Postfazione
Per comprendere e analizzare a fondo le argomentazioni avanzate da Chicchi e Leonardi nel loro Manifesto, nonché le loro criticità, è necessario contestualizzare la proposta all’interno delle trasformazioni dell’assetto dei rapporti di produzione.
La fase attuale dello sviluppo capitalistico è caratterizzata da una nuova polarizzazione sociale che si esprime nella distribuzione sempre più diseguale dei redditi e delle ricchezze e in una crescente distonia tra i processi di innovazione tecnologica e l’aumento delle forme di lavoro precario, sottopagato e gratuito. In questa nuova era, uno dei fattori a mutare pelle è indubbiamente il legame tra crescita economica, produttività del lavoro, occupazione e salari. Progresso tecnico, automazione dei processi produttivi e investimenti in macchinari e tecnologie (la composizione organica del capitale) non determinano una distribuzione del reddito prodotto verso il lavoro, al contrario vedono una progressiva erosione della quota salari a favore dei profitti e delle rendite. Un dato che smentisce il legame tra innovazione tecnologica e aumento del benessere sociale generalizzato, erodendo altresì alla radice la presunta razionalità inclusiva del progresso tecnico.
Mai come oggi, l’obiettivo di stabilizzare e accrescere i margini di profitto impone un nuovo equilibrio al capitale mondiale tra il livello degli investimenti e il tasso di sfruttamento del lavoro. Tutto ciò, nonostante l’espansione del mercato finanziario e l’accesso al credito, che per decenni hanno costituito un canale di sbocco alle crisi cicliche del meccanismo di accumulazione capitalistica, esprime una perdurante fragilità, alimentando preoccupazioni sulla possibilità di nuove ondate di recessione mondiale. Questo scenario rimette al centro dell’agenda politica il contrasto alla povertà, alle diseguaglianze nelle condizioni economiche e sociali, e la necessità di misurarsi fino in fondo con i meccanismi di produzione e distribuzione del reddito.
Come accadde dopo la grande crisi del ’29, le contraddizioni esplose in seno al modello capitalistico impongono alle istituzioni politiche un ripensamento complessivo dei rapporti tra sviluppo economico e coesione sociale. Nel periodo tra le due guerre mondiali la componente più illuminata della cultura liberale europea cominciò ad interrogarsi sulla necessità di costruire strumenti di redistribuzione del reddito a fronte dell’aumento della povertà. Si deve al lavoro di un gruppo di economisti britannici, riuniti attorno a William Beveridge, il primo sistema di protezione sociale universalistico noto come National Insurance Act, approvato dal Parlamento del Regno Unito nel 1946. Un programma che conteneva al suo interno misure di integrazione al reddito rivolte a persone disoccupate, condizionate alla disponibilità al lavoro. L’esempio britannico si diffuse in breve tempo in altre parti d’Europa, specie nei paesi nordici, divenendo la base materiale e culturale del modello sociale europeo. Sistemi di reddito minimo accompagnarono un modello economico proiettato saldamente alla piena occupazione, costituendo forme di assicurazione sociale contro le crisi cicliche dello sviluppo capitalistico. La condizionalità al lavoro, ovvero l’obbligo ad accettare un lavoro in cambio delle prestazioni di integrazione al reddito, costituì la base della mediazione politica tra capitale e lavoro. Un meccanismo che garantiva all’interno del sistema dato – e non messo in discussione – entrambe le parti, assicurando alla classe capitalista un livello di domanda (consumi) adeguata ai ritmi di crescita della produttività e tutelando i lavoratori contro i rischi della perdita del posto di lavoro. È bene ricordare che questo schema consentì alla parte più avanzata del continente europeo di assicurare un equilibrio tra i livelli di crescita e di coesione sociale.
Diretta conseguenza di questo patto sociale è stata la formazione di un ampio ceto medio, in cui l’espansione del welfare State consentì ad ampi strati di popolazione stabili livelli occupazionali e di reddito. Tuttavia, la centralità di forme di assicurazione sociale e di integrazione al reddito assunse rilievo anche nel campo della destra liberale. Negli Stati Uniti fu il governo Nixon a lavorare ad un progetto di assistenza ai poveri, prevedendo una misura di reddito minimo garantito, che venne successivamente modificata con l’introduzione di un credito d’imposta per i lavoratori poveri. Una scelta ispirata alla stabilizzazione sociale, messa a dura prova dai movimenti che esplosero nella società americana alla fine degli anni Sessanta. L’equilibrio macroeconomico si spezza a metà degli anni Settanta, sotto l’ondata delle riforme di liberalizzazione dei mercati finanziari e di austerità, che imporranno un nuovo assetto all’economia mondiale, alterando i meccanismi statuali di redistribuzione della ricchezza.
La grande novità del capitalismo odierno consiste nella capacità di mettere a valore ogni aspetto della vita quotidiana, ampliando la valorizzazione del processo di lavoro lungo tutto l’arco della vita sociale e mettendo fine alla divisione tradizionale tra tempo di lavoro e tempo di vita. I nuovi lavori che invadono la sfera della contemporaneità dilatano i confini tra l’ambito produttivo e quello riproduttivo, non soltanto alterando le differenze tra lavoro produttivo e lavoro riproduttivo, tra lavoro in fabbrica e lavoro di cura, ma rendendo sempre più dipendente il lavoro dalla società, dai suoi mutamenti culturali, politici, dal nuovo rapporto con la scienza e la tecnologia. Dall’epoca in cui la fabbrica dettava i tempi e le forme dell’organizzazione sociale siamo passati ad una fase storica in cui il rapporto appare rovesciato. Modelli produttivi sempre più flessibili, sensibili alle richieste dei cittadini consumatori, sembrano aver spostato lo scettro del comando dalla fabbrica alla società del consumo. Sembrano, perché sempre meno i consumatori si riconoscono come produttori, e le stesse ideologie del consumo rompono questa identità. Vivere per consumare sembra il nuovo motto che racchiude questa trasformazione antropologica condotta dal capitalismo.
Questo cambiamento di scenario innova il terreno della lotta di classe, introducendo elementi di maggiore complessità nelle rivendicazioni della classe lavoratrice. Se il capitale amplia i confini della valorizzazione, allargando la sfera dell’accumulazione, anche il piano del conflitto distributivo, quello che vede opporsi salari e profitti, si arricchisce di nuove domande. In tal senso, le lotte per il salario e le rivendicazioni di un reddito di base costituiscono un tentativo di modificare i...