Melanconie
– Io ho cominciato a scrivere perché scrivere mi faceva pensare meglio a certe cose. Mi faceva fissare bene l’oggetto del mio pensiero.
– Quindi capivi mentre scrivevi?
– Conosco facendo, diceva Vico. E io ho fatto così: conosco facendo.
– Ma bisogna avere un primo impulso.
– Una partenza? E certo. Si deve sentire un’urgenza. E per quanto può sembrare che non c’entri con questo, si deve essere dominati dal desiderio. Il desiderio è il motore vitale. Non credi?
– È forse per questo che il Sud, il Sud del mondo è più vivo? Siccome è più povero, desidera di più?
– Sì, potrebbe darsi che sia così. Il desiderio è una parola molto, molto importante: è la vita, è l’appetito di vita. Il desiderio di mangiarsela, la vita.
Leggere e scrivere: certe volte è un filo che ti tiene attaccato alla vita. Alla mia età la disperazione ti occupa tutto lo spazio. A me non piace la disperazione, la trovo qualcosa che bisogna sforzarsi di superare virilmente.
– E come fai?
– Alimentando il sentimento della vita. E conservandomi umano: non è un’impresa da niente.
– Scrivi ancora?
– Non ne sono più capace, manca l’energia, l’entusiasmo, che si indeboliscono, e con loro i sensi.
– Perché la scrittura per te è stata come uno dei cinque sensi?
– Un senso che attivava tutti gli altri. Sono i sensi gli agenti che in qualche modo attizzano la dimensione che è necessaria allo stupore.
– Pensa alla più vibrante forma di espressione che è la poesia. Pensa alla parola “verso”: si dice andare verso qualcosa... Quindi il verso non è soltanto la riga, ma la riga che orienta il pensiero verso qualcosa. Quando scriviamo dobbiamo orientarci bene verso la verità, verso la bellezza, verso... quel che scriviamo. Nominando le cose proviamo ad orientarci dentro il labirinto del mondo.
– Si possono nominare le cose quando si sentono sulla pelle. Un po’ come i pesci, che hanno la sensibilità diffusa sull’intero corpo.
– Se ci pensi, tutte le cose importanti nascono dal miracolo di sentire qualcosa. Tu prima hai detto: è meraviglioso quando si sente. E ogni volta è un mistero.
– Cosa c’è di più meravigliosamente misterioso del tono della voce di una donna, del modo in cui cammina, le scarpe che ha messo quel giorno, la gonna che si muove in un certo modo... c’entra l’immaginazione, il sogno, l’intravedere una porta aperta sul futuro, a prescindere da quello che sarà davvero.
– I dettagli hanno una grande importanza. Anni fa, ricordi, ci capitò di trovarci a cena con alcuni amici e tra loro c’era una donna. Bella, pochi dubbi. Tu notasti, però, che aveva delle brutte mani. E dopo mi chiedesti se le avevo notate. Era un dettaglio che terremotava tutto il resto.
– Non giudicai quella donna per le sue mani brutte, è chiaro; però quella disarmonia mi sembrò un segno di un qualcosa che non andava in lei. Forse era così, forse no.
– Le donne che hanno fascino ti agganciano, è come se buttassero un ponte verso di te.
– Trattasi di conquista.
– Quanto è significato il sesso per te?
– È il desiderio più forte che ho provato.
– Quando scrivi di Palazzo Donn’Anna, dici che lì hai scoperto il mistero sconvolgente del sesso.
– Sì, perché a Palazzo Donn’Anna ci sono le grotte e venivano dal mare le coppiette. Cercavano una spiaggetta e scopavano. E io ragazzino qualche volta, sarà successo due o tre volte, li ho sorpresi e, sì, era sconvolgente. A me il sesso è sempre piaciuto. Anche quello a pagamento. Anzi, forse mi piaceva di più.
– Perché?
– Perché c’era minore responsabilità. E a prescindere, era bello scopare! Mi piaceva, quando ero giovane, andare nelle case di tolleranza, allora c’erano. Ti sto parlando di un mondo tutto diverso, di un tempo lontano in cui frequentarle voleva dire entrare in un mondo a regole sospese, libero. Non credere che mi sia mai piaciuta la volgarità. La volgarità si trova o non si trova in tutte le zone della vita virile. La volgarità è l’unica cosa che mi fa schifo.
