Che relazione può esserci tra i vangeli e la poesia? Dei quattro vangeli canonici sono state fatte innumerevoli analisi, ma manca in sostanza una lettura che faccia leva sulle risonanze poetiche dei testi e che tenga conto della modernità del XXI secolo in cui viviamo. Questo volume nasce dall’idea che la sensibilità poetica aiuta a meglio comprendere e interpretare le narrazioni, le parole e i gesti di Gesù e dei personaggi che lo circondano: vengono proposte al riguardo numerose esemplificazioni e suggestioni tratte dai testi di ciascuno degli evangelisti.
L’approccio che viene adottato nel libro è descrittivo e aperto a chiunque - credente o meno - abbia intenzione di considerare le narrazioni evangeliche alla luce e con gli strumenti della poesia. Il volume intende porsi, poi, in modo sinergico rispetto agli apporti teologici, esegetici e pastorali correnti, nella fiducia che la poesia riesca a illuminare prospettive che sfuggono ad altre esplorazioni.
Il percorso proposto dall’autore si snoda attraverso tre focalizzazioni: l’ambiente naturale e la terra di Palestina, teatro della predicazione itinerante di Gesù sulla buona novella; i personaggi che accompagnano l’incarnazione e la vita pubblica del Nazareno, tra i quali spicca Maria, la madre; la trama degli eventi, che si conclude con la Passione e Resurrezione. Il punto di arrivo della ricerca mette in luce elementi che ci avvicinano al volto poetico di Gesù di Nazaret: tra essi assume una rilevanza speciale l’elogio dei fiori di campo riportato dagli evangelisti Matteo e Luca.

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La poesia dei Vangeli
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Argomento
Teologia e religioneCategoria
Chiesa cristiana1. Palestina e Israele, ieri e oggi
In
ogni singolo libro della Bibbia, tanto dell’Antico o Primo
Testamento che del Nuovo Testamento, la terra è presente in misura
più o meno rilevante, se non altro in quanto elemento di sfondo o
come riferimento implicito della narrazione.
Nei Vangeli, pur diversi tra loro in quanto destinati a
differenti comunità, al centro della trattazione non sta ovviamente
la preoccupazione per l’ambiente naturale o per il paesaggio ma una
sintetica esposizione della vita e delle opere di Gesù il Nazareno.
La terra tuttavia, quel territorio chiamato allora Palestina ed
abitato dal popolo di Israele, è ingrediente costante e
imprescindibile delle narrazioni formulate dai quattro evangelisti.
Tanto più che il protagonista ricorre continuamente, nel suo
linguaggio e nella sua predicazione itinerante per le strade e i
villaggi di Galilea e di Giudea, a citazioni di elementi naturali
colti nella loro concretezza o fatti oggetto di similitudini,
metafore e allusioni nell’annuncio della buona novella e
specialmente nell’esposizione delle parabole. Come hanno rilevato
gli studiosi, Gesù conosce bene la realtà che lo circonda: nelle
sue parole sono nominate complessivamente una trentina di animali
diversi, altrettanti vegetali e più di venti altri elementi
naturali (
Salvarani 2018, 135).
Non va dimenticato che la terra abitata dagli ebrei è stata a
lungo ambita e bramata come la Terra promessa. Si tratta di
quell’ambito territoriale che malgrado la promessa di Jahvé sembra
sempre sfuggire: essa non potrà essere raggiunta durante i
quarant’anni dell’Esodo trascorsi dal popolo che, in provenienza
dall’Egitto, vaga nel deserto. In questa terra sospirata neppure il
grande condottiero di Israele, Mosè, avrà la gioia di poter
entrare: egli dovrà limitarsi, prima di morire, a guardarla
dall’alto del monte Nebo, un’altura al di qua del fiume Giordano
attualmente situata in Giordania.
