Prendi, María: la birra. Perché? Perché brindiamo? Ma chi è che ha ordinato una birra alla spina? Oggi birra?!, già che ci siamo meglio ordinare un calice di vino. O champagne, come i francesi! Tutti questi arrivano da là! Tre birrette! Ma come mi sono ridotto per farmi vedere in giro con voi? Quasi quasi me ne torno a casa a piangere! Allora perché brindiamo! Per quello che verrà. Davvero ti vuoi fidare di uno che nei momenti peggiori se l’è data a gambe? Una birra piccola, un’altra, una media che nel brindisi con i bicchieri piccoli si versa – solo qualche goccia – sulla mano di un altro, un calice di vino, qualcuno avvicina una bibita analcolica. Porta sfortuna! Chi ha ordinato un succo d’uva? Siamo a una festa, cazzo, non a un funerale. Un succo d’uva. Quanti anni hai? Ehi, bella, la mamma ti lascia uscire da sola? Vorrai mica portare sfiga al nostro Paese. Ne vuoi un’altra? Dài un altro brindisi! A noi! Dov’è finita la solidarietà? A noi e agli altri! A noi e ai compagni che oggi non sono potuti venire. Alla ragazza dietro il bancone! Soprattutto a lei, la ragazza del bancone! Il vetro contro il vetro contro il vetro, una mano – peli sulle falangi, bianco il bianco delle unghie, il cinturino di pelle dell’orologio un po’ frusto – si unisce al brindisi dal gruppo di lato, al bancone si mescolano amici e sconosciuti. María allunga il suo stuzzicadenti – a loro non hanno dato nessuna forchetta – fino a un piatto di crocchette, pur sapendo che appartiene ad alcuni uomini con i baffi, tutti simili fra loro, fa fatica a distinguerli con quelle criniere e barbe e giacche identiche; infilza una crocchetta, ne infilza un’altra dopo un po’, un’altra ancora, finché la forchetta di uno degli uomini cozza contro il fondo del piatto e, quando alza gli occhi, ci trova lei, che mastica.
– Ehi, qui c’è una ladra!
A María scappa una risata nervosa, la bocca ancora piena di besciamella e di pezzetti di carne, e lo sconosciuto la guarda e ride anche lui, insieme a lei. La sua reazione si chiama cerimonia: imita un inchino verso María, le bacia la mano – lo stuzzicadenti ancora nel pugno chiuso di lei, la saliva di lui sul dorso –, chiede alla cameriera un altro piatto di crocchette, apposta per la signorina. María risponde di no, che figura!, che si paga senza problemi l’ordinazione; nel bar c’è odore di sottaceti, sudore e sigarette. Fumano gli uomini del gruppo delle crocchette; tutti con lo sguardo addosso a lei, il corpo verso gli amici e il viso verso di loro. Alla fine si volta, come se gli altri la reclamassero. Non la stanno chiamando, quasi non le hanno parlato, ma prova la sensazione strana di dovergli un po’ di attenzione. In realtà non si era confusa: con la prima crocchetta, sí, perché credeva l’avesse ordinata Pedro, ma non con la seconda, quando aveva capito che gli uomini lí vicino – le loro mani senza segni di infortuni, le unghie tagliate con cura – mangiavano da quel piatto. Allora aveva osato infilzarne una, altre due, pensando che con quel gesto ristabiliva una rara giustizia.
– Ma vieni, bella. Vieni a brindare anche con noi.
