Storia della filosofia antica
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Storia della filosofia antica

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Storia della filosofia antica

Informazioni su questo libro

Questa Storia è un sintetico ma esaustivo percorso nella conoscenza della filosofia antica. Ha scopi e impianto spiccatamente didattici che consentono di: - fornire allo studente le cognizioni di base necessarie ad orientarsi nella storia del pensiero filosofico; - favorire l'apprendimento dei contesti storici e delle costellazioni concettuali più importanti della filosofia con lo scopo di restituire la fisionomia dei movimenti intellettuali all'epoca in cui sono sorti e si sono sviluppati, illustrandone la genesi e gli influssi sui momenti successivi del pensiero.

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Informazioni

1. Fra Oriente e Occidente. Le origini della filosofia

1.1. La filosofia e l’Oriente

La parola filosofia è di origine greca e significa letteralmente ‘amore del sapere’. È una parola che contiene dentro di sé una molteplicità di problemi che hanno attraversato per molti secoli la cultura occidentale sino a oggi. In primo luogo, essa può indicare che il sapere è qualcosa che è già posseduto e proprio per questo rappresenta un oggetto di amore, ma può anche indicare che questo sapere non è ancora posseduto e proprio per questo viene ricercato. Ma in che cosa consiste il sapere da salvaguardare o da ricercare? Occorre conoscere tutto o soltanto le cose più importanti, che possono anche essere poche, ma decisive? In quest’ultimo caso quali sono i criteri in base ai quali decidere sulla rilevanza delle cose da conoscere? Si tratterà allora di rintracciare le ragioni o gli obiettivi che consentano di mostrare quali siano le cose più importanti da conoscere. E le questioni che si possono aprire non riguardano soltanto i contenuti del sapere, perché ci si può anche chiedere quali siano le strade e gli strumenti che consentono di acquisire il sapere e se essi siano riconducibili a uno solo o siano molteplici a seconda degli ambiti diversi di ricerca, quali per esempio l’universo fisico o l’agire morale o politico dell’uomo. Proseguendo lungo questa strada diventa anche possibile chiedersi che cosa voglia dire in generale conoscere e sapere. Posto poi che alcune aree di questo sapere siano state acquisite, si tratta anche di individuare quali siano i modi migliori per comunicarne la conoscenza ad altri. La filosofia viene in tal modo a costruirsi e configurarsi nel corso del tempo come un emergere continuo di questioni e di perché. Affrontare una moltitudine di questi problemi o anche soltanto alcuni di essi può impegnare un’intera vita e infatti i filosofi, soprattutto nell’antichità, si sono posti la questione di quale sia il tipo di vita che occorre condurre per poter ricercare ed eventualmente trovare e trasmettere questo sapere. Partendo di qui i filosofi antichi giunsero a costruire la propria identità come quella di un tipo di uomo caratterizzato dal modo particolare di vita che egli conduce e che lo differenzia da quello degli altri uomini.
Anche le culture del Vicino Oriente e dell’Egitto, con le quali confinava il mondo greco, giunsero a elaborare forme di sapere, concernenti gli astri, i calcoli, la terapia dei malati, le previsioni del futuro. Esse conservarono mediante la scrittura su tavolette di argilla o su papiri questo sapere accumulato dalla tradizione per generazioni. Sotto il re assiro Assurbanipal, che regnò dal 668 al 629 a.C., si pervenne addirittura alla costituzione di una vasta biblioteca. Il compito della scrittura era conferito agli scribi, i quali sin da giovani venivano addestrati allo studio dell’arte dello scrivere, alla conoscenza del vocabolario e dei contenuti del sapere, in una sorta di scuola, chiamata nel mondo mesopotamico ‘casa delle tavolette’. Si trattava di giovani delle classi alte, i quali entravano in tal modo in possesso di quel sapere specialistico, che li abilitava all’esercizio delle funzioni amministrative e religiose, legate al palazzo del re. Lo scriba trascriveva racconti concernenti le relazioni degli dèi con gli uomini. Uno