Bea vita a Nordest
Anni fa dividevo lo studio con un amico-collega. Una persona intelligente, un po’ chiusa e decisissima a far carriera.
Pur essendo avvocati alle prime armi, avevamo un ufficio piuttosto grande, dove lavoravano parecchi praticanti. Avevamo stabilito di partire a razzo (soprattutto lui).
La mia stanza si trovava in fondo a un breve corridoio, davanti alla segreteria. Sentivo squilli di telefoni, echi di voci, ronzii di stampanti e computer. Avere una segretaria che appariva sulla porta se chiamavi, che scriveva sul blocco se dettavi, era come distendersi sulla sabbia nel pieno sole del mezzogiorno: un piacere faticoso e una forza trasformatrice in grado di agire dall’esterno. Dalle finestre vedevo le facciate grigioazzurre dei palazzoni Antonveneta e le gru dei cantieri disseminati ovunque e il traffico caotico in direzione Fiera. Tutto appariva innervato di luce e privo di spazi neutri nelle maglie fittissime delle urgenze, degli interessi. La cifra esatta dell’indirizzo che stava prendendo la mia vita.
La stanza dell’amico-collega era accanto alla porta d’ingresso. Una grande libreria a parete doveva rassicurare i clienti quanto alla competenza dell’uomo al quale si erano rivolti, nonostante la sua giovane età. Dalle finestre vedevi il parcheggio di via Trieste, sempre intasato di berline in manovra e furgoni della Executive coi portelloni posteriori spalancati per scaricare pacchi o scatoloni e vecchi tossici sdentati, stravolti, in attesa del solito pusher maghrebino.
Eravamo al debutto, preoccupati e desiderosi di vendere cara la pelle. Un paio di volte al mese controllavamo i conti. Affitto, spese condominiali, bollette, segreteria, cancelleria. Per fortuna quadravano abbastanza.
Allora come adesso, la mia vita era scandita da ritmi piuttosto rigidi: dalle otto del mattino alle tredici e trenta scrivevo. Dalle quattordici alle diciannove e trenta stavo in studio. Dopo ero libero, relax.
Dunque, verso le sette e mezza raccoglievo chiavi e telefonino e portafoglio e casco, spegnevo il computer e mi dirigevo verso l’uscita.
Sulla porta dello studio era installato un meccanismo d’apertura elettrico. Premendo un pulsante rosso, il chiavistello scattava rumorosamente. Appena quel Clack! echeggiava nell’aria, dalla stanza dell’amico-collega partiva una frase in dialetto veneto. Sempre la stessa, tutte le sere: Bea vita!
Bella vita. Sottintendeva che uscivo presto. Che mi preoccupavo abbastanza poco di rivedere atti, controllare fascicoli, studiare sentenze. Meno di quanto avrei dovuto? Di certo meno di lui.
L’amico-collega restava in studio molto più a lungo. Fino alle nove, alle dieci, alle undici.
Stava lì – mioddio – sempre!
Ogni sera la stessa storia. Arrivavano le sette e mezzo. Spegnevo il computer. Mi dirigevo alla porta. Il maledetto congegno sprigionava quel Clack! e l’amico-collega sprigionava il commento.
Bea vita!
Cominciavo a sentirmi in colpa. Rinviavo l’orario d’uscita. Aspettavo le sette e tre quarti. Le otto. Aspettavo che l’amico-collega prendesse una telefonata....