PAPRIKA EBOOK
© ebook 2013 Scritturapura Casa Editrice
Via XX Settembre126, Asti
Tutti i diritti riservati
Titolo originale dell’opera
“Uçurtmayı Vurmasınlar”
Traduzione dal turco di Şemsa Gezgin
Cura redazionale di Walter Bergero
In copertina illustrazione di Marco Avoletta
Opera pubblicata con il supporto del Ministero della Cultura
della Repubblica di Turchia nell’ambito del progetto TEDA
www.scritturapura.com
Feride Çiçekoglu
Non sparate agli aquiloni
Traduzione di Şemsa Gezgin
Nel luogo dove ho conosciuto Barış non c’erano fiori, “né un platano con la testa fra le nuvole”. Non ci poteva entrare nemmeno il venditore di ciambelle al sesamo, la voce piena di brio. Nel cortile di pietra si posavano soltanto gli uccelli, qualche volta. Barış mi ha insegnato a salire sulle loro ali e a volare per i prati. Nelle sue parole, infantili e mal pronunciate, il sogno e la realtà s’intrecciavano a tal punto che gli orrori del mondo scivolavano via dal nostro squarcio di cielo. Ecco, io così ho imparato a far volare gli aquiloni immaginari in quel cortile.
Non perché fosse l’anno della pace gli avevano dato il suo nome, né per augurare la fine di tutte le guerre. Ma era il nome di un musicista che piaceva a suo padre: solo per questo l’avevano chiamato così.
Se il significato del suo nome avesse abbracciato il mondo, Barış non sarebbe certo cresciuto sulla pietra. Ma questo non lo sapevano né sua madre, né quelle come lei. Se l’avessero saputo, noi che eravamo costrette ad avere nostalgia del cielo perché i bambini potessero “mangiare le caramelle”, probabilmente non avremmo raggiunto i prati soltanto sulle ali degli uccelli.
Sia coloro che conoscevano il motivo per cui si trovavano in quel luogo, sia coloro che non lo conoscevano affatto, tutte quante hanno amato Barış. Proprio come si sono amate tra loro. Come amavano i fiori, da cui erano lontane per motivi diversi. Anche Barış le ha amate, eccome! Ha amato ognuna di loro. Non ha dimenticato nemmeno quelle che, uscendo da lì, hanno potuto vedere le stelle sopra la testa. Ha mandato loro delle lettere. Lettere mai arrivate a destinazione, a volte non riportate sulla carta e sempre impigliatesi alle porte di ferro.
Questo piccolo libro è stato scritto perché le lettere di Barış, sia quelle immaginarie sia quelle reali, arrivassero a destinazione.
Vuole essere un regalo a Barış, destinato a crescere sulla pietra nell’anno che porta il suo nome e una risposta alle sue lettere senza risposta.
Non sparate all’aquilone, perché i bambini lo facciano volare...
Feride Çiçekoglu, febbraio 1986
Nel giugno del 1984, un pomeriggio, quando il portone di ferro si chiuse alle mie spalle lasciandomi fuori e le urla di Barış rimasero dentro, non mi sarebbe mai passato per la testa che la sua voce avrebbe raggiunto così tanta gente. Certo pensavo di scrivere i miei ricordi su di lui, ma intuivo anche che molte volte le parole sulla carta non vengono trasmesse neanche a quel numero limitato di persone che hanno l'abitudine di leggere.
Con la prima uscita di Non sparate agli aquiloni, nel 1986, ho avuto conferma di questa mia intuizione. Se il mio racconto, per una serie di coincidenze, non fosse diventato un film nel 1989, Barış avrebbe continuato a sussurrare tra le pagine di un piccolo libro, fino all’esaurimento – chissà quanti anni dopo – della sua prima e unica edizione.
Quando il grande schermo ha amplificato questo suo sussurro, per Non sparate agli aquiloni si è creata la possibilità di una nuova vita. Le scritte nere sui fogli bianchi sono a volte più colorate delle illustrazioni, forse perché per noi rappresentano le tracce dei nostri sogni. Il film dà modo a un pubblico più vasto di interrogare i muri delle proprie fantasie, attraverso gli occhi di un bambino. Per questo, il mio libro deve molto al grande schermo.
Adesso, quando rileggo le lettere immaginarie di Barış, mi sembrano a tratti esasperate. Probabilmente lui si sarebbe espresso in modo più dolce. Ma forse è giusto che siano le parole del passato a fare da testimoni, per vedere quanta strada abbiamo percorso nel ritorno all’infanzia. Per questo, ho lasciato così come erano cinque anni fa i sogni di Barış. Mi è parso più sincero.
È importante essere sinceri, e lui lo era.
Feride Çiçekoglu, premessa all’edizione del 1990
26 giugno
Ti è cresciuto il naso İnci? Come quello di Pinocchio... Me l’avevi raccontato tu: c’era una volta un burattino chiamato Pinocchio. Quando diceva le bugie, gli cresceva il naso. E mi avevi detto che anche a me sarebbe cresciuto il naso, se avessi detto le bugie. Ma pure tu hai mentito!
“Non me ne andrò via da qui senza di te. Ti porterò con me”.
Ricordi questa promessa? Invece te ne sei andata senza dirmi neanche: “Arrivederci”. Mentre dormivo. Mi sono svegliato al rumore della porta di ferro. Applausi, qualcuno diceva: “Buona fortuna”, altri strillavano: “Esci col piede giusto, in modo che anche noi ce ne possiamo andare presto da qui!” Appena sveglio ero stordito, e non ho capito chi stava andando via. Sono corso nel cortile. Ho visto che alcune donne si asciugavano le lacrime. Ti ho cercata per salirti in braccio, come sempre. All’inizio non si sono accorte di me.
Mi hanno notato solo quando ho urlato: “İnci, İnci!” Sentendomi chiamare il tuo nome, mia madre ha cominciato a piangere. Solo allora ho capito che te n’eri andata. Non so se mi hai sentito: la porta era stata appena chiusa. Ho urlato. Magari fossi tornata indietro... E sarei entrato nella tua valigia. Nessuno mi avrebbe visto. Mi sarei fatto piccolo piccolo. Una volta, quando giocavamo a nascondino, mi ero infilato nella tua valigia. L’avrei fatto di nuovo. Una volta attraversate le porte di ferro, sarei uscito fuori.
Da quando non ci sei più ti sogno ogni notte. Siamo io e te, come sempre, e andiamo avanti e indietro in cortile. Tu cammini veloce. E io corro, per stare al tuo passo. Tieni le mani giunte dietro la schiena. Voglio tenerle anch’io così, ma non ce la faccio. Appena arrivati al muro ti giri subito indietro. Cerco di voltarmi anch’io, ma non riesco a raggiungerti. In quel momento inizia a piovere. Tu mi dici: “Barış, corri a prendere lo shampoo che abbiamo appena comprato”.
Vado dentro e lo prendo. Ce lo versiamo sulla testa. Con la pioggia lo shampoo fa così tanta schiuma che ci scende ai piedi. Ne siamo immersi. Ti guardo: sei invisibile. Ti chiamo: “Non riesco a vederti, İnci, dove sei?”
Mi accorgo che la schiuma scivola verso la porta di ferro a un lato del cortile. Mi chiami: “Vieni, bussiamo!”
Ma se lo facciamo arriva il signore con le chiavi!
“Meglio, che venga!” dici.
Bussiamo alla porta. Nessuno ci apre. La pioggia diventa ancora più insistente. Ahimè: scioglierà tutta la schiuma che abbiamo addosso. Ecco! Si sentono dei passi. È il signore dalle molte chiavi.
Lo in...