Se fossi fuoco, arderei Firenze
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Se fossi fuoco, arderei Firenze

  1. 160 pagine
  2. Italian
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Se fossi fuoco, arderei Firenze

Informazioni su questo libro

Fa qualche passo verso il muretto, e Firenze, là sotto, gli appare impegnata in un lunghissimo ralenti, come se stesse faticosamente scorrendo via...«Che poi, artisti o no, ci si può davvero costruire un'esistenza indipendente, qui, senza doversi allacciare a un sistema di supporto vitale fatto di parentele, conoscenze, amicizie, relazioni per niente dinamiche? E nelle altre città d'Europa, sarà davvero diverso? O farei la stessa fine, con le stesse scarse opportunità, lo stesso pugno di magre certezze, lo stesso lavoro, l'unica differenza il pranzo al posto del lampredotto il sushi, o alle brutte un falafel»: storie, aneddoti, vicende di chi va e viene fra Ponte Vecchio e Santa Maria Novella, di chi prova a smuovere le acque dell'Arno e chi si accontenta di galleggiare, fra studenti, artisti veri o presunti, delinquenti e signori, stranieri e fiorentini doc, una guida-romanzo di una delle città più belle d'Italia.

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Informazioni

eBook ISBN
9788858103449
Anno
2012

III. Braci

Diego guarda uscire Giovanni e l’americana. Faranno l’amore, stasera?, pensa, e realizza come non gliene importi nulla, e sì che una volta certe dinamiche, anche le più trascurabili, lo appassionavano. Quante volte, in riunione, si era divertito a studiare quelle che intercorrevano tra Gaia e Mattia, il modo che avevano di punzecchiarsi oppure di ridere insieme, quasi avessero sviluppato della fibra nervosa comune; quei loro brevi occasionali avvicinamenti, all’interno del loro stato di continua sospensione; quanto spesso aveva scritto di come le dinamiche sociali inquinano i rapporti tra le anime. Chissà che fine hai fatto, Annabel; chissà perché in questi giorni notturni mi scopro sempre a pensare a te. Chissà, forse speravo che mi chiamassi; che volessi chiedermi cosa avevo fatto, in questi mesi. Si versa un altro mezcal, aspetta ancora venti minuti per avere la certezza che Giovanni e la sua compagna si siano debitamente allontanati, che siano già in un locale o in un’alcova, si mette il suo vecchio giaccone Harris Tweed, si gira una sigaretta ed esce nella notte.
Notte tiepida, dall’aria ferma, simile nel ricordo a tante in cui usciva da casa dei suoi per andare alle riunioni della rivista, ma più bella, poiché adesso può attraversare borgo Pinti e le sue sorelle che da essa si dipartono, via dell’Oriuolo, borgo Albizi, la stretta e muta via dei Pandolfini, la bocca ridente di via Ghibellina, ma soprattutto borgo Pinti, pensa Diego, che quando torno a casa alla notte è un fiume che scorre in dolci curve, fresco umido fiume dagli argini boscosi – quanti cortili, e giardini, nasconde dietro le sue mura? Uno se lo è rubato un hotel, gli altri li tiene ancora nascosti, il borgo, nei chiostri dei suoi conventi, delle sue conventicole, e gli sovviene una riunione straordinaria della rivista a casa di Gaia, qualche mese prima: quinto piano, zona borgo Tegolaio, sorella d’Oltrarno di borgo Pinti, certe discussioni al tavolo gli avevano fatto venire il nervoso, già sentiva che per lui non ci sarebbe stata una prossima riunione, e allora aveva chiesto a Gaia se c’era un balcone, in quella casa, che voleva fumarsi una sigaretta. Quella allora aveva detto perché non te la fumi qui e Diego aveva detto perché me la voglio fumare da solo. Oltre la porta a persiana del terrazzo uno stendipanni, un lavello di pietra pieno di vecchie pistole ad acqua – resti di passati inquilini? di inquilini con figli? di inquilini bambini? – una piccola sedia di legno dipinto, un acchiappasogni polveroso e poi in fondo, addossati al muretto che faceva da ringhiera, uno due tre quattro dodici conchini pieni di piante secche (unica chiazza di verde, un’erbaccia nello spacco tra due mattonelle) ma forse era solo l’inverno, non l’incoltura, oppure erano resti di una plausibile passione di Gaia per le spezie, gli aromi: la fitoterapia, magari; passione certo non corredata dalla perizia necessaria a tirar su pianticelle. E oltre il conchino più grosso, o meglio oltre il lungo steccolo che da esso si dipartiva per un buon metro e mezzo, nella notte, la città, in un profilo mai visto, il lato poderoso della Chiesa del Carmine, il suo basso ottagono, Santo Spirito un campanile e una cupola in un chiarore bluastro, con le onde della facciata troppo basse per essere scorte e quindi trasfigurata, immateriale, e subito sotto di lui una selva di vecchie antenne, non una parabola, solo secche irte antenne in un digradare di tegole, e più sotto, in quello che è l’interno dell’isolato, nella notte un vasto profondo giardino, lussureggiante di pini e cipressi, fitto di siepi – alcune a formare un piccolo labirinto – e tra di esse le curve di un viottolo illuminato da piccoli lampioni. Tutto il verde è privato, a Firenze, si disse. Di più, pensa ora Diego: tutto il verde è segreto. E borgo Pinti è un fiume esso pure ermetico, che a volte ha addirittura