María osserva l’uomo che le sta parlando: il contrasto tra i capelli neri, ricci e folti, e i baffi sottili, come stentati, qualche peluzzo da un lato e altrettanti dall’altro. Osserva anche la traiettoria dei suoi occhi: la guarda in viso, l’uomo, guarda anche il suo corpo, si sofferma anche sulle mani. E ci troverà la pelle screpolata, che si solleva intorno alle unghie senza smalto, mentre lui cercava, immagina, un anello. María ha già vissuto la stessa scena altre volte, e sa come va a finire, cosí sorride e si volta verso il suo gruppo. Passa un braccio intorno alla vita di Pedro, e gli dà un bacio sulla guancia. Sente le voci degli uomini accavallarsi, forse un commento su di lei che non riesce ad afferrare. Prendi, María: la birra. Ho visto che avevi il bicchiere vuoto, ne volevi un’altra, no? Oggi dobbiamo festeggiare. È un giorno speciale! Glielo dicono tutti gli amici che si sono ritrovati in un quartiere che conoscono ben poco: alcuni perché lavorano lí vicino e l’attraversano a piedi molto presto o molto tardi, e altri perché nei giorni liberi ogni tanto vanno in centro, come turisti nella loro città. Non ricorda chi era stato a proporlo durante l’ultima riunione: se vincono, venerdí si festeggia, vero? Non il giorno stesso, per non mancare dal lavoro, ma venerdí sí, assolutamente. In un bar vicino all’ufficio, dato che il capo ci ha fatto la sorpresina di trattenerci fino a tardi perché oggi c’è la chiusura di fine mese. E di cosa ti lamenti, signor ministro, che qui sei l’unico a lavorare in giacca e cravatta! Ancora un brindisi? A noi, certo! María c’è andata perché gliel’ha chiesto Pedro: altrimenti, non si sarebbero piú visti fino alla settimana successiva, e inoltre lei partecipa a tutte le riunioni del gruppo, e quando nel comitato hanno bisogno di qualcuno che cucini nelle giornate conviviali o pulisca dopo qualche giro di bevute, lei si offre sempre. I primi tempi a molti di loro non andava giú, perché preferivano vedersi senza mogli e figli, ma qualcuno aveva chiesto chi puliva se non lo faceva lei, cosí l’avevano accettata. Se la butti giú d’un fiato pago un altro giro a tutti. A chi è venuto in mente di ordinare un calice di rosso? Cos’hai ereditato, ragazzo? Il Marchesato della Pistola a spruzzo? No, io sono il Granduca del Cambio veloce.
Nessuno di loro milita in un partito, ad alcuni, però, piace pensare che fanno politica, a loro modo; altri, semplicemente, amano parlarne, una maniera di sentirsi utili a qualcosa che non sia solo il lavoro meccanico. Li aveva avvertiti Pedro in un discorso memorabile, durante un pranzo con riso alle verdure: pensate al giorno in cui tutti quelli là, capi e capoccia, si renderanno conto che pensiamo con la nostra testa. Alcuni hanno votato per il Psoe, e altri hanno votato comunista; Pedro, lei stessa, forse qualche altro compagno per via dell’espressione amareggiata quando i loro occhi si incontrano durante il brindisi, e per la loro risolutezza la settimana prima, nell’esporre al bar i propri dubbi sul programma di Felipe González. María ha ben chiaro che loro non hanno vinto, lo aveva detto a Pedro la sera prima, al telefono, ma si consola con la felicità degli amici di Pedro: non amici suoi. Non ricorda nemmeno in che occasione li aveva incontrati la prima volta: quando aveva conosciuto Pedro ovvio che sí, ma non la prima riunione a cui aveva partecipato il tale, o quando il tal altro era entrato a far parte della loro compagnia. Alcuni appartenevano a un gruppo della parrocchia, che si era sciolto quando gli avevano cambiato il prete; Pedro si era iscritto al comitato di quartiere perché lo aiutassero con i problemi che aveva in casa. Con il tempo María aveva cominciato ad andare con lui alle riunioni, perché aveva molte domande, e ci andava anche il vicino di sopra, che l’aveva aiutato con le pratiche per lo stipendio di suo fratello, e quindi poteva tornare utile per dare una mano con la burocrazia.
