Alberto Mario Banti
Buon sangue non mente (1)
Una lunga tradizione attraversa la storia dell’Occidente: essere discendente di qualcuno
che già si è distinto per qualche dote particolare, in campo militare o politico o
professionale, è una promessa di futuro, una garanzia di potenzialità, un annuncio
di successo. È un’ossessione radicata talmente a fondo da non risparmiare nessuno,
nemmeno personalità così straordinarie da essere praticamente superumane:
Dal Vangelo secondo Matteo. La genealogia.
Genealogia di Gesù Cristo figlio di Davide, figlio di Abramo.
Abramo generò Isacco, Isacco generò Giacobbe, Giacobbe generò Giuda e i suoi fratelli,
Giuda generò Fares e Zara da Tamar, Fares generò Esròm, Esròm generò Aram, Aram generò
Aminadàb, Aminadàb generò Naassòn, Naassòn generò Salmòn, Salmòn generò Booz da Racab,
Booz generò Obed da Rut, Obed generò Iesse, Iesse generò il re Davide. [...] Dopo
la deportazione in Babilonia, Ieconia generò Salatiel, Salatiel generò Zorobabèle,
Zorobabèle generò Abiùd, Abiùd generò Elìacim, Elìacim generò Azor, Azor generò Sadoc,
Sadoc generò Achim, Achim generò Eliùd, Eliùd generò Eleàzar, Eleàzar generò Mattan,
Mattan generò Giacobbe, Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è
nato Gesù chiamato Cristo.
Questo passo del Vangelo di Matteo (al quale si dovrebbe affiancare un analogo paragrafo
dal Vangelo di Luca) merita una particolare attenzione: a Matteo non basta dire che
Gesù è figlio di Dio, poiché sente comunque il bisogno di offrire la prova di una
più terrena garanzia genealogica, collocando Gesù in una linea di discendenza che
lo renda socialmente riconoscibile. Ma il testo è ulteriormente paradossale. La discendenza
di Gesù non solo è «umana», ma è tutta declinata al maschile, escludendo con ciò Maria
che dovrebbe essere l’unica ad avere un reale legame diretto con Gesù. Per quale motivo?
Perché il modello accolto da Matteo è come quello del ghènos greco, e ancor più della gens romana, che vuole che la discendenza passi per via agnatizia, cioè maschile, da padre
in figlio. In epoca medievale questo modello genealogico non è l’unico, poiché è diffusa
anche una costruzione genealogica strutturata per via cognatizia, ossia tale da comprendere
sia la linea maschile che quella femminile. Ma alla fine la soluzione che si impone
è quella agnatizia, sia nel campo delle nobiltà, sia nel campo delle autorità sovrane,
sia nella trasmissione della qualità di cittadino (cioè di persona titolare dei diritti
riconosciuti agli abitanti di una città).
È questa persistente ossessione genealogica che induce a pensare che i titoli di nobiltà
(in senso proprio: possedere i privilegi di una famiglia regale o nobiliare; o in
senso lato: possedere le qualità professionali o morali degli avi) passino attraverso
la linea del sangue. È un modello talmente pervasivo che finisce per trasmettersi
anche a tutti i sistemi politici che trovano fondamento nell’ideologia nazional-patriottica,
e si riassume in questa semplice equazione: un tizio è italiano (o polacco, o francese,
o tedesco, ecc.) perché è figlio di un italiano (o di un polacco, o di un francese,
o di un tedesco, ecc.). Si tratta dello ius sanguinis, un dispositivo simbolico e giuridico che è contenuto in tutte le legislazioni contemporanee
che regolano il diritto di cittadinanza. È vero che lo ius sanguinis non è l’unico criterio che include una persona all’interno della comunità nazionale
(concorrono a questo scopo anche lo ius soli, lo ius connubii, la naturalizzazione); ma è il primo e il più importante dei criteri. D’altronde
nell’Ottocento l’idea che esista un «sangue» nazionale è largamente diffusa: nell’Inno di Mameli si evoca «il sangue d’Italia e il sangue polacco»; De Amicis, nel suo Cuore, fa dire a uno dei suoi personaggi: «Io amo l’Italia [...] perché il sangue che mi
scorre nelle vene è italiano»; e così via, nel senso che le testimonianze di questo
genere, provenienti dall’Italia come da qualunque altro paese europeo, sono innumerevoli
e dalla fine del XIX secolo trovano alimento in un razzismo dotato di basi scientifiche
presunte.
