La battaglia di Tagliacozzo
Il luogo della battaglia
Oltre alle fonti precedentemente citate, negli Annales placentini ghibellini troviamo un ulteriore dettaglio, giacché si dice che Corradino si trovava “valle Albe”, e “Karulus, cum gente sua, ultra aquam que Riale dicitur”. Il fiume a cui si fa riferimento è stato oggetto di alcune discussioni, poiché sui Piani Palentini scorre più di un fiumiciattolo. Anzitutto sarà utile precisare che il termine riale, derivato da rio, significa “ruscello”, “rigagnolo”. Questo riale è stato identificato con il fiume Salto (e non con la Raffia, come ipotizzarono il Ficker e poi il Sella, che invece sboccava tre chilometri a nord-ovest del monte Carce), che scorre dapprima in direzione da sud a nord attraverso la piana, per poi piegare leggermente a nord-ovest passando tra i monti, in una valle larga circa un chilometro, per poi proseguire nella stretta valle del Cicolano, da cui era entrato Corradino. Il corso del fiume correva a destra dell’abbazia di Santa Maria della Vittoria, eretta da Carlo là dove la battaglia si concluse. Nell’abbazia vi erano degli annessi logistici, come un mulino o una conceria, che motivano questa posizione giacché l’unica fonte di energia era il corso del fiume: il Salto oggi è del tutto prosciugato, ed è stato sostituito da due canali d’irrigazione ad esso pressoché paralleli.
Ma non dovette essere il Salto il fiume che divideva gli eserciti. Peter Herde ha notato, oltre alla preziosa citazione piacentina del riale, una serie di indizi che fa propendere per una diversa ipotesi. In primo luogo la strada da Antrosano a Collefegato, percorsa da Corradino, si trovava alla destra del Salto, così come anche le località di Magliano e Torano, che essa collega. La piana alla sinistra del Salto era impaludata fino a tempi recenti, ed è quindi più che probabile che la strada corresse anche anticamente alla destra, ai piedi del monte Carce. Inoltre le fonti dicono che le prime schermaglie ebbero luogo su un ponte di legno che non poteva essere tale sul Salto poiché esso era attraversato da una antica strada romana provvista certamente di un ponte in muratura.
Ad est del Salto, dunque, doveva esserci un altro corso d’acqua, identificabile tramite carte storiche e fotografie aeree. Esso sorgeva ad est del monte Velino, scorreva tra Forme e Massa d’Albe, attraversava la strada che univa Magliano e Antrosano e infine si gettava nel Salto là dove poi sarebbe sorta Santa Maria della Vittoria. A due chilometri a nord dell’abbazia sono state infine rinvenute delle rovine che potrebbero corrispondere alla villa (e castrum) Pontis, citata nella lettera di Carlo e di cui sopravviveva il toponimo in località “Setteponti”.
Queste indicazioni delimitano anche la piana su cui si sarebbe combattuta la battaglia: lo scontro si sarebbe dunque svolto a sud di questo torrente, tra le due strade moderne Cappelle-Magliano e Cappelle-Massa d’Albe. Ad est il terreno si innalza sensibilmente e i due corsi d’acqua, il Salto e il fosso succitato, delimitavano ad un paio di chilometri il campo di battaglia, con una aggiunta finale legata, come vedremo, all’ultimo combattimento tra Carlo ed Enrico di Castiglia, consumatosi presso il Salto, dove poi sorse l’abbazia di Santa Maria della Vittoria.
La denominazione della battaglia
Come abbiamo visto, la battaglia di Tagliacozzo non si combatté affatto a Tagliacozzo: il piccolo borgo dista circa una decina di chilometri dalla piana della battaglia. E allora perché mai chiamarla così? Tale denominazione le deriva in primis dal fatto che, dopo la distruzione di Alba Fucens, Tagliacozzo era il centro più noto dell’area in cui il combattimento ebbe luogo, prassi, questa, che veniva seguita tanto in età comunale, quanto più tardi. Inoltre, la fugace menzione del luogo tra le terzine della Commedia di Dante ha reso imperitura fama al borgo abruzzese: l’espressione dell’Alighieri “là da Tagliacozzo” (Inferno, XXVIII, 17) è corretta nella sua generica determinazione topografica, ma va intesa nel significato di “al di là di Tagliacozzo, oltre Tagliacozzo”, senza l’indicazione precisa di un punto, come credeva invece il Bassermann. Di fatto, lo scontro si svolse tra Scurcola Marsicana, Cappelle dei Marsi, Magliano e Alba, nei cosiddetti Piani Palentini, là dove sorgeva il castrum Pontis. Diversi studiosi nel corso del Novecento hanno provato a ribattezzarla, proponendo ora battaglia di Ponte, del Salto, di Alba, di Scurcola, area dove la battaglia ebbe la sua conclusione, o di Palenta o dei Piani Palentini. Se quest’ultima dicitura, proposta tra gli altri da Bontempi nel 1968, risponde con qualche vicinanza semantica e verosimiglianza topografica alla pianura su cui lo scontro effettivamente si svolse, luogo peraltro citato da Carlo a battaglia conclusa (Datum in Campo Palentino), il nome di Tagliacozzo è oramai indissolubilmente legato alla giornata campale combattuta il 23 agosto del 1268.