Per loro, María costituisce una presenza fissa, ma la trattano sempre come un’estensione di Pedro. Il gruppo si era abituato a proseguire le riunioni nel bar vicino al comitato, e presto erano passati ad altri argomenti: rifare l’asfalto in questa o quella strada, volontari per gestire le richieste di sussidio in favore di vedove, orfani e disabili, non perderti il tal libro, il tal film, il tale ellepí. Se non aprivano bocca quando il capo gli faceva una scenata per non perdere il lavoro, come potevano trovare consolazione nel mondo della fantasia? Alcuni ci riuscivano, altri si sentivano impostori, altri ancora non reagivano e si fingevano entusiasti per non fare brutta figura. C’era anche chi riteneva che tutte quelle cose li distogliessero dalla vera lotta, e insistevano per fare il grande passo: militare in un partito, sindacalizzarsi, cambiare davvero il mondo.
Quella sera alcuni avevano fatto ritorno nel loro quartiere e loro erano rimasti quattro in tutto: Alfonso, Víctor, Pedro, e anche María. Víctor era entrato nel bar al grido «che nottata!», e Pedro lo aveva accolto con una birra media. Gli si erano sporcate le labbra di schiuma: Víctor arrivava sempre per ultimo, e María ormai pensava che lo facesse apposta per godersi un ingresso trionfale, da grand’uomo. Era il piú giovane di tutti, il piú ingenuo, anche il piú alto. Avevano smesso di fargli scherzi perché ci cascava sempre. I genitori si erano trasferiti nel loro quartiere negli anni Cinquanta, da un paese dell’Estremadura, e lui era nato lí a Carabanchel; nelle riunioni questo gli accordava un vantaggio rispetto agli altri. Per quelle strade lui ci aveva scorrazzato da bambino, pensavano tutti, e quindi chi osa mettere in discussione quello che fa, dirgli come comportarsi?
– Pensaci. Un governo di sinistra, socialista, nella nostra democrazia. Con la maggioranza assoluta. Con l’appoggio dei lavoratori. Un giorno qualcuno lo racconterà, o no?
– Víctor, benvenuto nel mondo reale. Toc toc! – Alfonso accosta le nocche alla testa dell’amico. – C’è qualcuno in casa? Guarda il giornale. Qui dice: 29 ottobre 1982. Lo stanno già raccontando. Sui giornali, alla radio. Non si sente altro in giro.
– Sí, d’accordo, ma le notizie tra due giorni le avremo già dimenticate, invece i libri e i film lo racconteranno ai nostri figli, ai nostri nipoti, noi del resto sappiamo come sono andate le cose grazie ai film.
– E chi lo racconterà, Víctor? Io e te siamo appena usciti dal lavoro, abbiamo le domeniche libere, ma tu hai famiglia, ad Alfonso piace andare in campagna con i suoi suoceri, e io ho il mio daffare. Quando troveremmo il tempo di sederci e raccontare la nostra storia? Davvero ne saremmo capaci? Sai che mi imbroglio se devo scrivere. Non ho tempo, e non lo so fare. Sai che mi ha dovuto aiutare Juan José a chiedere quello che spettava a mio fratello…
– Davvero pensi che a qualcuno possa interessare quello che hai da dire tu, Pedro? Gli interesserà quello che avranno da dire loro. Questo, questo e questo: i tizi della foto sul giornale. Lascia perdere, perché non sono come noi. Questi hanno studiato, tanto per cominciare. Quanta gente della nostra età conosci che ha fatto degli studi? E non dire il corso che ha fatto la moglie di Víctor. Parlo di studi veri: l’università, con tutti i suoi anni e le sue materie, e le loro famiglie che hanno tirato fuori i soldi. Quanta gente della nostra età conosci che ha studiato a parte i tuoi capi? Guarda che nemmeno Juan José in ufficio lo trattano come i suoi colleghi. Questi qua, quelli sul giornale: questi sono i nostri capi.
– E allora non sono dei nostri, Alfonso. Sono nostri nemici.