una sua nebbia, e le auto al massimo sono un’eco dal fondo, quel fondo il cui limite è il Cimitero degli Inglesi. Vorrei essere inglese, quando percorro borgo Pinti: arrivare al fosco cimitero, ponderare la morte come legittima fine della strada e poi voltarmi e vedere alto in fondo, allineato perfetto sull’asse del borgo, il Forte Belvedere, bianco faro, conferma che le leggi che regolano Firenze sono quelle eterne. Leggi poi continuamente tradite: come sarebbe bello se tutta Firenze fosse ancora come borgo Pinti, come le sue sorelle – Diego che intanto svolta in piazza Salvemini, oltrepassa l’Arco di San Pierino, si getta in una vuota borgo Albizi. Chissà, forse Firenze è ormai inadatta a produrre arte, la sua aura è ormai lisa, spanata, sputtanata. Condannata a volgersi sempre al passato. E infatti torno, e subito penso ad Annabel. Forse dovrei andarmene a...
Nel buio della strada, nota una lama di luce da un portone socchiuso. Non ha finito di avvicinarsi quando sente più voci rimbombare nell’androne, dove fa in tempo a scorgere due Osiride in gesso che si fronteggiano. Si ritira, la porta si apre e gli scorrono accanto, gioviali, cinque uomini: il più anziano, una barba che è una gorgiera, guida la fila e intanto pontifica facondo, bonario ridacchia, sottolinea, sancisce; dietro di lui due di poco più giovani, cappotto cammello uno, una più spartana giacca a vento l’altro, che annuiscono, scambiandosi tuttavia occhiate un poco ironiche; seguono due sui quarantacinque, più dimessi, devoti. Tutti recano una borsetta: una cartella. Quella del vecchio è in pelle, i due secondi la recano in tessuto tecnico, tipo Mandarina Duck; i giovani ne hanno rispettivamente una in pelle come l’anziano, ma di fattura più pomposa, con vistose fibbie ramate, e una di cerata verde oliva. Diego ricorda di quando faceva il servizio civile alla Misericordia e nei turni a Careggi aveva notato come tutti quelli che erano in chemioterapia avevano con sé uno zainetto, ed era quasi sempre uno zainetto di un certo tipo, un tipo di borsa che vedevi solo in quei casi, poiché un anziano, per di più trovandosi in condizione di doversi procurare uno zaino non per una gita a Merano, ma al reparto oncologia, non andrà a comprarsene uno nuovo, ma recupererà in casa o dai figli il primo che trova e che abbia un’apparenza sufficentemente funzionale, e così ecco un fiorire di sacche Hertz o Avis, di tracolle aci e Alpitur, di zainetti Kodak, Renault, Ceres, Rizla.
Diego sorride e ripensa alla prima cartellina di quel tipo che vide portata da un rispettabile signore, agli anni dell’adolescenza, a quella sua prima dolcissima storia d’amore con Annabel, a quel loro essere follemente, maldestramente, sfacciatamente, disperatamente innamorati, i loro corpi che tuttavia non sapevano rispondere a quella furiosa smania di possesso, che avrebbe trovato forse soddisfazione solo divorando l’uno ogni particella del corpo dell’altra, e dunque, per un lungo anno, lunghe lunghissime serate ad azzardare baci e carezze in camera di lei, serate di poderose congestioni linfatiche, Diego che arrivava alle nove e gli apriva la madre di Annabel, con un sorriso, oppure Ashlar, la sorella più grande, con una risatina, e poi alle undici o, nel fine settimana, a mezzanotte doveva tornare a casa (e gli era permesso fare un simile orario in una casa non vicina – Annabel abitava in via Pisana – solo perché i genitori di Annabel erano persone degne della massima stima, e l’amicizia tra lei e Diego non sembrava altro che la splendida, innocente amicizia tra due angeli, che solo un domani avrebbero potuto manifestare desiderio carnale, caso nel quale, comunque, valutava la madre di Diego, la figlia del professor Brunetti sarebbe stata un partito più che desiderabile), un anno di baci e carezze prima di capirsi, di trovarsi, e poi una brevissima stagione di amplessi che finì troncata per l’irrimediabile, inspiegato, lapidario allontanarsi di lei, un mese che oggi nella mente di Diego non è che un sogno febbrile, quelle cinque o sei volte che uscì, già in ritardo, scarmigliato, da camera di lei e più di una incrociò suo padre che tornava alla sera e sempre il signor Leopoldo aveva in mano una cartella come quelle, e lui un giorno, uno degli ultimi giorni, le chiese cosa avesse da portare lì dentro alla sera e lei rispose il grembiule, e lui non capì e solo poco tempo dopo Annabel non volle più vederlo e quando, cinque o sei mesi più tardi, dalla sua bmx la vide sbucare da dietro Porta San Frediano, in motorino dietro a Mauro Beccastrini detto Bekko, uno sciocco violento cialtrone sbruffone cannato di due anni più grande di loro, ebbe la sensazione che qualcosa gli si dovesse rompere dentro, ma quando poi lo sguardo di lei gli scorse freddo accanto, nulla si spezzò, ma qualcosa, semplicemente, vibrò, si torse, e scorse via lungo il crepuscolo che scendeva, nel tunnel che è borgo San Frediano. Diego guarda passare i massoni e pensa a Annabel, a Annabel che poi ha ritrovato all’università – se non altro avevano ancora in comune il f...

Indice dei contenuti

  1. — dedica
  2. — epigrafe
  3. — carta di Firenze
  4. I. Scintille
  5. II. Fiamme
  6. III. Braci