Tutti questi ragionamenti riguardano i pilastri fondativi delle istituzioni pubbliche;
cioè sviluppano l’assunto secondo il quale la discendenza genealogica (regia, nobiliare
o nazionale, a seconda dei luoghi e dei periodi) è il marker primario per l’attribuzione
dei diritti politici. Da questa considerazione ne discende un’altra, meno formalmente
strutturata, ma egualmente largamente diffusa, secondo la quale le qualità etiche,
o intellettuali, o professionali di una persona sono intuibili, pronosticabili, e
quindi – si suppone – anche effettive, a partire dalla conoscenza della famiglia dalla
quale quella persona proviene: e così nessuno si meraviglia se il figlio o la figlia
di delinquenti a sua volta delinque; o se il figlio o la figlia di stimati professionisti
a sua volta dà ottima prova professionale di sé. «Buon sangue non mente», per l’appunto,
anche nella dimensione civile, oltre che in quella pubblica.
Ma è fondato tutto ciò? Già nel passato dell’Occidente molte voci hanno sollevato
dubbi sulla ragionevolezza di una «nobiltà del sangue». In termini molto netti si
esprime, per esempio, Girolamo Mutio nel suo Gentilhuomo (1571), quando scrive: «È da tener per vero, che non ci sia Re hoggi, il quale da
vilissima stirpe non sia disceso, né ci sia huomo di contado, che avuti non habbia
reali antecessori» (cit. da R. Bizzocchi, Genealogie incredibili, il Mulino, Bologna 1995, p. 97). E alla sua si uniscono molte altre voci, da Montaigne,
a Voltaire, a infiniti altri.
E va bene. Autorevolissime opinioni, certo. Ma hanno ragione a sollevare simili dubbi?
Intanto ricerche recenti di antropologi o genetisti escludono piuttosto chiaramente
che ci sia un qualche evidente collegamento tra l’appartenenza a una comunità politica
nazionale e uno specifico codice genetico (si vedano lo Statement on Race espresso sin dal 1998 dalla American Anthropological Association, così come i risultati
delle ricerche condotte da Luigi Luca Cavalli Sforza). Peraltro per molti – soprattutto
dopo la fine della Seconda guerra mondiale e la piena divulgazione degli orrori razzisti
compiuti dal nazismo o dal fascismo – il punto non è nemmeno più in questione; ma
ricerche come quelle condotte da Cavalli Sforza danno un solido fondamento a una considerazione
che ha già un suo assoluto valore etico.
In termini più generali si può comunque obiettare che provenire da una famiglia di
successo sia – se non una vera e propria garanzia – almeno una promessa di successo.
La questione può essere risolta osservando le dinamiche della mobilità sociale, concetto
che descrive la possibilità che una persona ha di migliorare o peggiorare la propria
condizione sociale e professionale rispetto a quella dei propri genitori. Se fosse
vero che il «sangue» è determinante, il grado di mobilità sociale dovrebbe essere
costante in qualunque tipo di periodo o di società, con variazioni minime o marginali,
dovute a cause del tutto accidentali. Invece non è così. Società che dispongono di
potenti programmi di welfare (scuola pubblica e gratuita, sistemi pubblici e gratuiti
di assistenza alla maternità, ospedali e servizi sanitari pubblici e gratuiti, università
finanziata dallo Stato) promuovono una mobilità sociale che è molto maggiore rispetto
a quella che si riscontra in società nelle quali i servizi formativi, educativi e
assistenziali sono privati e a pagamento: in questo secondo caso a incidere non è
tanto il «buon sangue», quanto la diversa quantità di denaro a disposizione delle
singole famiglie. Tutti i dati recenti, relativi agli Usa e all’Europa, mostrano che
da quando sono state adottate le politiche neoliberiste che hanno smantellato o limitato
le istituzioni del Welfare State, la mobilità sociale si è ridotta, e un numero crescente di giovani uomini e di giovani
donne si sono ritrovati a percepire un reddito simile a quello percepito dai loro
genitori (nel bene e nel male). Il che fa riflettere non solo sulla infondatezza dell’idea
secondo la quale «buon sangue non mente», ma sulla profonda iniquità delle politiche
neoliberiste che avvantaggiano pochi ricchi (sempre più ricchi) a danno dei molti
poveri (sempre più poveri) (dati eloquenti al riguardo in David Harvey, Breve storia del neoliberismo, Il Saggiatore, Milano 2007; Tony Judt, Guasto è il mondo, Laterza, Roma-Bari 2011; Thomas Piketty, Il capitale nel XXI secolo, Bompiani, Milano 2014).
Telmo Pievani
Buon sangue non mente (2)
Non è un proverbio, è l’angoscia di tutti i figli d’arte. Quella di aver dentro di sé una sostanza fluida e decisiva, trasmessa da un padre ingombrante, la quale non può mentire, poiché prima o poi uscirà allo scoperto e si manifesterà sotto forma di un determinato carattere o talento. Ce l’hai nel sangue, ragazzo. Sì, ma cosa esattamente? Nella fedeltà della discendenza si nasconde un paradosso: ci sembra vera, forse qualche volta è vera sul serio, ma se fosse vera del tutto non saremmo qui a parlarne. Ci saremmo accontentati di una selce scheggiata e di un bel tramonto africano senza poeti a cantarlo.