E anche dopo l’entrata nella Terra promessa non cesseranno i
problemi e i confronti con gli altri popoli confinanti. Decisiva
sarà nell’esperienza e nella memoria di Israele la deportazione e
l’esilio a Babilonia nel VI secolo a.C., con il ritorno successivo,
dopo diversi decenni, a Gerusalemme. Una terra contesa, dunque, e
per questo tanto più amata e agognata. È qui che dovrà nascere il
Messia, il salvatore unico e definitivo di Israele. Ed è in questa
terra che sorge Gerusalemme, la città per antonomasia, quella che
ospita l’unico tempio del Santo Benedetto, il luogo di culto
costruito da Salomone che è assolutamente insostituibile in quanto
custodisce l’arca dell’alleanza.
Ai tempi di Gesù la Palestina soffriva la dura dominazione
dell’impero di Roma ma era riuscita a mantenere la propria libertà
di culto e a preservare il tempio di Gerusalemme, con i riti
quotidiani e annuali che vi erano connessi. Sappiamo che il tempio
venne poi definitivamente distrutto nel 70 d.C. dai Romani (da
Tito), determinando la perdita della terra e la grande diaspora del
popolo di Israele. Il tempio, di cui resta attualmente in piedi un
muro, il cosiddetto Muro del pianto sacro agli Ebrei, non è più
stato ricostruito.
È importante poi osservare che i cristiani chiamano questo
ambito territoriale Terrasanta, a motivo della presenza terrena su
di essa di Gesù Cristo e quindi del Santo Sepolcro dopo la sua
morte. Già dai primi secoli dell’era cristiana iniziarono i
pellegrinaggi in Palestina, a partire probabilmente da quello di
Elena, madre dell’imperatore Costantino. Le crociate, che si
svolsero tra l’XI e il XIII secolo, indicano fino a che punto il
controllo di questa terra fosse ritenuto essenziale per l’Occidente
cristiano, in conflitto con il mondo islamico che nel frattempo
aveva assunto il dominio di questi luoghi.
Persino all’epoca delle crociate, tempo di violenze sanguinose
tra guerrieri cristiani e musulmani che troverà ampia eco nella
letteratura (basti pensare in Occidente all’Ariosto e al Tasso), vi
furono, anche se raramente, composizioni poetiche capaci di
commozione e di stupore per quella terra di Palestina in cui il
Salvatore era nato e aveva vissuto. Ne testimonia in modo singolare
ed emozionante un canto del grande
Minnesänger o trovatore di area germanica Walther von der
Vogelweide. In un suo Lied del 1228, di cui si propone di seguito
qui una libera interpretazione lirica, egli esprime i sentimenti di
un cavaliere che sta per arrivare con la nave in Terrasanta e ne
coglie la bellezza trasfigurata dall’immaginazione poetica e
rappresentata attraverso una fede semplice ed ingenua:
Lungo fu il viaggio per mare
all’alba arrivammo a una proda
gli altri gridavano io caddi
in ginocchio su questa terra
terra che dicono santa
in fede mia non vidi mai
sì pura e nobile terra
e luminosa e dolce
è qui sapete
ch’Egli camminò nella carne
tra queste rive e colli
parlò con la sua voce
chiamò i dodici amici
e operò mirabili cose
qui in un villaggio
di Palestina una ragazza
generò un bimbo
signore degli angeli e dei cieli:
non è stato, questo,
il miracolo più grande?
(“Palästinalied”, in Gasparini 1988. La poesia si ispira
liberamente all’omonima composizione di W. von der Vogelweide,
1228)
Tralasciamo in questa sede una sia pur sintetica esposizione
delle travagliate e complesse vicende politiche che riguardano
questa terra attraverso gli ultimi duemila anni di storia, le
continue contese tra popoli e religioni diverse, l’attiva presenza
a Gerusalemme di fedeli di tre religioni, l’Ebraismo, l’Islam e il
Cristianesimo (distinto in confessioni diverse che si dividono
tempi e spazi nell’accesso alla Basilica del Santo Sepolcro).
