L'uso politico dei paradigmi storici
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L'uso politico dei paradigmi storici

  1. 142 pagine
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L'uso politico dei paradigmi storici

Informazioni su questo libro

«La storia – si dice – la scrivono i vincitori, ma il problema è capire chi sono i vincitori». Anche se questo è un campo che si presta ai paradossi, è ben vero che molto dipende dalla periodizzazione che si adotta: cioè dal senso che si attribuisce a determinati eventi, dalla lettura che se ne dà nonché dalla comparazione di differenti, possibili, analogie. L'analogia come strumento principe della conoscenza storica è al centro di questo libro, il cui tema dominante è come si pensano i fatti storici, ed il cui interlocutore costante è il revisionismo storiografico. Perciò il lettore si imbatte dal principio alla fine nei due eventi archetipici della nostra storia, la Rivoluzione francese e la Rivoluzione russa, posti sul banco di prova della comprensione analogica e degli andirivieni mentali del revisionismo.

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Informazioni

1. L’analogia come forma della comprensione storica

1. Un procedimento conoscitivo di tipo analogico è alla base della riflessione tucididea sulla conoscenza storica: opera in concreto nella ricostruzione del più remoto passato, la cosiddetta «archeologia», con cui si apre la sua opera. L’intuizione centrale è la inestricabilità del fatto dal soggetto, che – come Tucidide si esprime – «trova» l’evento, essenzialmente attraverso una comparazione analogica tra eventi «simili». Procedimento eminentemente empirico: ed è per via empirica infatti che Tucidide perviene ad una tale intuizione nel concreto cimentarsi col «mestiere di storico»1.
Ma nel procedimento analogico può riconoscersi una forma della comprensione storica in generale. Ciò risulta evidente – per prendere le mosse da un testo capitale – dal posto che l’analogia occupa nella ermeneutica droyseniana. «Noi avremmo bisogno di un Kant – scriveva Droysen, nel 1843, nella cosiddetta Teologia della storia o «prefazione privata» al II volume della Storia dell’Ellenismo – che esaminasse criticamente, non la materia storica, ma l’atteggiamento teorico e pratico dinanzi e entro la storia»2. Fondando una Istorica, Droysen ha tentato di contribuire a tale compito: l’Istorica infatti – spiega al principio del Sommario, stampato per la prima volta nel 1858 – «non è una enciclopedia delle scienze storiche, né una filosofia (o teologia) della storia, neppure una fisica del mondo storico, e meno che mai un’arte poetica per chi voglia scrivere storia. L’‘Istorica’ deve porsi il compito d’essere un ‘organo’ del pensiero e dell’indagine storici»3. Ed è significativo che il primo postulato con cui si apre la Metodica droyseniana (Sommario, § 19) insista appunto sul nesso soggetto-oggetto, con una formulazione che sembra per certi versi anticipare l’Erleben diltheyano: «L’indagine storica presuppone la seguente riflessione: anche il contenuto del nostro Io è un contenuto mediato, divenuto un risultato storico. Tale mediazione, come dato di fatto riconosciuto, è la memoria». Una formulazione («il nostro Io» è un «risultato storico») che rende anche più chiare le parole del 1843 «atteggiamento dinanzi e entro la storia».
Nella sistematica droyseniana, l’analogia è una articolazione, forse la più rilevante, dell’Euristica (Sommario, §§ 20-27). «Per la natura dei suoi materiali» – è questa la premessa – lo storico manca «del grande ausilio che l’empiria del fisico trova nell’osservazione e nell’esperimento», ma, appunto, l’indagine storica – prosegue Droysen – trova un surrogato all’esperimento «illuminando a mezzo di analogie questa oscura incognita» (ivi, § 25); e poco dopo precisa che «l’analogia, per illuminare un processo, si serve di un processo simile svoltosi in condizioni simili» (ivi, § 26). Nel corso di lezioni intitolato Enciclopedia e metodologia della storia – che presuppone lo schema concettuale del Sommario –, Droysen amplificherà, esemplificando, queste formulazioni, e chiarirà ulteriormente che l’analogia mira appunto ad illuminare il meno noto con il più noto, dopo che se ne sia «riconosciuta la somiglianza»4:
