Varie composizioni di Pietro Aretino, l'opera completa di Nicolò Machiavelli, di Rabelais, di Erasmo da Rotterdam, i Carmi di Francesco Berni, il Decameron di Boccaccio. Su questo e altro si esercitò la censura cattolica in pieno Cinquecento con pesanti conseguenze sulla cultura italiana.

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Gli indici dei libri proibiti
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Contabilità e budgetGli indici dei libri proibiti
Nel corso del XVI secolo la produzione editoriale aumentò con ritmi esponenziali. L’abbondanza di carta stampata determinò presto un certo disagio anche in coloro che con i libri avevano particolare dimestichezza. Come ordinare tutto questo materiale? Come districarsi tra tanti titoli? Come sceglierli e con quali criteri disporli? L’esigenza di una sistemazione bibliografica fu quindi caratteristica dell’epoca e la Bibliotheca universalis di Conrad Gesner, pubblicata nel 1545, imponente repertorio del libro latino, greco ed ebraico destinato agli uomini di studio, costituisce uno dei più significativi monumenti alla libertà della ricerca scientifica rinascimentale.
Analogo disagio dovettero provare anche coloro che negli stessi anni si accinsero all’impresa di porre sotto controllo tutta l’imponente produzione editoriale europea, tanto più che librai e tipografi avevano ormai appreso come rendere difficile l’identificazione di materiali scottanti: scritti anonimi e senza note tipografiche, falsi frontespizi erano all’ordine del giorno. Gli stessi censori avvertirono il bisogno di strumenti bibliografici che consentissero loro di operare con maggiore sicurezza. Gli indici dei libri proibiti, che divennero presto la principale arma della censura cattolica, nacquero in questo contesto.
La necessità di repertori del genere si era diffusa già prima dei celebri indici romani del 1559 e 1564. In varie città europee fin dagli anni ’40 si erano predisposti elenchi dei titoli da proibire a uso dei responsabili delle censure locali.
Tra 1546 e 1558 i teologi dell’Università di Lovanio, su ordine di Carlo V e di Filippo II, pubblicarono tre cataloghi con alcune centinaia di proibizioni che, alle consuete opere dei riformatori e a un elenco delle edizioni della Bibbia e del Nuovo Testamento, univano una lista di opuscoli di piccolo formato in fiammingo destinati a promuovere la diffusione della Riforma nelle classi popolari. Eccezionalmente, nel 1558 fu pubblicato un elenco dei libri consentiti nelle scuole.
In Italia il primo indice venne stampato nel 1549 a Venezia sulla base di un accordo tra Inquisizione, nunzio apostolico e Savi all’eresia, la magistratura incaricata dalla Repubblica di vigilare sull’operato del Sant’Uffizio. Il catalogo presentava circa 150 divieti, 50 dei quali colpivano l’intera produzione di un autore. Tale indice tuttavia, pur essendo stato stampato, non venne mai promulgato, avendo suscitato l’immediata reazione dei librai e del Senato veneziano, i primi preoccupati per le sorti dei propri magazzini pieni zeppi di merce, il secondo indispettito dal fatto che venissero introdotte norme più severe che nella stessa Roma.
Cinque anni dopo, ulteriori cataloghi con proibizioni emesse dalla Curia romana vennero pubblicati a Venezia, Firenze e Milano. Ma anche in questi casi gli indici non furono promulgati in attesa di strumenti universali in via di preparazione sotto la sovrintendenza di Paolo IV (Gian Pietro Carafa).
Nel 1559, dopo una lunga e difficile gestazione, uscì il primo indice romano che segnò un deciso salto di qualità nella lotta condotta dalla Chiesa di Roma contro l’eresia. L’indice paolino fu l’unico predisposto dall’Inquisizione romana; fu anche il più severo della storia, con le condanne più radicali e indiscriminate. Paolo IV, il papa che l’aveva promulgato, per vari anni inquisitore generale, era del resto uomo di inflessibile rigore nella difesa dell’ortodossia e ostile a ogni tentativo di intesa con i protestanti. Risponde quindi a una precisa logica repressiva la scelta di mettere da parte i vescovi a cui era precedentemente riservata l’azione censoria e di affidarsi per la sua applicazione in primo luogo alla struttura inquisitoriale, sotto il cui controllo si mirava a condurre tutta la produzione intellettuale; da qui anche l’obbligo per i fedeli di consegnare i libri che rientravano nelle categorie proibite non ai vescovi, ma direttamente al Sant’Uffizio e alla sua rete periferica.
Utile è considerare la struttura dell’indice, che rimase sostanzialmente immutata sino a metà del XVII secolo: le circa mille proibizioni erano ordinate alfabeticamente e ripartite in tre gruppi. Nel primo erano inseriti gli autori non cattolici di cui si proibiva l’intera opera, compresi gli scritti che non trattavano di religione. Seguiva un secondo gruppo di 126 titoli relativi a 117 autori e infine 332 titoli anonimi. Al termine dell’elenco erano poste due liste aggiuntive: una di 45 Bibbie e Nuovi Testamenti vietati e una di 61 tipografi, la cui produzione era da intendersi integralmente posta al bando (tutti residenti in città di area elvetica e tedesca, con l’eccezione del veneziano Francesco Brucioli).
All’interno della terza classe infine, sotto la voce «libri omnes», figuravano proibizioni cumulative relative a intere categorie di libri: risultavano così vietati, anche se non trattavano di fede, tutti i libri che non riportavano sui frontespizi il nome dell’autore, dello stampatore, la data e il luogo di edizione, quelli usciti senza il permesso dell’ordinario del luogo e dell’inquisitore o pubblicati da stampatori eretici, le opere di carattere astrologico e di magia. La lettura di Bibbie e Nuovi Testamenti in volgare era consentita solo a seguito di un’esplicita licenza rilasciata dal Sant’Uffizio, che tuttavia non poteva in nessun caso essere concessa alle donne e a chi non conosceva il latino.
La severità del nuovo documento destò grande sconcerto. Il tenore dei divieti andava ben oltre il campo religioso e dottrinale, tendendo a costituire il Sant’Uffizio supremo arbitro di ogni produzione scritta. Solo l’autorizzazione inquisitoriale aveva valore, ...
Indice dei contenuti
- Gli indici dei libri proibiti
- Bibliografia
- L’autore
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