IV.
Le battaglie del Settecento isolano
Dai fidanzati in tribunale ai martiri del ’99
1. 1658, marina Corricella: governare uno stupro
Una sera di dicembre del 1658, nel borgo della Corricella, la più suggestiva marina dell’isola, qualcuno bussò alla porta di casa di Annuccia e Sabella, due ragazze orfane di madre. Vivevano lì con Antonio, il padre, in quel momento assente, impegnato in una battuta di pesca. La tranquillità di un abitato dove le casette multicolori erano – e sono – attaccate l’una all’altra rendeva forse superfluo, almeno di giorno, tenerle chiuse: Annuccia, 23 anni, la maggiore delle sorelle, stava cucinando fragaglie e invitò la persona sconosciuta, chiunque fosse, ad entrare. Era Vincenzo, un marinaio rimasto vedovo un anno prima, con due figli piccoli da mantenere, non legato da stretti rapporti di amicizia alla sua famiglia. La stranezza della visita insospettì subito la ragazza, che rimase ancor più perplessa quando si sentì chiedere un po’ del pesce che stava preparando.
A quel punto, pur di levarselo di torno, gli diede l’intero spiedo, intimandogli però di andarsene. Non era finita. Poco dopo Vincenzo tornò, per dichiarare di volerla in sposa e di non pretendere alcunché per la dote (l’avrebbe sposata, aggiunse, anche «senza la cammisa»). Lei cercò di mandarlo via, ma lui le diede un buffetto e un bacio. Allora Annuccia si mise a piangere e gli preannunciò che il padre, al ritorno, l’avrebbe uccisa. Per tutta risposta l’altro calò un materasso, vi si adagiò ed ebbe con lei un rapporto sessuale. Quando Antonio arrivò dal mare, Vincenzo, dal giaciglio in cui era rimasto, gli comunicò, come in un codice ben noto ad entrambi, che «la casa era pigliata» e che Annuccia era sua moglie. Si rivelarono le parole giuste, in una situazione così delicata. L’uomo reagì bene, non come la ragazza aveva temuto (o finto di temere): diede il benvenuto all’ospite e gli domandò solo se aveva comunicato la sua intenzione al padre.
Vincenzo gli rispose che la decisione era nota solo a loro due e a Dio, ma lo invitò subito a chiamare a raccolta «le sue genti», come egli stesso era pronto a fare con i congiunti. L’altro lo ringraziò per l’onore dato alla sua casa e si affrettò a convocare i familiari. Il nonno della ragazza se la cavò diplomaticamente («se ha fatto bene, ha fatto bene a lui; se ha fatto male, ha fatto male a lui»), mentre la madre di Vincenzo, pur senza entusiasmo, incaricò subito un comune amico di acquietare il padre di Annuccia. Il figlio, gli fece dire, era pronto a sposarla di lì a un anno. La mattina dopo fu la giovane donna ad interpretare con intelligenza il nuovo ruolo a cui la destinava l’esperienza subìta: mostrò a una vicina fidata la camicia da notte intrisa di sangue, prova della sua verginità infranta e della esigenza di ‘riparazione’ che ne scaturiva, a carico dell’uomo che l’aveva sedotta.
L’andamento delle trattative non fu però dei più incoraggianti. Ci volle quasi un mese per raggiungere una prima intesa, sancita da un incontro serale, dinanzi a numerosi testimoni, in una bottega del borgo. Lì Vincenzo si trovò a fronteggiare la controffensiva dei congiunti di lei, che cominciavano a soppesare le incognite della situazione. Le sue risposte furono però ben poco tranquillizzanti. Allo zio, che pretendeva garanzie in caso di gravidanza, assicurò che era pronto ad assumersi ogni responsabilità, sempre che si accertasse che era lui il padre («se notano li giorni...» e si vedrà, fu la sua secca condizione). Ancor più raggelante fu ciò che disse al padre di Annuccia, perplesso sul valore delle intese che si stavano trattando. Alla sua proposta di ratificare la promessa dinanzi al ‘prete’, alla presenza di testimoni, Vincenzo si oppose: non voleva, disse, essere incastrato dalla corte del governatore, né incorrere nella scomunica. Proprio per evitare l’intervento del tribunale secolare, sua madre aveva cercato ripetutamente aiuto anche al sindaco e a un Eletto.
Malgrado tutto, nella prima decade di gennaio altri due rapporti sessuali tra Vincenzo e Annuccia, forse concordati tra le famiglie, diedero nuova linfa all’accordo. A quel punto, però, cominciò a circolare – il peso dei pettegolezzi poteva essere in quei momenti devastante – la notizia che pochi giorni prima della notte brava l’intraprendente vedovo aveva promesso a un’altra donna di sposarla. Le trattative si interruppero. Nel febbraio del 1659, in un esposto presentato in Curia arcivescovile, la giovane lamentò il grave danno che il mancato matrimonio avrebbe procurato al suo onore. Ne scaturì una breve indagine, affidata al vicario foraneo di Procida. In essa si fronteggiarono le deposizioni che confermarono il preesistente impegno di Vincenzo, e quelle, più numerose e influenti, di chi lo escludeva.