dei modelli fondamentali nei quali il sapere era registrato per iscritto era il catalogo: elenchi di soluzioni date a problemi di calcolo, della stessa difficoltà o di complessità crescente, oppure elenchi di osservazioni di malati con l’indicazione dell’esito futuro delle malattie e talora anche di mezzi terapeutici. Il modello del catalogo aveva il vantaggio di poter essere continuamente integrato e accresciuto. Nelle tavolette di contenuto divinatorio o medico, le quali miravano a fornire indicazioni sul futuro, faceva la propria comparsa un modulo di ragionamento, che avrebbe avuto ampia applicazione anche nelle prime fasi del pensiero greco. Questo modulo è esprimibile mediante la formula: ‘se..., allora...’. Nella parte introdotta dal ‘se’ sono formulate osservazioni su eventi riguardanti astri o comportamenti di animali o contenuti di sogni. Questi dati sono considerati segni di ciò che avverrà in futuro. Il sapere dell’indovino e del medico consiste nella capacità, fondata sul sapere accumulato da generazioni, di interpretare eventi del presente come segni per la previsione del futuro. Ciò richiede di stabilire correlazioni costanti tra cose o eventi diversi.
L’acquisizione e l’elaborazione di forme di sapere non sono dunque una prerogativa del solo mondo greco, come non lo sono l’elaborazione e la conservazione scritta di esso. Gli antichi stessi, sin dai tempi di Platone e di Aristotele, si posero la questione se la filosofia avesse avuto origine in Grecia oppure più remotamente presso altre civiltà. Spesso le risposte che indicavano la nascita della filosofia in Egitto, in Persia, o addirittura in India o presso le popolazioni celtiche del Nord o tra gli ebrei, non erano guidate da una reale conoscenza di queste culture e delle loro lingue. Si trattava invece di tentativi di conferire veneranda antichità a proprie dottrine: il passato era visto come garanzia della verità delle proprie tesi e delle proprie credenze. Molti altri preferirono, al contrario, scorgere nella filosofia una prerogativa essenzialmente greca. Forme di sapere erano esistite anche in Oriente, ma solo in Grecia il sapere stesso era diventato oggetto d’indagine e perno intorno al quale costruire una forma di vita superiore a ogni altra.
Lo stesso problema si è riproposto anche agli studiosi moderni. Le differenze con le civiltà orientali sono state individuate soprattutto su due piani. In primo luogo, la diversa configurazione politica. Le civiltà orientali erano vaste monarchie; il centro del potere, insieme politico, religioso ed economico, era il palazzo-tempio del monarca. Sembrerebbero un’eccezione le città indipendenti dei Fenici, situate sulle coste del Libano attuale, ma anch’esse erano rette da una forma di governo monarchico. Nel palazzo del re si prendevano le decisioni e in esso il sapere era elaborato e conservato. Anche la Grecia ha conosciuto una forma di civiltà accentrata intorno al palazzo: la civiltà micenea, che tuttavia crollò tra il XIII e il XII secolo a.C. Qualche secolo dopo la Grecia appare costellata da una molteplicità di città politicamente indipendenti, rette da forme di governo aristocratico, nelle mani dei proprietari delle terre. Il potere non è più rappresentabile come una piramide avente al vertice il monarca; esso appartiene a un gruppo, anche se ristretto, d’individui. In queste nuove circostanze le decisioni richiedono di essere prese in seguito a uno scambio più articolato di pareri e discussioni. Si apre uno spazio maggiore per l’individuo. Non a caso i primi pensatori greci proverranno in gran parte da famiglie aristocratiche e di possidenti. L’apertura di un nuovo spazio per la riflessione e la parola produce effetti anche sui modi nei quali il sapere è perseguito ed elaborato.