– E qual è la cosa più volgare che ti è capitato di vedere?
– Una donna che si mise una mano sulla fica e voleva farmela odorare per invitarmi al sesso. Ma oggi sarà tutto diverso.
– Per fortuna le donne si sono prese la loro libertà. Anche quella di fare l’amore, gioiosamente, per libera scelta. Quanti anni avevi la prima volta?
– Tardi, dopo i diciotto anni.
– Come mai?
– Per reticenza. E tu quanti anni avevi?
– Avrò avuto diciassette, diciotto anni.
– Ma la vita è molto cambiata da quando io ero giovane a quando lo sei stato tu?
– Sì e no. La superficie della vita è cambiata, ma la cosa più intima, quella no, quella non cambia mai. La vita è sempre uguale.
– I desideri sono gli stessi. Anche perché non so distinguerli dalla giovinezza. E forse non sono distinguibili.
– I desideri sono gli stessi, le paure sono le stesse. Ed è per questo che noi due possiamo capirci, anche se abbiamo così tanta differenza d’età.
– E qual è la parte più intima per te?
– Riguarda i sentimenti: provare amore, essere coinvolti, provare un qualcosa che ti fa battere il cuore. Si tratta di cose che di sicuro provavano anche i Greci, gli antichi Romani...
– E secondo te, ha importanza in questo raffronto tra generazioni la sincerità con cui si fanno le cose? L’abbandonarsi oppure no? Per esempio, mi ricordo che quando ero giovane alcune cose le ho fatte perché pensavo che bisognasse fare una certa esperienza. E allora dicevo: facciamola, così anche io ho oltrepassato quel punto. Però la cosa fatta così mi lasciava indenne, non lasciava tracce. E cercare invece le cose che ti toccano veramente significava provare amore, desiderio. E questo non succedeva spesso.
– E quando le provavi?
– Quando le provavo era meraviglioso. Però non era frequente, perché la mia generazione non si abbandonava facilmente. E la tua?
– La mia è nata tutta sull’idea dell’abbandono, quasi si esagerava in questo senso.
– Io guardo tutto dall’esterno. C’è dentro di me un terzo occhio.
– L’hai sempre avuto, questo terzo occhio, anche quando eri ragazzo?
– Sì, era sempre presente e qualche volta era anche imbarazzante, perché non era un aiuto, era un ostacolo. Per esempio, quando dovevo conquistare una ragazza, il terzo occhio era noiosissimo.
– Cosa ti faceva vedere?
– Mi faceva vedere certe mie insufficienze, o come lei poteva vedere cose che invece vedevo solo io e che non mi piacevano.
– E questo ti bloccava...
– Mi smontava un po’. Credo che ognuno di noi ha avuto il terzo occhio.
– Sì, ma non così forte come in te, perché tu...
– Nemmeno io fortissimo, però era un inciampo, questo terzo occhio.
– Mi viene in mente quella frase di Dahlberg che un tempo facesti tua: «A diciannove anni mi ero estraneo, a quaranta mi chiesi: Chi sono? A cinquanta conclusi che non lo avrei mai saputo». Tu, invece, sembra che, da un certo momento in poi, l’hai saputo.
– L’ho saputo tardi. All’inizio non volevo trascurare niente; e così le troppe cose che invadevano la mia mente rendevano tutto un po’ confuso. Ero all inclusive, come dicono gli inglesi. Cos’era meglio, all inclusive o la selezione estrema?
– E quando hai deciso che preferivi l’uno o l’altro?
– Beh, ancora non è chiaro.
– Dunque ancora non sai se è meglio James o Stevenson.
– Ancora non lo so. Sono due possibilità dell’arte.
– Però nel tuo caso sei andato più verso Stevenson, penso a La neve del Vesuvio...
– Cercare l’essenza... Quella è stata la tendenza.
– In Ferito a morte, invece, mettevi tutto quel che potevi, le vo...