Le fonti sulla battaglia
Sull’andamento della battaglia di Tagliacozzo sono stati prodotti nel corso del tempo diversi studi e lavori, di tenore differente: nel 1894 Karl Hampe pubblicò una prima biografia del giovane svevo, accompagnata dagli studi di Julius Ficker e di Arnold Busson, in cui si forniva una apparentemente esaustiva descrizione della battaglia del 1268. Ma già nel 1903, Gustav Roloff in un lungo saggio dimostrò come la descrizione proposta dai succitati studiosi fosse sostanzialmente errata e dovuta ad una interpretazione piuttosto fantasiosa degli eventi. Hans Delbrück, studioso dell’arte della guerra, seguì la posizione critica del Roloff, accusando, come anche Ferdinand Lot, i succitati medievisti di essersi serviti delle fonti senza però una vera critica su dati concreti, e senza alcuna conoscenza del terreno. Si è dovuto attendere il 1968 e l’opera di Peter Herde per un approccio storico ma anche topografico, fondamentale nella trattazione di una battaglia campale.
Le fonti a nostra disposizione sono molte e varie: la lettera scritta a battaglia conclusa da Carlo d’Angiò e diretta al papa per informarlo dell’esito dello scontro, e poi numerose cronache e annali, tra cui primeggiano la descrizione fatta poco dopo il 1300 dal Primat, un monaco di Saint-Denis, che poté informarsi molto probabilmente da cavalieri francesi presenti a Tagliacozzo, e gli Annales placentini ghibellini che, pur nella loro brevità, sono però preziosi in quanto unica fonte filosveva degli eventi.
Carlo d’Angiò afferma, nella lettera che spedì a Clemente IV, di aver avvistato la sera del 22 agosto 1268, dalle colline di Albe, l’esercito di Corradino e decise di stabilire lì l’accampamento dopo un giorno di marcia sotto l’afa di fine agosto. Corradino aveva già piantato le tende presso Magliano.
L’indomani, all’alba del 23 agosto, un giovedì, gli eserciti rivali si schierarono per la battaglia: si decideva infine con le armi chi avrebbe regnato sul trono di Sicilia. Da un lato l’Angiò era deciso a mantenere il Regno, conquistato a Benevento appena due anni prima, e benedetto dal papa. Dall’altro, però, Corradino rivendicava come proprio il Regno di Sicilia, usurpatogli prima da Manfredi e ora da Carlo, col benestare del pontefice.
Teatro dello scontro sarebbe stata dunque la valle dei Piani Palentini, poco lontano dal lago del Fucino. I borghi che costellavano le aspre montagne abruzzesi avevano preso posizioni diverse in merito e sappiamo, ad esempio, come re Carlo avesse nominato Roberto Morello capitano di Lanciano, giacché temeva che quel territorio cadesse in mano a Francesco da Trogisio, partigiano dello Svevo, chiamato dai lancianesi. Morello occupò dunque il piccolo borgo con 12 fanti e 6 cavalieri, riportandolo all’ordine. I borghi di Castelli, Scontrone, Morro e San Mele rimasero invece fedeli alla causa di Corradino.
La giornata iniziò in modo inconsueto e fuori da quella che era la prassi cavalleresca. Prima che gli eserciti si dessero battaglia, infatti, Corradino fece barbaramente decapitare Giovanni di Braiselve, catturato il giorno della vittoria di Ponte a Valle e trascinato in catene sin lì. L’uccisione del francese, di fatto, non trova spiegazioni sinora plausibili: l’uccisione a freddo di un cavaliere, preso prigioniero durante una battaglia, era una violazione del diritto di guerra. Possiamo solo ipotizzare che l’esecuzione fu suggerita a Corradino da alcuni ghibellini fiorentini presenti, in conseguenza dell’eccidio di Sant’Ellero perpetrato proprio da Giovanni di Braiselve l’anno prima. Nel piccolo paese toscano, a pochi chilometri da Firenze, nel giugno del 1267 fu infatti organizzata una vera e propria spedizione contro il fortilizio ...