Dalle misere notizie delle fonti medievali non si riesce a capire come i Tedeschi poterono respingere gli Slavi dalla Saale e dall’Elba oltre l’Oder, come di fatto avvenne; come trovare una spiegazione? È chiaro che essi avanzarono combattendo, che dovettero assicurare militarmente il paese conquistato. Avvenne ciò forse in maniera analoga alle colonie militari dei Romani, ai presidi cosacchi portati innanzi dai Russi, coi loro fortini, sull’Amur e nel Turkestan? Prima sulla Saale, poi sulla Mulde, poi lungo l’Elba si trovano dei forti, impiantati a gruppi di tre o di quattro oltre il fiume, e una base più grande di qua dal fiume; si ha qua e là notizia di tali vedette e del loro distretto, dei vassalli collocati nelle vicinanze per il servizio dei forti. In breve, questa analogia chiarisce la questione.
È un caso che potremmo definire «tucidideo» di uso ermeneutico dell’analogia: un ponte tra ciò che è noto e ciò che non lo è (o lo è meno), che si sustanzia di indizi, si muove nell’ipotesi della «somiglianza» e trova nella coerenza tra ipotesi e indizi la conferma della somiglianza.
Più in generale, beninteso, ogni predicato (o giudizio, o ricostruzione) riferito al passato è frutto di un procedimento analogico: nel senso – affermato, ad esempio, da Josef Engel – che l’analogia risponde ad una «aporia di fondo» del pensare storico, costretto a rendere ragione dell’individuale pur sapendo di non poterlo identificare già perché non è presente: in tal caso l’analogia si presenta come l’unica via d’uscita, onde – conclude Engel – «ogni giudizio storico è un giudizio analogico»5. Il meccanismo analogico scatta nel momento in cui penso un fatto passato che non è, proprio perciò, nella mia diretta esperienza: e già per questo è inevitabile che io lo pensi entro certe categorie. Giacché, evidentemente, un fatto passato non mi giunge – come invece un evento contemporaneo – immerso nelle categorie del presente, non viene pensato coi supporti della contemporaneità che si respira ogni giorno e che fa sì che i fatti contemporanei giungano alla mia percezione già collocati dentro categorie a me familiari (onde mi sembra di pensarli in modo oggettivo). Rispetto all’evento passato quella analogica è una reazione che rende pensabile per me oggi un fatto che è ormai trascorso. Ponte dunque tra presente e passato in generale, nonché tra nozioni, parole, concetti: strumento della traducibilità del passato, per noi6. Una operazione, questa, per lo più irriflessa, ma forse non del tutto ovvia, e anche foriera di fraintendimenti. Basta pensare, per fare un esempio ben noto, ai rischi di stravolgimento insiti nella mutuazione, dall’esperienza moderna verso quella antica, di concetti inerenti alle forme politiche (la nozione di Stato, ad esempio), specie quando, a sua volta, la parola viene dal lessico politico antico. Penso a «democrazia», per tenermi ad un caso ben noto ed usuale: che nella nostra morfologia politica finisce col significare tutt’altra cosa (rappresentativa e non diretta, pluralistica e non totalitaria ecc.) rispetto, ad esempio, alla demokratia attica dopo Pericle. In questo caso l’analogia è duplice: è trasposizione dall’antico verso di noi di un termine (e di un concetto), ma anche riverbero di una nostra realtà/nozione sull’esperienza antica. Onde la deformazione che ne risulta è in certo senso duplice: ci riesce difficile svincolare del tutto l’idea che ci facciamo della demokratia attica da ciò che per noi significa democrazia. Non hanno perciò tutti i torti gli storici del mondo antico, che Carr prende garbatamente in giro in What is History?, per la loro riluttanza a tradurre concetti caratteristici di altre realtà:
hanno preso l’abitudine – scrive lo storico inglese – di usare termini come polis e plebs nella loro lingua originale, per indicare che non sono caduti nella trappola. Ma è un espediente che non serve a nulla. Anch’essi vivono nel presente e non possono introdursi di soppiatto nel passato per il solo fatto di servirsi di parole estranee al linguaggio corrente, così come non diverrebbero migliori storici della Grecia o di Roma per il fatto di pronunciare le loro lezioni avvolti in una clamide o in una toga!7