Nel sangue buono e giusto si concentrano così tanti significati inquietanti da far tremare, appunto, le vene e i polsi. Il buon sangue è stirpe atavica che divide, è faida, è setta, è rito mafioso di pungersi il dito. Tu sei sangue del mio sangue, non mi puoi tradire. Non ti puoi mischiare con il sangue degli altri, quello deve soltanto scorrere sulla terra, nemico e sconfitto. Il vincolo di sangue è il richiamo ancestrale verso uno di quei «piccoli noi» che ci fanno sentire al sicuro, separandoci da tutti gli «altri da noi» che fanno paura e chiudendoci dentro il nostro gruppo, la nostra famiglia, etnia, tifoseria. Come ben sanno gli storici dell’età contemporanea, è un pregiudizio identitario che si può costruire e alimentare a tavolino, insinuare nelle menti, tramutare in sospetto e odio silente, fino al punto che due comunità che hanno convissuto per secoli nella stessa vallata nel giro di qualche anno si sgozzano vicendevolmente nel nome del buon sangue che non mente.
La voce del sangue è naturalmente anche quella della razza, tanto che qualche arruffapopoli continua a sostenere l’esistenza di predisposizioni ereditarie tipiche di una presunta «razza umana» rispetto all’altra: i cinesi hanno il dono degli affari, i neri hanno la musica nel sangue, e così via sragionando. A costoro, di solito lievemente reazionari, non piace pensare di essere animali, eppure usano per i loro simili una terminologia che sarebbe più consona per allevatori di cavalli o di cani: sangue misto, bastardi, purosangue.
Ma il pregiudizio secondo cui buon sangue non mente presenta anche altri lati negativi. Se hai un talento ereditato, significa che non è propriamente tuo, lo hai ricevuto in consegna dal tuo albero di famiglia. Il sangue non è acqua, d’accordo, ma tra chi è ricco per discendenza e chi si è fatto da solo permane una certa differenza. Il problema è che, siccome il buon sangue mente, i figli di chi si è fatto da solo talvolta distruggono le aziende dei padri, e si ricomincia da capo. Se da una buona stirpe non potessero che nascere figli meravigliosi, nessuno dilapiderebbe le eredità paterne, non ci sarebbe cambiamento, né innovazione, né ascensori sociali. Se tale il padre tale il figlio, fine dell’evoluzione.
Il cattivo sangue non mente quando ti fanno l’esame antidoping e ti beccano. Ma se per sangue intendiamo, come fanno tutti oggi, l’oracolo del Dna, allora meglio non essere altrettanto fiduciosi. Ce l’hai nel Dna, ragazzo. Sì, ma cosa esattamente? Il materiale genetico contenuto nelle cellule del nostro sangue (e in tutte le altre) non è un destino già scritto, né una condanna, né una denominazione di origine controllata. È un insieme di potenzialità che entrano in relazione con un insieme di contingenze, di esperienze di vita, di incontri. Da questo gran miscuglio inestricabile qualche volta esce un carattere forte o un talento, che è pur sempre l’espressione di una diversità individuale, dato che non c’è un figlio uguale a un altro e questo è il combustibile dell’evoluzione.
Il buon sangue alias Dna viene da una mamma e da un papà, ricombinato ogni volta in modo diverso, da genitori che avevano genitori e genitori di genitori, provenienti da chissà quali angoli del mondo. L’evoluzione insegna infatti che, a guardar bene, in ogni posto sulla Terra c’è sempre qualcuno che è più autoctono di te. I veri europei erano i Neanderthal, noi siamo tutti figli di immigrati africani in Europa. Il buon sangue quindi, se lo prendi alla lettera, mente. Siamo migranti da due milioni di anni circa, da un sacco di tempo, passato a espanderci, spostarci, guardare al di là della collina, mischiarci, scontrarci, ucciderci e accoppiarci. Il buon sangue ci dice, se proprio deve dire qualcosa, che siamo tutti cugini stretti e tutti africani: se avessimo la macchina del tempo, basterebbe andare indietro qualche manciata di generazioni e troveremmo un avo africano in comune con qualsiasi altro essere umano sulla Terra.
Ma c’è dell’altro. Gli scienziati non volevano quasi crederci. Poi le prove empiriche sono diventate chiare: con ogni probabilità le popolazioni di Homo sapiens nelle loro peregrinazioni planetarie si sono ibridate (cioè si sono geneticamente mescolate attraverso accoppiamenti misti e proli ibride a loro volta fertili) con almeno altre due specie umane, i Neanderthal e gli enigmatici Denisoviani che abitavano...