
- 142 pagine
- Italian
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eBook - ePub
Storie di libri perduti
Informazioni su questo libro
Hemingway, Byron, Plath, Gogol', Lowry, Schulz, Bilenchi, Benjamin. Le storie di otto libri perduti, bruciati, strappati, rubati, semplicemente scomparsi, ma che sono stati scritti, che sono sicuramente esistiti. Nessuno conosce i percorsi sicuri per ritrovarli. Ma la loro ricerca non è già un modo per leggerli?
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Informazioni
Londra 1963.
Potreste dire che ho una vocazione
L’11 febbraio del 1963 nel suo appartamento di Fitzroy road 23 – che aveva affittato anche perché ci aveva vissuto W. B. Yeats, e questo le era sembrato un segno del destino –, Sylvia Plath si sveglia molto presto. Quando sta male ha sempre problemi col sonno, ma lei ha imparato ad approfittarne perché è di solito all’alba che scrive le sue poesie, prima che i suoi bambini si sveglino. L’ultima che ha scritto pochi giorni prima si chiama Edge, il limite, quello che ha ormai deciso di oltrepassare. Prepara la colazione per Frieda e Nicholas (lei ha quasi tre anni, lui poco più di uno), va nella loro camera, posa sul comodino due bicchieri di latte e delle fette di pane e burro, apre la finestra anche se fuori fa freddo, poi esce e isola la loro stanza col nastro adesivo e arrotolando un asciugamano alla base della porta. Torna in cucina, si chiude dentro, la isola dall’interno come ha fatto con la stanza dei figli, apre lo sportello del forno, mette un panno sulla superficie per poterci appoggiare la testa e gira la manopola del gas.
È così che si uccide Sylvia Plath. È la seconda volta che ci prova, dieci anni dopo la prima, e questa volta il tentativo le riesce.
Ha trent’anni compiuti da poco, è la moglie di Ted Hughes ma da alcuni mesi si sono separati a causa dei tradimenti di lui. Lei non è famosa: ha pubblicato molto su diverse riviste, un libro di poesie, Il colosso, e un romanzo sotto pseudonimo, La campana di vetro. L’accoglienza è stata tiepida.
Lascia tantissimi inediti: oltre alle carte personali, alle lettere e ai diari, una raccolta già ultimata, Ariel, molte altre poesie e un centinaio di pagine di un secondo romanzo, il cui titolo provvisorio è Double exposure.
Anche se sono separati, Ted Hughes è ancora legalmente il marito, e a lui toccherà quindi la sua eredità letteraria, al suo giudizio sarà sottoposto il destino di tutto quanto è rimasto inedito.
Chi mi ha seguito fin qui avrà capito che a me piacciono i pettegolezzi, anche perché, come ha dichiarato una volta Ian McEwan, la letteratura non è che una forma raffinata di gossip, ma questa volta vorrei farne il meno possibile. Per anni Hughes ha subìto l’accusa di essere il responsabile della morte di Sylvia Plath, come se il suicidio di lei fosse l’inevitabile conseguenza dei suoi comportamenti; molti hanno addotto come ulteriore prova il fatto che anche la donna per la quale aveva lasciato la Plath si uccise. Solo quando, alcuni decenni dopo, poco prima di morire, Hughes pubblicò le poesie che aveva scritto nel corso degli anni come tante lettere di compleanno alla moglie morta, tutti capirono che le cose erano, come sono sempre, molto più complicate. E che magari al fondo c’era il fascino che lui provava per le donne perturbate, difficili, oscure: lo erano da prima, non era lui a farle diventare così.
Ma le scelte di quest’uomo – così importante nella vita di Sylvia Plath – certo hanno pesato molto, nel bene e nel male, anche nel suo successo postumo, e hanno costituito un discrimine fra ciò che abbiamo potuto leggere e ciò che non potremo più, o almeno non abbiamo potuto avere finora nelle nostre mani.
E questa è l’ultima storia che ho deciso di raccontare.
I have done it again.
One year in every ten
I manage it...
(...)
I am only thirty.
And like the cat I have nine times to die.
This is Number Three.
(L’ho fatto di nuovo.
Un anno ogni dieci
ci riesco...
(...)
Ho solo trent’anni.
E come un gatto devo morire nove volte.
Questa è la Numero Tre)
[trad. mia]
Così comincia Lady Lazarus, una delle ultime poesie scritte da Sylvia Plath, che purtroppo non ha avuto la fortuna dei gatti e il cui terzo tentativo è stato l’ultimo (il primo non era in realtà un tentativo di suicidio, ma un incidente che le era accaduto a dieci anni).
Capita spesso quando qualcuno si uccide che la sua morte finisca per essere il punto di partenza per raccontare la sua vita. Ma si tratta di una scelta rischiosa, che spesso porta a mettere sopra il volto della persona vera – quella che ha vissuto, ha pensato, ha scritto – una maschera che schiaccia la sua ricchezza umana e artistica in un’icona, in un ritratto a due dimensioni.
Che Sylvia Plath avesse sempre corteggiato la morte è un dato di fatto. E questo corteggiamento, senza dubbio, nasceva da una fragilità, quella che emerge con evidenza dai diari, ma anche da una sfida, una forza, una capacità di lottare, una violenza, quali invece troviamo nella durezza scolpita delle sue poesie.
Molto di lei possiamo riconoscere nella protagonista della Campana di vetro, nel percorso doloroso dalla depressione al tentativo di suicidio, alla «cura» dell’elettroshock. E proprio in quelle pagine si coglie l’intreccio inestricabile fra il dolore e la colpa che fu al centro della sua vita e della sua poesia, come se il dolore fosse frutto della responsabilità di chi lo subisce e insieme lo strumento per arrivare alla verità della scrittura, dell’essere poeta. Un crinale sottile su cui camminare, su cui lei trascorse tutta intera la sua esistenza.
Dying
Is an art, like everything else.
I do it exceptionally well.
I do it so it feels like hell.
I do it so it feels real.
I guess you could say I’ve a call
(Morire
È un’arte come un’altra.
Io lo faccio davvero bene.
Lo faccio che sembra un inferno.
Lo faccio che sembra vero.
Potreste dire che ho una vocazione)
[trad. mia]
Così scrive ancora in Lady Lazarus. Ma la sua vera vocazione era scrivere. E di questo vale la pena occuparsi per capire cosa accadde dopo la sua morte.
Prima però dobbiamo tornare al suo rapporto con Ted Hughes. Un rapporto fortissimo, non solo amoroso, ma anche un sodalizio letterario, in cui Sylvia stimolava il marito a essere fino in fondo poeta, a scegliere questo come senso della propria vita, e insieme cercava un appoggio che le desse la forza per affrontare il dolore creativo che era alla base della sua idea di letteratura. «Combatto», s...
Indice dei contenuti
- Introduzione. Il rischio di un’impossibilità
- Firenze 2010. Il libro che ho letto (e non ho fotocopiato)
- Londra 1824. Le «Memorie» scandalose
- Parigi 1922. La memoria è il miglior critico
- Polonia 1942. Il Messia è arrivato a Sambor
- Mosca 1852. Una «Divina Commedia» della steppa
- British Columbia 1944. Non è facile vivere in una capanna
- Catalogna 1940. Una pesante valigia nera
- Londra 1963. Potreste dire che ho una vocazione
- Elenco ragionato dei libri citati