Gerusalemme è una città unica al mondo per la compresenza
pluralistica e spesso conflittuale di tali componenti religiose e
delle culture che ad esse si richiamano. Se duemila anni fa essa
era il luogo-centro della religione di Israele, oggi la sua
centralità non riguarda soltanto gli ebrei ma i fedeli di due altre
grandi religioni del mondo: i cristiani, per i quali soltanto Roma,
sede del papato e centro della Chiesa cattolica, può eguagliarne la
rilevanza; per i musulmani, per i quali Gerusalemme nella gerarchia
dei luoghi è terza per importanza dietro alla Mecca e a Medina,
avendo ospitato l’inizio del volo mistico in cui Maometto ascende
al cielo.
Nell’affrontare il tema della terra di Palestina, sfondo e
orizzonte dei racconti evangelici, siamo in un certo senso
facilitati dal fatto che essa presenta oggi tratti non molto
dissimili rispetto a quelli che aveva presumibilmente ai tempi di
Gesù. Anche a prescindere dalla persistente centralità della città
di Gerusalemme, troviamo su questa terra – dove sono attualmente
compresenti in termini conflittuali lo stato di Israele e la
Palestina/Territori palestinesi – le stesse aree principali di
duemila anni fa: la Giudea aspra e in parte desertica al sud, la
Samaria (considerata allora terra di eretici) al centro, la Galilea
con il lago di Genezareth e le dolci colline al nord. Resta a ovest
la presenza del mare Mediterraneo, fattore fondamentale di
collegamento con gli altri paesi limitrofi. In Giudea, poi, va
segnalata la presenza di una antica città come Gerico, nominata
anche nei Vangeli, che sorge in un’oasi ai margini del deserto a
circa duecentocinquanta metri sotto il livello del mare, non
lontano dalla profonda depressione del Mar Morto.
La Palestina (privilegiamo d’ora in poi questa dizione,
prescindendo dai conflitti in corso da oltre 70 anni, dopo la
proclamazione nel 1948 dello stato di Israele) resta una terra
essenzialmente mediterranea, con le caratteristiche conseguenti in
termini di clima e di coltivazioni. In essa si alternano due
stagioni, quella estiva da maggio a ottobre e quella invernale da
novembre ad aprile. Occorre tener conto, inoltre, di certe
innovazioni nelle coltivazioni introdotte in Israele negli ultimi
decenni e più in generale dei cambiamenti in atto a motivo del
global warming che ha investito il pianeta.
Sappiamo da ricerche svolte ad hoc che negli ultimi 4000 anni la
flora della Palestina non è cambiata, salvo che per l’introduzione
recente di alcune specie esotiche (Grilli Caiola et al. 2013, 23).
Anche questo è un elemento che ci consente di avvicinarci al tema
della natura e del paesaggio con un certo agio: i fiori che vediamo
oggi sbocciare in Terrasanta, soprattutto a primavera, sono in gran
parte gli stessi che potevano osservare gli autori e i protagonisti
delle narrazioni evangeliche, al pari – del resto – dei loro
predecessori in Israele, quelli di cui rendono conto molti libri
del Primo Testamento.
Per quanto riguarda le coltivazioni, le narrazioni dirette della
vita di Gesù e i contenuti delle sue parabole danno spesso atto del
carattere mediterraneo di questa terra, con il grano, la vite,
l’ulivo. Ricorrente è il riferimento al frumento e alle sue spighe,
così come alla vigna e ai suoi tralci: il pane che viene dal
frumento e il vino che si distilla dall’uva assumeranno nell’Ultima
cena consumata con gli apostoli un valore eccezionale, dal momento
che per i credenti l’uno e l’altro si trasformano o transustanziano
nel corpo e nel sangue del Cristo. Sempre nel contesto del Giovedì
santo (Gv 15, 1-6), viene evocata da Gesù l’immagine
dell’agricoltore (il Padre) che coltiva la vite (il Figlio) nella
quale si innestano i tralci portatori di frutti (i discepoli).
