Capitolo ottavo. Dalla guerra di Libia all’intervento
1. La «chimera garibaldina». Grecia 1912
Gli avvenimenti del 1912 si legano in modo specifico alle vicende che coinvolsero in quegli anni il mondo repubblicano. Nato formalmente nel 1895, il Partito attraversava una crisi d’identità più o meno latente, che sarebbe esplosa proprio a cavallo della guerra di Libia. Il nodo era rappresentato dalla dialettica tra gli organi direttivi, la base e il gruppo parlamentare, e chiamava prepotentemente in causa l’atteggiamento verso le istituzioni monarchiche, la rigidità del legame con la dottrina mazziniana e l’attualità dei modelli d’azione rivoluzionari.
Del resto, fin dai primi anni del secolo si registrava, in settori genericamente bollati come «sovversivi», la spiccata tendenza ad una proiezione sovranazionale delle iniziative. Si trattava spesso di semplici campagne d’opinione, che facevano capo all’imperativo dei diritti dei popoli, nella convivenza e nell’alternanza di accenti di tipo nazionale e sociale; fu proprio attorno a questa complessità di implicazioni che in alcuni casi poterono realizzarsi convergenze tra repubblicani, socialisti ed anarchici1.
Nel triennio 1911-13 furono proprio questioni allo stesso tempo interne ed internazionali a sollecitare in seno al repubblicanesimo divisioni e chiarificazioni. Se attorno all’opposizione alla guerra di Libia si venne a creare un’intesa tra la quasi totalità della base repubblicana e la maggior parte dei socialisti e degli anarchici, i conflitti balcanici dei primi anni Dieci posero a quegli stessi ambienti dei pressanti interrogativi sull’ipotesi di un intervento diretto.
Mentre nel PRI – alla vigilia dell’impresa africana – si profilava all’orizzonte lo scontro tra il «tripolino» Salvatore Barzilai e le correnti maggioritarie legate a Chiesa, Pirolini e Ghisleri2, nel marzo del 1911 era scoppiata nell’Alta Albania l’insurrezione antiturca.
I legami tra il movimento nazionale italiano e quello schipetaro si erano consolidati anche attraverso la partecipazione di vari rappresentanti delle «colonie» albanesi meridionali al processo risorgimentale, alle iniziative garibaldine in particolare. Per lo meno dalla fine dell’Ottocento Ricciotti Garibaldi aveva rappresentato un punto di riferimento per le aspirazioni autonomistiche di quel popolo e per la rivendicazione di diritti civili e politici.
A cavallo dei due secoli si andava anche affermando il ruolo di Felice Albani3, capace di acquistare un crescente prestigio presso i settori rivoluzionari di quelle popolazioni. Negli anni successivi al volontariato in Grecia del ’97, egli aveva velocemente esaurito la propria fase repubblicano-collettivista4 per farsi protagonista delle tendenze più intransigenti e dar vita, alla svolta del nuovo secolo, al Partito mazziniano italiano. Ad esso si legò una nuova e più longeva iniziativa editoriale del repubblicano, con la nascita della «Terza Italia», destinata a svolgere una funzione centrale nella mobilitazione filoalbanese.
Attorno agli avvenimenti balcanici del 1911-12 si sarebbero consumate due separazioni: l’una tra l’azione e le prospettive di Albani e quelle di Ricciotti, l’altra all’interno di una visione complessiva di quei movimenti nazionali, che avrebbe indotto il figlio di Giuseppe Garibaldi a subordinare le simpatie per il popolo albanese al proprio filellenismo, mentre il mazziniano raffreddò progressivamente i suoi entusiasmi verso le rivendicazioni greche. Queste vicende produssero vivaci strascichi polemici tra i due, e Ricciotti venne accusato da Albani di aver compromesso la realizzazione delle iniziative con un comportamento ambiguo, un eccesso di protagonismo e continui temporeggiamenti5. Contribuendo a scrivere un nuovo capitolo della disputa sull’eredità del garibaldinismo e della camicia rossa, Albani sosteneva che nella fallita collaborazione con i rivoluzionari albanesi insorti si erano fatalmente rivelati i reciproci fattori di incompatibilità tra l’impegno del Comitato mazziniano e la prospettiva di Ricciotti. Per lui
si trattava d’una occasionale spedizione di Camicie rosse: pel Com. Pro Albania di una parte già contemplata della propria azione che risaliva a qualche anno, e che col moto albanese si collegava al problema orientale sulla direttiva mazziniana: per noi poi della Terza Italia e di Fede Nuova si trattava anche di chiamare l’Italia popolare – in confronto al Cinquantenario Ufficiale – a segnare con un’idea redentrice luminosa e col valore de’ suoi figli, un grande solco nell’accidia politica in cui s’intorpidiva il Paese6.