– Questi sarebbero i nostri capi, Pedro? Lottano per le stesse cose per cui lottiamo noi. Guadagnare quello che mi merito per il mio lavoro, non essere costretto a fare piú ore del previsto, garantire ai miei figli la stessa istruzione degli altri. Dobbiamo dargli un voto di fiducia.
– Sto pensando a quello che dicevi, Víctor: qualcuno che lo racconta tra qualche anno. Gli interesserà quel che succede lí, nella foto, o no? E quello che succede a loro. Non penso proprio che possano interessare a nessuno le cose che diciamo noi qui, in un bar. E se lo raccontano, in che modo? Lo faranno i tuoi figli, i tuoi nipoti? Ti ricordi del libro di cui abbiamo parlato l’anno scorso? Quello del buon selvaggio. Un povero lavoratore ignorante, bonaccione, affamato. Intercambiabili: non fa differenza da dove veniamo o qual è la nostra storia. Io ho lo stesso ruolo che hai tu. Non è cosí?
– Senti, Pedro, non ho capito molto bene cosa vuoi dire, allora. Che i miei figli non saranno come me?
– Piú o meno. Se studiano, se vanno all’università, saranno diversi da te. Se lasciano il quartiere, se hanno un lavoro migliore, la loro vita sarà diversa. Non sei d’accordo, Víctor? Tua moglie, che se n’è andata dal paesello, anche se ci tornate ogni tanto, si comporta come le altre donne che sono rimaste là? Come parla quando parla di loro?
– Cazzo, Pedro. È venerdí sera. Non puoi bere e basta? Certo che mia moglie non è come le sue cugine. Mia moglie è venuta qui. È un’altra cosa.
– E infatti: chi scrive sui giornali? Chi parla al Congresso? Se lo facciamo cosí, staremo usando lo stesso linguaggio dei nostri nemici.
– Di nuovo… Sei convinto? Questa notizia, la leggo e la capisco: Felipe González Márquez, quarant’anni, che sarà con ogni probabilità il nuovo presidente del Governo spagnolo, ha affermato stamattina, durante la sua prima dichiarazione alla nazione dopo la vittoria… Dimmi quale parola non capisci, anche se non hai studiato e lavori da un ferramenta. Quello che spesso non capisco io, invece, sono i libri di cui parlate durante le riunioni. Me li presti, li sfoglio sull’autobus, ma non li capisco. In che lingua scrivono? Di cosa parlano? Che mi facciano vedere le mani quelli che li hanno scritti: le hanno mai usate per lavorare? Lavorare: non prendere una penna o pestare su una macchina per scrivere. Quale sarebbe il linguaggio del nemico, se nemmeno quella che dovrebbe essere la mia gente vuole farmi capire cosa sostiene…
– E chi è il nemico? Questi in prima pagina? María, dài, dagli una regolata che Pedro si sta incavolando. Sii un po’ piú sportivo, caspita.
Fino a quel momento, María ha assistito in silenzio alla conversazione: un sorsetto di birra, una fetta di chorizo sul pane, mentre ascolta riempie il tempo bevendo e mangiando. Non sa se intervenire, anzi sa che non deve parlare: preferisce evitare il disagio di Pedro e lo stupore degli altri; è già tanto se è riuscita ad andare con loro, e a non restare chiusa in casa. María ha preferito il silenzio, come sempre; partecipa a riunioni e assemblee, si segna i titoli dei libri che vengono menzionati e li prende per leggerli, si segna le idee in quaderni che ammucchia sul mobile del soggiorno, non alza mai la mano. In casa è diverso: con Pedro discute di politica, e discute non tanto di cosa sta succedendo ora, ma di cosa succederà dopo. Pensa che ha una figlia. Cosa vedrà sua figlia nella vita? Cosa accadrà a sua figlia quando avrà l’età che ha lei ora? Negli esempi, tuttavia, preferisce ricorrere ai figli degli altri: che vita toccherà ai figli di Alfonso, a quelli di Víctor? Anche per loro sarà un problema pagare il mutuo, o addirittura una birra alla spina il venerdí sera? Saranno preoccupati per il modo in cui verrà raccontata la loro storia? Quando Pedro riporta le sue idee – non quelle sue personali, ma quelle che gli espone lei – ai suoi amici, e nota in loro il rispetto, María si inorgoglisce, perché lo prende come una specie di riconoscimento per il suo pensiero, anche se nessuno sa che è il suo pensiero.
