ISBN 978-88-97924-22-7
Titolo originale: Beyoğlu’nun En Güzel Abisi
© 2013, Ahmet Ümit
© 2018 Scritturapura Casa Editrice Soc. Coop.
Via XX Settembre 126, 14100 – Asti
Tutti i diritti riservati
Traduzione dal turco di Barbara La Rosa Salim
Copertina illustrazione di Marco Avoletta
Impaginazione a cura di Edit 3000
Opera pubblicata con l’appoggio del TEDA
www.scritturapura.it
Scritturapura Casa Editrice
Alla preziosa memoria di quelle persone
che sono state costrette ad abbandonare queste terre…
L’amore salva la vita dalla banalità.
Gli omicidi salvano la morte dalla mediocrità.
Oscurità… oscurità resa ancora più pesante dal freddo. Da lontano, si odono canzoni, allegre voci di donne, urla esagerate di ubriachi. Qualcuno sta imprecando, forse al cielo. Qualcuno sta singhiozzando e, forse, qualcuno sta morendo in silenzio, nel bel mezzo di questo subbuglio, di questo tumulto. Ha perso tutto, gli resta solo la rabbia… una rabbia vibrante che attanaglia ogni fibra del suo essere, che lo scuote dalla testa ai piedi… forse non si rende conto nemmeno di dove si trovi, di quella strada buia o dell’antico rione che sta attraversando. Né di quel quartiere, retaggio dei giorni grandiosi della città, né di quel vicolo dimenticato, né del freddo, né della notte. Cammina senza sapere dov’è diretto, attanagliato dall’odio. Quel mostro, la gelosia, gli stringe il cuore tra gli artigli d’acciaio e glielo spreme.
Le donne, dice una voce dal profondo della sua coscienza. Le donne… Non puoi spassartela con loro… Puoi credere di farlo, ma poi ti accorgi che il giocattolo sei proprio tu. Sul selciato appaiono i volti delle donne che hanno fatto parte della sua vita. Cadono tutte ai suoi piedi, una dopo l’altra. Hanno il collo chino e il tormento negli occhi. Sono tristi… se ne frega e ci passa sopra calpestandole come se fossero pozzanghere, ma poi quei visi tornano a cadere sul selciato. Queste donne, dice di nuovo quella voce. Non puoi liberarti di queste donne, i loro fantasmi ti assilleranno per tutta la vita.
Un respiro profondo gli basta per cacciare questa voce dalla sua mente. E insieme spariscono anche le loro immagini. L’odore pungente del carbone che gli entra nei polmoni lo fa tossire. D’istinto gli verrebbe da bestemmiare, ma ci rinuncia. A che servirebbe? Accelera ancora un po’ il passo. Nonostante non abbia una direzione precisa. E pur sapendo che non c’è rimedio. I suoi passi ampi sono tesi, i pugni stretti, l’occhio destro tremante. È cosciente solo di questo. E forse per questo si innervosisce ancora di più. Non è mai riuscito a tenere a freno il suo occhio destro, quando si innervosisce gli trema continuamente… perché l’uomo è così debole?
Se si liberasse di quest’oscurità, se solo arrivasse sul Viale İstiklal dove c’è un flusso frenetico di gente… allora forse i colori, le luci, i rumori lo tirerebbero fuori da quel pozzo d’infelicità dov’è precipitato. Se si gettasse in mezzo a quella calca impazzita di gente che festeggia l’arrivo del nuovo anno… forse cesserebbe questa gelosia, quest’odio, questo vuoto che si è impossessato della sua anima… e forse il vento umido spazzerebbe via tutto. Forse sarebbe come a Zurigo… come in gioventù… come quando di notte andava a camminare lungo la riva del lago. Come prima di arrivare in questa città maledetta…
Devono essere dei passi quelli rimbombano sul lastricato. Non ne è sicuro, dato il gran baccano che riempie l’aria. Sì, non si sbaglia. Forse sono proprio i suoi? Tende l’orecchio senza rallentare. Ascolta la strada, il buio, la notte. E il rumore dei passi che echeggiano sulle pareti diroccate di queste case fatiscenti simili a lapidi funebri. È il rumore infelice di qualcuno che si avvicina cauto, attento e perfido. Sì, c’è qualcuno alle sue spalle. Gli sta alle costole, è la sua ombra, cadenza il respiro con il suo e non si lascia sfuggire niente, nemmeno il più piccolo movimento del suo corpo.