Questo lavoro è reso possibile anche da alcune peculiarità della lingua greca. Diversamente da altre lingue, per esempio dal latino, essa dispone, come l’italiano, dell’articolo determinativo, il quale permette di sostantivare aggettivi e verbi e quindi di coniare espressioni come ‘il bello’ o ‘l’essere’. Attraverso queste formazioni verbali diventa possibile formulare concetti generali e raggiungere livelli di astrazione, che resteranno una costante essenziale nell’intera storia della filosofia occidentale. In questo orizzonte, osservazione e riflessione sulle cose e sugli eventi si saldano inscindibilmente al lavoro sulla lingua, alla ricerca dei modi più adeguati di formulare ed esporre i contenuti del sapere. Rispetto al monolitismo della tradizione o delle tradizioni si apre dunque un margine più ampio per esprimere una molteplicità di punti di vista ed escogitare risposte alternative ai problemi più disparati. Lo scritto, con il sapere depositato in esso, non si presenta più come un prodotto anonimo – come avviene per lo più nelle culture orientali –, ma appartiene in prima istanza a chi lo ha composto. Nasce di qui l’esigenza di apporre un sigillo al proprio scritto mediante l’uso della prima persona e spesso l’indicazione del nome dell’autore e del suo luogo di origine al principio di esso. Emblematico è l’inizio dello scritto dello storico Ecateo di Mileto: «Ecateo di Mileto così dice: queste cose io le scrivo come a me sembrano vere, perché i racconti degli Elleni mi paiono molteplici e ridicoli».
Un secondo punto di differenziazione tra la cultura greca e le altre è stato ravvisato dagli studiosi moderni sul piano delle credenze religiose. Diversamente da quanto avviene presso gli ebrei o tra i Persiani con l’Avesta (attribuito a un personaggio forse leggendario, Zoroastro), la Grecia non conosce un libro sacro, attraverso il quale imporre in maniera vincolante una serie di credenze e pratiche cultuali. Né la sua tradizione religiosa è caratterizzata da un complesso di credenze e pratiche fortemente unificato intorno a un unico centro del potere, insieme sacrale e politico, localizzato nel palazzo-tempio del monarca. Pur muovendosi entro un universo di divinità riconoscibili da tutti i Greci, ciascuna città seleziona e accentua elementi particolari di questo universo per caratterizzare la propria specificità anche sul piano religioso. Ciò vale sia per i riti, sia per i miti. Da tempo, nel corso di generazioni, si era venuto costituendo un vasto repertorio di racconti concernenti le divinità e i loro rapporti con gli uomini. Attraverso questi racconti trovavano espressione visioni del mondo e della posizione degli uomini in esso, non sempre immediatamente compatibili l’una con l’altra. Omero e poi Esiodo con i loro poemi avevano contribuito, soprattutto il secondo, a mettere ordine e coerenza in questo vasto patrimonio di miti. Ma la molteplicità di questi, priva di carattere rigido e vincolante, lasciava anch’essa spazio ad altri discorsi, attraverso i quali costruire immagini diverse o, comunque, indipendenti dai miti stessi.
Non di rado la vicenda della prima filosofia greca è stata descritta come un passaggio dal mito al logos, ossia alla ragione interamente dispiegata. Ma è anacronistico proiettare su questa lontana situazione storica il contrasto moderno fra religione e scienza. In primo luogo, perché le pretese del mito erano forse meno forti delle pretese delle religioni moderne sul piano delle credenze e delle concezioni del mondo. Soltanto nella seconda metà del V secolo a.C. ad Atene i discorsi sulla natura e sugli dèi, formulati da alcuni filosofi, saranno avvertiti come pericolosi e daranno luogo a processi per empietà contro i loro autori. Ma le motivazioni di questi processi poggiavano non tanto sulla contrapposizione tra una verità proveniente dalla divinità e una pretesa verità formulata dagli uomini, quanto sulla denuncia della pericolosità etica e politica di queste nuove dottrine. In secondo luogo, occorre ricordare che la categoria generale di ‘mito’, come tipo di discorso privo di quei caratteri di stabilità e certezza che caratterizza la ‘scienza’, fu elaborata esplicitamente per la prima volta forse da Platone. Non di rado i pensatori antecedenti – e del resto Platone stesso – ricorrono a forme stilistiche, immagini e talora contenuti propri dei racconti mitici. Ciò non significa che essi non elaborassero forme e tecniche di pensiero diverse da quelle che si esprimevano nei racconti mitici, bensì che non sempre la diversità tra questi modi espressivi era concepita esplicitamente come un contrasto totale.