Non si possono dimenticare poi i frequenti accenni al fico,
pianta spontanea e coltivata diffusa nel mondo mediterraneo: più
volte Gesù ne parla in termini concreti e simbolici, a proposito
della capacità di offrire frutti. Vi è poi un brano in cui Gesù
allude a una pianta che si fa tenera nei rami, quando appaiono le
prime foglie e da questo si capisce che l’estate è vicina: si
tratta appunto del fico (Mt 24, 32).
2. La terra e la poesia
Non è agevole parlare di poesia con riferimento a un passato lontano, quello che risale ai tempi evangelici e volendo più indietro ancora, ai tempi di cui attestano molti libri biblici del Primo testamento. Ma è a tali elaborazioni religiose e spirituali che possiamo far risalire gli orientamenti di Gesù e di coloro che vissero allora con lui, dal momento che il Nazareno fu per trent’anni della sua vita un ebreo educato nella legge dei padri.
In questi libri sono presenti testi che si possono genericamente considerare poetici, come alcuni Cantici e parecchi Salmi, anche se occorre cautela nell’applicare schematicamente certe nostre idee di poesia a società e culture molto distanti da quella contemporanea. Credo comunque che vi siano ragioni e aspetti che consentono di affrontare un discorso sulla poesia che si estenda indietro nel tempo tra allora e oggi, riferendolo specificamente alla terra.
Un primo elemento da tener presente è rappresentato dalle componenti di fondo della poesia che attraversano il tempo. Penso soprattutto da un lato all’esercizio dell’immaginazione, indispensabile per la scrittura di qualunque testo poetico, dall’altro all’attenzione alla bellezza della terra e dei luoghi.
Un secondo aspetto basilare è quello che si può indicare come il genius loci, impiegando in senso ampio l’antica locuzione latina che alludeva allo “spirito” che proteggeva una data località. Ogni luogo ne è provvisto, anche se esso risulta maggiormente visibile o percepibile in determinati ambiti sia naturali che urbani. Il genius loci è ciò che rende specifico un luogo rispetto ad altri, collegandosi ad elementi culturali e di memoria collettiva nella lunga durata. Non si tratta peraltro di un semplice fatto geografico o strutturale: il genius loci sollecita in modo particolare l’ispirazione poetica e letteraria. Così, ad esempio, diverso è per un poeta o uno scrittore entrare in contatto con una località alpina o con un luogo di mare, con un paese mediterraneo o con un altro che non abbia sbocco al mare.
Nel caso della Palestina-Israele-Terrasanta, ci troviamo di fronte ad un territorio che pur essendo di limitate estensioni (circa venticinquemila chilometri quadrati) è dotato di specificità molto spiccate: non soltanto quelle climatiche e ambientali, che pure non sono trascurabili e definiscono come si è detto un paese dal clima temperato mediterraneo (con alcune inframmettenze di carattere desertico), ma quelle di carattere religioso e culturale, che ne fanno un unicum a livello mondiale per il radicamento plurimillenario in questa terra dell’ebraismo e successivamente del cristianesimo e dell’islam.
Esercizio libero dell’immaginazione, celebrazione della bellezza e riconoscimento di un genius loci specifico si combinano in modi diversi in differenti testi biblici precedenti ai Vangeli, da cui esemplifichiamo ora.
Per quanto riguarda in particolare la bellezza, esaltata in connessione inseparabile con la lode a Dio, ne troviamo espressioni significative nel Cantico dei tre fanciulli presente nel libro di Daniele, nel libro del Cantico dei Cantici e nell’insieme dei Salmi; essa poi fa capolino in altri libri sapienziali (Giobbe, Qohélet) e profetici (Isaia, tra l’altro).