– Non è tanto contento. Devi capirlo… Pedro non si fida del tutto.
María si guarda intorno. La discussione prosegue, ma per lei ora – dopo il suo intervento – è diventata un rumore di fondo. Conta tre donne in tutto il bar: una tra la cucina e il bancone, cinquant’anni e rotti, macchie sul grembiule, sospetta che sia la moglie del proprietario; un’altra ragazza giovanissima, seduta a un tavolo con un gruppo di ragazzi della sua stessa età – poco piú che ventenni, universitari che spiluccano qualcosa prima di andare a scatenarsi –; e lei stessa che di anni ne ha trentatre, e oggi ha sacrificato le ore di sonno per unirsi ai festeggiamenti. Non ci sono nemmeno molte donne nel comitato di quartiere, e ricorda che anche quelle poche che partecipano alle riunioni – compresa lei, con Pedro – ci vanno in coppia, e non parlano mai. Delle cose che dice a Pedro, parla anche con altre donne, una o due per volta: mai troppe tutte insieme, sempre nel soggiorno di una casa, a volte mentre un neonato piange o una bambina gioca sul pavimento. L’atmosfera è la stessa delle prime riunioni, dopo che aveva conosciuto Pedro, quando lui lavorava ancora nella fabbrica con il marito di sua cugina, e una domenica lo aveva sentito parlare di solidarietà tra gli operai; da allora aveva cercato di sedersi vicino a lui.
Cosa accade a quelle donne non lo deve sapere nessuno. Il nemico per loro è il capo: quello che ha piú soldi, piú potere, che gli cambia l’orario senza chiedere la loro opinione, che le guarda dall’alto in basso. Il nemico è il capo, ed è la moglie del capo, ed è la figlia del capo. Ma il nemico è anche, lo aveva detto una volta Loli, l’uomo che dorme con loro. Siamo qui, spiegava, a recitare davanti al mondo la parte delle care amiche che bevono un caffè e commentano le nozze delle vip, perché i nostri mariti non sopporterebbero di sentirci: sarebbero i primi a proibirci di parlare. La figlia minore di Conchita teneva da parte per loro dei volantini dell’università: divorzio, aborto, femminismo. Quante volte hai partorito, Loli? Non avresti preferito non rimanere incinta cosí spesso? Conchita, davvero aspetterai che muoia tuo marito per vivere come ti pare? Perché tu, piú forte e intelligente di lui, sei dovuta restare a casa a crescere i tuoi figli, e non sei andata a guadagnarti il pane che mangi? Stessa cosa Irene, che al paese lavorava nei campi – alcune cicatrici, non tutte della zappa che suo fratello le aveva insegnato a usare di nascosto dal padre – e nella città in casa, a porte chiuse, e che se decidesse di divorziare non saprebbe come mantenersi. Hanno provato ad aiutarla, ma non sanno come: in nessuna delle loro case c’è posto per una donna sola con i suoi figli, né i risparmi di tutte loro insieme basterebbero per un appartamentino o un avvocato per la causa di divorzio, e non lo esprimono a parole, ma nemmeno vogliono – María si vergogna di quella sensazione – diventare il bersaglio della rabbia del marito, di cui Irene ha parlato tanto. Di María parlano meno, perché a lei pesa. Le donne abitano nella stessa strada e parlano di queste cose; la figlia di Conchita spiega loro con affetto quel che non capiscono, a volte María tiene i figli di Loli se sente rumore nell’appartamento – porta a porta –, badano tutte molto – come possono – a Irene, la piú ...