di lei e la implora di non dirlo, di non dirlo a nessuno, di evitare che lei lo venga a sapere.
– Chi?
– Joy, – dice Gladys tremando. – Non vuole che tenga il bambino. Ti prego, non dirlo a Joy.

2.

Ricordi i piedi sulla terra arida del tuo villaggio? Lí dove sei nata, a Benin, nello stato di Edo. Avevi sette anni e ti fermavi spesso a osservarli, nudi e piccoli, ricoperti di polvere gialla. Sentivi il calore della terra sotto le piante dei piedi, chiedendoti per quanto saresti riuscita a resistere, immobile, prima che il calore diventasse insostenibile. Prima per te era tutto un gioco, non avevi motivo di pensare che quegli istanti di calore sarebbero svaniti, che ben presto avresti fatto i conti con il mondo, già da bambina, perché quando la vita ti prende a schiaffi non è che ti chiede quanti anni hai. Quei momenti vuoti in cui non pensavi a nulla li avresti portati con te a lungo. Fermavi il mondo intero, ti inginocchiavi e fissavi gli insetti camminare in fila, li proteggevi con la mano creando un ombrello d’ombra. Le persone ti passavano accanto e non ti aspettavano, perché nel villaggio dov’eri cresciuta, quello di tua madre, tutti si muovevano in fretta.
Anche gli altri bambini correvano, ti giravano attorno e urlavano il tuo nome in benin, il nome che aveva scelto tuo padre: Esosa – dono di Dio. Loro ti chiamavano ma tu non li sentivi, persa tra i tuoi pensieri, cosí piccola e cosí distratta dalle cose del mondo. Eri curiosa. Alzavi lo sguardo e lo spostavi dai piedi all’enorme palla di fuoco sopra la tua testa, tenendo gli occhi aperti finché non iniziavano a lacrimare. Scuotevi il capo appena rasato per l’inizio della scuola. Aprivi le braccia e lasciavi che gli altri bambini ci si scontrassero correndo. Con il calore della terra ancora imp...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Addio, a domani
  4. Prologo
  5. 1.
  6. 2.
  7. 3.
  8. 4.
  9. 5.
  10. 6.
  11. 7.
  12. 8.
  13. 9.
  14. 10.
  15. 11.
  16. 12.
  17. 13.
  18. 14.
  19. 15.
  20. 16.
  21. 17.
  22. 18.
  23. 19.
  24. 20.
  25. 21.
  26. 22.
  27. 23.
  28. Epilogo
  29. Il libro
  30. L’autrice
  31. Copyright