Il Cantico riportato nel libro profetico di Daniele (3, 51-90) è riferito ai tre fanciulli che gettati dal re babilonese Nabucodonosor nella fornace ardente ne escono miracolosamente illesi per l’intervento dell’angelo del Signore. Si tratta di un lungo e monocorde componimento di lode e benedizione al Creatore per ciascuna delle sue creature e per le manifestazioni naturali del cosmo. L’elenco delle opere della creazione passate in rassegna – con riferimento implicito e articolato al racconto biblico della Genesi – colpisce per l’afflato poetico che si sprigiona pur nella monotonia della forma, rappresentata dal ritornello “Benedite il Signore, lodatelo ed esaltatelo nei secoli”. In questo Cantico, che sarà un punto di riferimento nei secoli nel mondo cristiano, tra l’altro per il Cantico delle creature di san Francesco, l’uomo della Bibbia riconosce la presenza e la bontà di Dio e si pone con un senso di ammirato stupore di fronte alla varietà, armonia e bellezza di ogni segmento della creazione. Il Cantico termina con l’invito alla lode rivolto all’uomo stesso, vertice del mondo creato.
Tra i libri del Primo Testamento, il Cantico dei Cantici presenta parecchi riferimenti naturalistici ricchi di allusioni, tra cui quelli ai fiori e agli alberi, simboli di bellezza e splendore: in questo testo biblico composto da otto brevi capitoli sono menzionate ben ventidue piante diverse, per un complesso di settantacinque volte ( Grilli Caiola et al. 2013, 27). I colloqui tra i due amanti hanno sovente come fondale il giardino, che in un caso viene indicato come un giardino di noci (Cantico dei Cantici 6,11); e l’amata stessa viene chiamata hortus conclusus o giardino chiuso (Ibid. 4, 12). In una citazione della vegetazione spontanea di Israele appaiono poi i fiori della pianura costiera di Saron, in prossimità del Mediterraneo vicino a Giaffa e al Monte Carmelo:
Io sono un narciso della pianura di Saron,
un giglio delle valli.
Come un giglio fra i rovi,
così l’amica mia tra le ragazze.
(Cantico dei Cantici 2, 1-2)
Il medesimo ambiente naturale – Saron e il Carmelo – ricorre in Isaia allorché il profeta prefigura il ritorno di Israele dall’esilio babilonese, citando la fioritura del narciso nella terra riarsa e il passaggio dall’aridità del deserto a un luogo d’acque:
Si rallegrino il deserto e la terra arida, esulti e fiorisca la steppa. Come fiore di narciso fiorisca: sì, con canti e con giubilo [...]
La terra bruciata diventerà una palude, il suolo riarso sorgenti d’acqua. I luoghi dove si sdraiavano gli sciacalli diventeranno canneti e giuncaie. (Isaia, 35, 1, 7)
E sappiamo dalle rilevazioni degli studiosi di botanica contemporanei già menzionati che ampie fioriture primaverili continuano ad avvenire anche oggi nella zona di Saron.
I salmi, che da secoli rappresentano l’ossatura della recita dell’ufficio divino quotidiano in ambito cattolico, venivano cantati e accompagnati da uno strumento musicale. Alcuni di essi – i salmi delle ascensioni, dal 120 al 134...
Indice dei contenuti
- Copertina
- La poesia dei vangeli
- Indice dei contenuti
- INTRODUZIONE
- I. L’AMBIENTE NATURALE E IL PAESAGGIO
- 1. Palestina e Israele, ieri e oggi
- 2. La terra e la poesia
- 3. Terra, aria, acqua e fuoco nei racconti evangelici
- 4. Gerusalemme
- II. I PERSONAGGI
- Una premessa
- 1. Giovanni Battista
- 2. Giuseppe, uomo di sogni
- 3. Maria di Nazaret, tra silenzi e parole
- 4. I magi, o il senso del viaggio
- 5. Angeli e bambini
- 6. Alcuni apostoli
- 7. Discepoli e discepole
- III. LA TRAMA DEGLI EVENTI
- 1. Vita pubblica e predicazione di Gesù
- 2. Tra passione e resurrezione
- CONCLUSIONE
- BIBLIOGRAFIA
- POSTFAZIONE
- AUTORE
- INDICE DEI NOMI*
- UNIVERSALE STUDIUM
- Ringraziamenti
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