Nel febbraio del 1911 il presidente del Consiglio Luigi Luzzatti faceva diramare ai prefetti un dispaccio telegrafico in cui attirava l’attenzione sugli arruolamenti che sarebbero stati aperti a sostegno della causa albanese «sotto la influenza di Ricciotti Garibaldi». Le sue direttive erano di impedire la mobilitazione e promuovere in proposito un’indagine «necessaria alla conservazione dei nostri buoni rapporti colla Turchia e alla osservanza dei nostri doveri internazionali, non potendo l’Italia essere considerata elemento di perturbazione in Europa»7.
Tra la primavera e l’estate i controlli si intensificarono, e una particolare sorveglianza fu esercitata ovviamente nelle zone costiere del confine orientale8, nei porti pugliesi9 e nella capitale. Le informazioni più corpose si raccolsero a Roma, ad Ancona, a Bologna e in Romagna10, dove tra gli arruolatori e gli arruolati abbondavano i repubblicani e non mancavano i socialisti e gli anarchici.
Rispetto a queste iniziative il PRI aveva una posizione articolata, distinguendo sostanzialmente tra le dichiarazioni di principio e l’azione. Anche attraverso «La Ragione», suo organo di stampa, il Partito esprimeva tutta la propria solidarietà verso la causa albanese, ma auspicava che i giovani repubblicani si astenessero dal recuperare modelli garibaldini, prendendo invece coscienza della necessità di battersi per i propri ideali in Italia11.
Se a Roma la mobilitazione a favore dell’Albania era in mano a gruppi già da tempo allontanatisi dal PRI, con un ambiguo ruolo esterno di un personaggio come Barzilai, in altre zone la direzione dell’attività filoalbanese era stata invece assunta da uomini interni al Partito, ma che avevano scelto di dissociarsi da esso su questo argomento. Nelle Marche, per esempio, la spedizione si stava organizzando soprattutto attorno ad Oddo Marinelli12, mentre in Lombardia il punto di riferimento era Cipriano Facchinetti13.
Il Comitato romano e le sue diramazioni periferiche avevano promosso una vasta mobilitazione, risoltasi, a quanto pare, in un movimento di varie centinaia di uomini disposti a partire14. Le crescenti perplessità di Ricciotti, che si conclusero con la scelta di esimersi dall’azione15, trasformarono completamente il quadro; ciò non impedì che piccoli gruppi raggiungessero per terra e via mare le zone di confine tra il Montenegro e i territori dell’Alta Albania. Tra di loro – qualche decina in tutto – ritroviamo l’appena citato Facchinetti, ma anche il giovane anconetano Lamberto Duranti, che sarebbe tornato nei Balcani l’anno successivo. I volontari parteciparono ad alcuni scontri assieme alle bande di insorti, finché il conflitto fu interrotto dalla tregua propiziata dalle concessioni turche16. Nelle altre zone dell’Albania – a cui non erano state subito estese le riforme – l’agitazione continuava: anche l’azione degli italiani si rivolse allora verso le regioni meridionali, dove si diresse in agosto l’ambulanza organizzata da Alina Tondi Albani, con lo scopo dichiarato di soccorrere profughi e combattenti feriti, ma con palesi intenti politici. Giunto a Corfù, il piccolo gruppo – di cui facevano parte anche il marchigiano, veneziano d’adozione, Giuseppe Chiostergi e Lamberto Duranti – avrebbe progettato di spostarsi sull’isola di Lefkada17, da cui sarebbe stato più semplice raggiungere l’Epiro e la Bassa Albania. Dopo aver tentato inutilmente di unirsi all’insurrezione e di ottenere supporti da Atene, i componenti dell’ambulanza – una quindicina di persone – fecero di lì a poco ritorno in Italia18.
Nell’autunno del 1911 scoppiò in Libia il conflitto tra Italia e Turchia e, qualche mese dopo, esplosero i contrasti interni al movimento repubblicano. Ancor prima della formale dichiarazione di guerra, dalle zone in cui il repubblicanesimo si legava a più spiccate tradizioni rivoluzionarie – la Romagna, la Toscana, le Marche, la Lombardia – si erano sollevati segnali di insofferenza verso le ambiguità e le esitazioni del Partito. Molte sezioni del Centro-Nord avevano del resto aderito spontaneamente allo sciopero indetto per il 27 settembre 1911 dai socialisti contro il conflitto imminente. In quei mesi fu la Consociazione romagnola a sollecitare per prima un’iniziativa decisa, che esprimesse i malumori della base contro la condotta dei ver...