2. Lo stesso Droysen, d’altra parte, ha dato esempi di ben più complesse, profonde, e vaste, forme di associazione analogica nella comprensione di intere epoche storiche, di grandi eventi-cardine del passato. Ancora nella Teologia della storia, egli difende – con efficace polemica – la propria originale e innovativa visione dell’età ellenistica: un’età messa in moto dalla trionfale ascesa di Filippo il Macedone, e sviluppatasi soprattutto per opera di Alessandro e dei suoi successori; un’età alla cui radicale reinterpretazione e rivalutazione è legata, in modo secondario, la grandezza e la durevolezza del nome di Droysen. La visione che egli ha definitivamente contribuito a combattere è quella tradizionale dell’Ellenismo come lunghissima fase di indistinta decadenza. La visione che vi ha contrapposto è da lui sinteticamente espressa – appunto in quella «prefazione privata» – con la formula: «L’Ellenismo è l’età moderna del mondo pagano»8, una qualifica che – come dice poco dopo – «in tutta la sua ampiezza potrà valere sotto un certo rispetto anche per l’evoluzione di Roma». Con una tale complessiva analogia, Droysen esprimeva sinteticamente la sua comprensione/valutazione di quell’età sino al tempo suo poco e male compresa, e non trovava miglior veicolo per esprimere tale comprensione se non appunto una analogia comprensibile per noi. La comparazione che istituisce è anche un giudizio.
Ora è chiaro che questa grande analogia – o quella, pur essa coinvolgente un fenomeno storico di vaste proporzioni, relativa ai modi onde il mondo germanico aveva potuto, in un’intera fase storica, respingere il mondo slavo oltre la linea dell’Oder – è solo formalmente, solo per il procedimento adottato, sullo stesso piano delle analogie per così dire formali consistenti nella traduzione o trasposizione di concetti analoghi, o di quelle operazioni statistico-analogiche che Paul Veyne ha chiamato, nel fortunato pamphlet Comment on écrit l’histoire (1971), «retrodizioni». (Esempio: «Le cause di questa sommossa, che sono mal note, vanno probabilmente ricercate, come sempre in questa determinata epoca e in queste circostanze, nel fiscalismo»)9. Dalla singola retrodizione analogica o dalla particolare induzione statistica alla grande visione sintetica di un’intera età, è l’intuizione analogica il mezzo e al tempo stesso il punto d’arrivo del pensare storico.
Da un lato il procedimento analogico può rimpicciolirsi fino al livello di mera induzione statistica (è l’esempio caro a Veyne: «partire dal manoscritto di un curato di villaggio, attestante l’insofferenza verso il fiscalismo di Luigi XIV, per ammettere che tale testimonianza vale anche per i villaggi vicini»10), per l’altro può sfumare nel generico, per cui definisco guerra il conflitto tra Atene e Sparta in analogia con altri eventi che ritengo o sono generalmente ritenuti affini: onde – osserva Veyne con tono paradossale – «dire che la guerra del Peloponneso fu una guerra è già fare un bel pezzo di strada»11. Ma, a quel punto, avrò stabilito semplicemente qualcosa di abbastanza ovvio, che si estende a rigore non soltanto alla storia: che cioè – come lo stesso Veyne proclama – «la storia è descrizione dell’individuale attraverso universali», siano essi i «concetti», come Veyne ama chiamarli, o i tipi «ideali», secondo la terminologia weberiana12. Posto in questi termini, il problema della comprensione storica si riduce in concreto – come infatti Veyne tende ad affermare – al semplice intreccio, al racconto: dal momento che – com’è noto, e Veyne è il primo ad avvertircene – i concetti possono rivelarsi rischiosi e pericolosamente fuorvianti per la modificazione sostanziale che può investire nozioni e parole solo apparentemente identiche («capitalismo, borghesia, religione»13, e se ne potrebbero indicare tanti altri).
Merita attenzione l’esempio da cui prende le mosse la riflessione di Veyne: è la celebre lettura prospettata da Rostovcev della crisi del III secolo. Stando a quello che Veyne ne riferisce, Rostovcev riduceva quella crisi al conflitto città-campagna...

Indice dei contenuti

  1. 1. L’analogia come forma della comprensione storica
  2. 2. Macroanalogia, microanalogia, narrazione «orientata»
  3. 3. Analogia e politica: l’analogia diagnostica
  4. 4. «Pensare» la Rivoluzione francese: la tolleranza e la virtù
  5. 5. Tra i barbari e l’impero: analogia o cliofilia?
  6. 6. Il filantropo e il politico
  7. Conclusione
  8. L’inquietante mestiere dello storico