1.2. Il naufragio della letteratura filosofica antica

L’attività filosofica, dalle origini sino alla tarda antichità, trova nella parola e nella comunicazione orale un veicolo fondamentale per costruire le proprie dottrine e trasmetterle. Ma accanto a essa la scrittura rappresenta ben presto un importante strumento ausiliario. Sfortunatamente nessuno scritto di filosofo antecedente a Platone e Senofonte, ossia ad autori del IV secolo a.C., è pervenuto integralmente sino a noi. Dei testi scritti nei due secoli precedenti abbiamo soltanto le informazioni ricavabili dagli scritti di autori posteriori e talvolta qualche citazione, che gli studiosi moderni chiamano «frammenti». Spesso queste citazioni non sono ricavate direttamente dai testi originari, bensì da altri testi che a loro volta le riportano, per cui non si è mai sicuri – dati questi filtri successivi – di trovarsi di fronte a citazioni letterali, che riportino fedelmente il linguaggio usato dai vari autori. Inoltre, questi frammenti facevano parte di un contesto ormai perduto insieme con la totalità dello scritto originario e spesso ignoto anche a questi autori posteriori. Non è raro che questi elementi sparsi fossero inseriti in nuovi contesti problematici, estranei ai problemi propri dell’autore del frammento. In questa situazione occorre avvertire che ogni ricostruzione moderna del pensiero dei primi filosofi, per quanto attenta e criticamente condotta, non può mai sfuggire a un ampio margine d’incertezza.
In assenza dei testi originari, un’immagine delle prime fasi della filosofia si è imposta nella cultura occidentale: quella presentata da Aristotele nei suoi scritti. Uno degli aspetti propri della tecnica d’indagine filosofica, messa in opera da Aristotele, consiste nel discutere, rispetto ai problemi presi via via in considerazione, le soluzioni offerte dai pensatori precedenti o contemporanei a lui. Ciò gli consente sia di precisare meglio la propria soluzione, sia di mettere in rilievo la superiorità della propria impostazione. Ma il punto di partenza di queste discussioni è dato dai problemi posti da Aristotele stesso e soprattutto dalle categorie concettuali con le quali egli li pone ed esamina. Ciò appare confermato dal testo più celebre in questo senso, il libro primo della Metafisica. Il problema affrontato in esso è quale sia la forma più alta di sapere. Essa è indicata da Aristotele nella conoscenza delle cause e dei princìpi, ossia del perché le cose sono quello che sono e nel modo in cui sono.
Entro questo quadro generale Aristotele trova una collocazione per i vari autori della tradizione filosofica rispetto al suo problema e ciò gli consente anche di collegarli tra loro. Egli asserisce che i primi a condurre indagini filosofiche furono quelli che egli denomina physiologoi, ossia studiosi della natura. Sulla linea di Aristotele, un suo allievo, Teofrasto, compose uno scritto sulle opinioni dei ‘fisici’, ossia di quelli che siamo stati abituati dalla storiografia filosofica moderna a chiamare con il termine inadeguato di ‘presocratici’: come se un autore si potesse definire solo in base al fatto di essere esistito prima di qualcun altro, nella fattispecie Socrate, e non per ciò che lo caratterizza in proprio o lo accomuna a suoi contemporanei. Da quest’opera di Teofrasto, attraverso rielaborazioni, riduzioni e integrazioni successive, si formò un tipo di letteratura che noi chiamiamo «dossografia», letteralmente ‘scrittura di opinioni (doxai)’. Si tratta di repertori di problemi, seguiti dall’esposizione assai concisa delle opinioni formulate da vari autori in risposta a essi. Queste opinioni sono sganciate sia dal contesto entro il quale erano state formulate, sia da una successione cronologica rigorosa di esse.
Gli storici moderni, sottovalutando i caratteri di questo tipo di materiale e soprattutto gli obiettivi che erano propri della trattazione aristotelica, hanno spesso preso alla lettera questa documentazione. Ne è emersa la concezione secondo cui la prima fase della filosofia greca sarebbe stata dominata da un problema: la physis, la natura, nel senso di ciò che dà luogo alla generazione e formazione delle cose. In realtà, il mondo antico non ha conosciuto la storia della filosofia nel significato moderno di ricostruzione dei caratteri e dei contenuti delle singole filosofie nella loro globalità e nella loro successione cronologica. Aristotele non era preoccupato da questo tipo di problemi: a lui interessava in primo luogo discutere gli altri filosofi alla luce delle proprie categorie concettuali. È molto probabile che il cosmo e la natura, nella molteplicità delle loro manifestazioni, fossero d’interesse rilevante per la riflessione dei primi filosofi, ma, come cercheremo di vedere, il panorama è forse più variegato. Se non altro emerge ben presto anche la questione della possibilità di acquisire la conoscenza per mezzo degli strumenti di cui l’uomo può disporre, sensazioni o forme di ragionamento. Né è assente l’attenzione per il mondo umano, gli ambiti della politica, della condotta morale, delle attività tecniche. Non di rado, anzi, questi contesti forniscono importanti suggerimenti anche per l’indagine sulla natura, consentendo di istituire paralleli, similitudini e analogie.

1.3. La Ionia e la nascita della filosofia

La figura del filosofo si forma lentamente in Grecia. Soltanto nel IV secolo a.C., con la costituzione di vere e proprie scuole che si pongono come obiettivo non soltanto la costruzione e la discussione di teorie, ma anche la formazione di un nuovo tipo di uomo, caratterizzato da una forma di condotta che lo distingue dagli altri uomini, si può dire che nasca in senso pieno la figura del filosofo. In precedenza i confini...

Indice dei contenuti

  1. 1. Fra Oriente e Occidente. Le origini della filosofia
  2. 2. Atene e la pluralità dei mondi
  3. 3. Socrate e la nascita del filosofo
  4. 4. Platone e l’Accademia
  5. 5. Aristotele
  6. 6. Le filosofie dell’età ellenistica
  7. 7. Il dominio di Roma e la filosofia
  8. 8. Le trasfigurazioni del platonismo
  9. 9. Agostino e le due città
  10. Glossario
  11. Bibliografia