Conclusioni
Questo libro ha sostenuto che il discorso del carattere nazionale nell’Italia contemporanea è stato in origine il prodotto dei progetti nazional-patriottici che emersero all’inizio dell’Ottocento e delle aspirazioni a una rigenerazione nazionale che accompagnavano questi progetti. Fin dall’inizio, nel Risorgimento, l’insistenza sull’idea del primato e della superiorità culturale dell’Italia fu accompagnata da un discorso critico sui difetti o «vizi» degli italiani in quanto popolo. La critica del carattere veniva considerata un passo necessario sulla via del suo rinnovamento. Nel tempo, la nozione di carattere ha subito varie trasformazioni, e parallelamente sono cambiati gli obiettivi di questo discorso. In differenti momenti storici alcuni vizi italiani furono considerati più rilevanti di altri e furono stigmatizzati in diversi ambienti: si va dall’ozio e dall’effeminatezza all’eccessivo individualismo, alla furbizia, al trasformismo, al mammismo, per nominarne solo alcuni che sono stati oggetto di particolare attenzione e sono diventati parte dell’immagine degli italiani (significativamente il maschilismo di tanti uomini italiani non è mai stato prominente in questo discorso). Si evolvevano nel tempo anche le virtù, dai primati di cultura alla brava gente, con effetti piuttosto paradossali. Questa variabilità rispecchiava situazioni e culture politiche diverse, i cambiamenti del clima intellettuale e le preoccupazioni che di volta in volta agitavano gli intellettuali e i politici che erano al potere o che, più spesso, criticavano le élites al potere.
I patrioti del Risorgimento volevano che gli italiani prendessero in mano il loro destino, ma spesso li trovavano (specialmente le élites dei vecchi regimi) pusillanimi e poco virili. Dopo la creazione dello Stato unitario l’ideale risorgimentale di un’Italia moderna, europea, si scontrò nuovamente e con forza con una realtà che sembrava molto diversa. Al centro delle riflessioni c’era ancora una volta l’ozio, insieme ad altri vizi che sembravano essere un ostacolo alla creazione di uno Stato liberale moderno. Nel contesto di una rivalità sempre più accesa tra gli Stati europei e di una crescente competizione internazionale per l’acquisizione di colonie, emerse la questione dell’«eccessivo individualismo» degli italiani; i nazionalisti sostenevano la necessità di limitarlo o di sopprimerlo rafforzando il potere dello Stato, allo scopo di rendere più salda la coesione nazionale necessaria per le imprese coloniali, e per debellare le idee socialiste. Permeato da questa ideologia, il fascismo tentò di trasformare gli italiani in un popolo disciplinato e militarizzato e condusse il paese alla vergogna di nuove aggressioni e al collasso completo. A loro volta, gli antifascisti che lottavano per un vero rinnovamento democratico del paese denunciavano quei tratti del carattere che avevano portato gli italiani ad abbracciare il fascismo o a essere incapaci di opporvisi efficacemente. Tra le rovine del fascismo e della guerra, le riflessioni sul carattere della nazione furono particolarmente intense e si tradussero in diagnosi a volte disperate. Nell’Italia postbellica, mentre si metabolizzavano le sconfitte militari e la prospettiva del rinnovamento svaniva rapidamente dall’agenda politica, l’effeminatezza divenne nuovamente un tratto associato al carattere italiano, e non a caso nelle rappresentazioni che ne venivano fatte emerse per la prima volta il «mammismo».
Quindi, non solo il carattere nazionale è stato un elemento centrale delle riflessioni di una parte importante del mondo intellettuale e politico dal Risorgimento alla Repubblica, ma il discorso dei vizi degli italiani è stato anche parte integrante della lotta politica, nel senso che è stato regolarmente messo in campo e utilizzato come strumento nella battaglia per la definizione della nazione, e tra differenti visioni della modernità. Alla base dei tentativi (o almeno delle proposte) di rifare gli italiani, dal Risorgimento al fascismo e alla Resistenza – alla quale tuttavia non seguì, come in precedenza, un’altra forte spinta pedagogica a trasformarli – c’era la critica del «vecchio italiano». Declinate nel quadro della preoccupazione per la libertà e la democrazia, le riflessioni sui mali del carattere nazionale sono certamente servite, e ancora servono, a richiamare l’attenzione sui problemi della vita pubblica e sulla qualità della cittadinanza. Allo stesso tempo, la denuncia dei «vizi tipicamente italiani» è servita, e serve ancora, anche ad altri scopi. È stata utilizzata per delegittimare l’avversario, spesso rappresentato come la quintessenza dell’incarnazione di questi vizi: un esempio recente di questa utilizzazione ci viene dalla Lega Nord, che nel suo attacco contro lo Stato nazionale ha ampiamente capitalizzato sull’idea che italianità sia sinonimo di corruzione1. Il discorso dei vizi italiani è stato inoltre usato come alibi per oscurare o nascondere le azioni e le responsabilità di determinati individui, gruppi e istituzioni estendendo colpe e responsabilità indiscriminatamente a tutta la popolazione: è una linea di a...