Non è che quel giorno è già arrivato? Che sia arrivato il giorno in cui gli incubi diventano realtà? È adesso? In quest’istante? Ma stranamente avverte una sensazione gioiosa dentro di lui. Sì, la sente distinta questa gioia che gli risale dal ventre. Perché no? Forse è meglio così. In questo modo finirebbe questa tortura che lo affligge da anni… almeno riscatterebbe i suoi peccati. Gli piace questa sensazione di resa inaspettata che lo pervade improvvisamente. Si immagina la scena: l’omicida si avvicina, solleva il cane della pistola, preme il grilletto e si sbilancia in avanti accusando il rinculo. Avverte pure il sapore del sangue in bocca. Ma la sua accettazione è fugace, la voglia di vivere ha la meglio in lui. In un attimo trasforma in vitalità tutta la gelosia, la rabbia e il patimento amoroso che lo affligge. No, è ancora presto. È presto per morire. Gli tornano in mente le parole di suo zio, mentre si arrotola i baffi a manubrio, quelle parole che borbotta con una voce bizzarra: “Preferisco che a piangere sia sua madre, piuttosto che la mia”.
Con un gesto lento si sbottona i pantaloni e mette la mano destra sulla cintura. La freddezza rassicurante del calcio gli fa ritrovare la rabbia che aveva perso per pochi istanti. Come sempre il proiettile è in canna. Gli resta solo una cosa da fare: voltarsi e sparare. Ma deve mantenere la calma, mirare con precisione e colpire l’obiettivo… come ha fatto tante altre volte in precedenza. “Preferisco che a piangere sia sua madre, piuttosto che la mia” Impugna saldamente il calcio, tira fuori la pistola con un gesto lento, si gira velocemente, ma non riesce nemmeno a raddrizzare la pistola: un vento potente lo colpisce sulla sinistra. Un vento sommesso, ma violento. Guarda in quella direzione. C’è qualcuno in piedi nel buio. Qualcuno che conosce bene. Si sforza di sorridere al suo assassino, avvolto dall’oscurità: “Lo sapevo” dice prima di crollare a terra. “Lo sapevo…”
La notte di Capodanno è l’incubo della polizia. Quando tutti ridono, si divertono e ballano felici per noi sono momenti terribili: un incubo oscuro, sanguinoso e interminabile che comincia nel pomeriggio e si protrae finché non sorge il primo giorno del nuovo anno… immancabilmente arriva qualche caso da risolvere. Chi appicca un incendio, chi tira fuori un coltello, chi commette un omicidio… fino ad oggi è sempre stato così e sempre sarà così. Questo è il motivo per cui vengono revocate le ferie e viene allertato l’intero corpo di polizia. Mentre la gente festeggia in ristoranti e night club di lusso o a casa con la famiglia e le persone care, noi poliziotti accogliamo il nuovo anno con una festicciola nella nostra noiosa stazione, tutti di cattivo umore, o ancora peggio, tutti sul chi va là perché da un momento all’altro potrebbe arrivare qualche comunicazione via radio. Stranamente stanotte il tempo era volato senza che succedesse niente di eclatante, a parte qualche ferito o qualche caso scandaloso di molestie, come accade puntualmente per l’ultimo dell’anno dalle parti di Piazza Taksim. Forse le cose sarebbero andate diversamente stavolta: sarebbe stata una di quelle rare notti di Capoda...