Un sacerdote certificò che l’uomo gli aveva confermato l’intenzione di sposare Annuccia (per evitare guai con la corte del governatore, ma anche per difendere la sua reputazione); svariati testimoni ricostruirono l’andamento delle trattative; il sindaco, molto ben informato, dichiarò che bisognava celebrare quel matrimonio; si accertò anche che la seconda promessa sposa attribuita a Vincenzo non lo voleva in alcun modo come marito. Non ci furono però sviluppi di rilievo. L’ultimo atto giudiziario fu, nel dicembre del 1659, un’istanza dell’avvocato di Vincenzo, che eccepiva l’incompetenza del foro ecclesiastico e chiedeva la rimessione ad altro tribunale. Da allora il procedimento non fu più coltivato. Verosimilmente erano ripresi gli incontri tra le famiglie, se è vero che dopo circa un anno e mezzo i due si sposarono.
Della vita di Vincenzo e Annuccia non sappiamo null’altro, al di là delle date in cui morirono. A lui il destino riservò una fine drammatica, una di quelle che i curati isolani annotavano allora con dovizia di particolari. Morì nel 1680 – si legge nel libro dei morti – in navigazione, mentre tornava a casa, «per la via di Sardegna». Problemi per la sepoltura però non ci furono, perché prima di salire a bordo, forse già gravemente malato, aveva chiesto di confessarsi, comunicarsi e ricevere l’estrema unzione. Annuccia morì invece nella primavera del 1710, a 76 anni, munita dei sacramenti e del «ricordo dell’anima», come buona parte dei fedeli del tempo. Nella sua lunga vita di vedova poté anche verificare che dopo il lontano ‘incidente’ giovanile tante ragazze di Procida avevano deciso di seguire le sue orme. Fu proprio verso la fine del Seicento, infatti, che nell’isola, nel passaggio dal fidanzamento al matrimonio, la Chiesa, soprattutto con i suoi tribunali, assunse un ruolo nuovo.
2. Nel Sei-Settecento: i fidanzati in tribunale
I limiti della lotta alle convivenze proibite avviata a colpi di scomuniche dai primi del Seicento in tutta la diocesi di Napoli erano evidenti. In buona parte dei casi i concubini non erano ostili alla religione, ma solo fedeli al modello di matrimonio ‘a piccoli passi’. Ne erano ovunque il contrassegno i consueti accordi privati tra le famiglie delle coppie, che contemplavano l’inizio immediato della convivenza e la celebrazione differita delle nozze. Per screditarli la sola azione repressiva era insufficiente. Bisognava integrarla con iniziative nuove, capaci di dare ai parroci un ruolo più incisivo. Grazie ad esse, nella seconda metà del Seicento i rapporti tra i promessi sposi avevano cominciato ad occupare a Napoli uno spazio crescente nell’azione del foro arcivescovile, ben al di là delle scomuniche.
Erano aumentate soprattutto le istanze di donne che asserivano di aver raggiunto accordi con fidanzati poi venuti meno alla parola data e in procinto di sposarsi con altre. Esse chiedevano alla Curia arcivescovile, ottenendolo per lo più subito, il blocco dei matrimoni in preparazione da parte degli ex: una misura che rimaneva in vigore anche per anni, quando la causa era controversa. Si interveniva così su un terreno di nessuno, in cui gli stessi giudici di Stato avevano limitate competenze: essenzialmente sui rapporti sessuali con donne vergini, intercorsi dopo una promessa di matrimonio non mantenuta. In quel modo l’egemonia del foro diocesano napoletano sul fidanzamento si era rafforzata a dismisura. Tra il 1690 e il 1720 quei procedimenti furono almeno 450 (ma forse più di 2000 nella serie presunta), rispetto a poco più di un centinaio tra il 1600 e il 1680. Solo dal 1731 le cause tra fidanzati calarono in tutta la diocesi, pur senza spegnersi, anche se nel tardo Settecento aumentarono quelle finite dinanzi alla Delegazione della Real Giurisdizione.
Rispetto a tensioni così comuni la documentazione isolana rispecchia una situazione ancor più intricata, soprattutto dopo la visita pastorale del 1693. È vero infatti che dalla metà del Seicento nei libri parrocchiali i curati di Procida avevano annotato, insieme agli altri motivi che rallentavano la celebrazione delle nozze, l’esistenza di impedimenti presentati da terzi. Si trattava però di indicazioni sporadiche, specchio della scarsa familiarità degli isolani con istituzioni diocesane poco amate. Proprio in quegli anni, d’altra parte, non si dava sempre conto, nei registri matrimoniali, delle assoluzioni dalle scomuniche, preliminare obbligato per la celebrazione delle nozze tra i tanti fidanzati locali che convivevano. La deferenza verso una parte delle loro famiglie si imponeva sui doveri d’ufficio.
Non c’è confronto, però, con i dati ricavabili da una Nota dell’impedimenti per ragione de sponsali forse contratti, redatta negli anni Trenta del Settecento dal curato pro tempore di Procida. Il testo – un altro unicum rispetto al resto della diocesi – è un brogliaccio che raccoglie i nomi dei promessi sposi isolani impediti da terzi, per lo più donne, in base a un presunto diritto al matrimonio. Vi sono elencati e spesso riassunti 161 ricorsi di quel genere gestiti tra il 1699 e il 1722 dai due curati che si avvicendarono alla guida della Chiesa locale. Colpisce, in particolare, l’intensificazione delle istanze tra il 1703 e il 1712. I 124 ‘incidenti’ tra fidanzati isolani vagliati in quel decennio in parrocchia sono un corpus documentario imponente. Nello stesso arco di tempo, infatti, il contenzioso tra i fidan...