L’emarginato
L’uomo emarginato non appare explicite nei documenti della coscienza sociale medievale. Manca negli scritti che analizzano le divisioni sociali dell’alto Medioevo; non è presente in quelle opere che illustrano «i ceti di questo mondo»; è assente nel quadro tardo-medievale della «danza della morte», dove uno scheletro organizza la sfilata dei gruppi e delle categorie sociali di quel tempo. Eppure, egli è presente nella vita delle società medievali come risultato della negazione individuale o di gruppo dell’ordine dominante, delle norme accettate di convivenza, delle regole e delle leggi vigenti. Si ha così un mondo sociale an sich, in verità poco unito all’interno, ma che la società percepisce come diverso. La tavolozza di tale diversità è ricca sia per quanto riguarda le varie attività o categorie, che in mancanza di altro termine possiamo definire professionali, sia per quanto riguarda la scala di separazione in rapporto alla società costituita. Gli emarginati ci vengono presentati dalla letteratura medievale come pure dall’arte di quell’epoca; contro di loro si rivolge la letteratura religioso-morale nonché la legislazione statale, ecclesiastica o municipale: assenti negli archivi della coscienza sociale, gli emarginati sono più che presenti in quelli giudiziari e polizieschi.
Durante il millennio medievale, mutarono le strutture di organizzazione sociale, i modelli amministrativi, i modi di governare; inoltre il ritmo di tali cambiamenti era diverso a seconda delle zone di sviluppo del continente europeo – e insieme con questi mutamenti, assumeva nuova forma il fenomeno dell’emarginazione. Rinunciando ad una presentazione dettagliata di forme concrete assunte nell’Europa medievale dall’emarginazione sociale in periodi e in aree diverse, delineeremo qui il quadro essenziale in cui si sono avuti i processi di alienazione e d’esclusione dalle società, tentando anche di definire le variabili temporali che determinano la dinamica dei processi di emarginazione. In tal modo, emergerà a poco a poco l’immagine psicologica e sociale degli emarginati.
Isidoro di Siviglia, nel suo trattato etimologico, esamina il significato di uno dei concetti chiave dell’emarginazione nel Medioevo, vale a dire l’exsilium che egli fa derivare da «extra solum»: esilio vuol dire vivere fuori del proprio suolo, della propria terra, fuori dei confini della patria. È chiaro che in questo concetto è insito un elemento che supera, in misura notevole, l’immaginazione geografica. Esso definisce l’orizzonte socio-culturale delle persone in una società tradizionale. La condizione naturale è vivere nel territorio d’origine, dove le tombe dei padri costituiscono la continuità, e vivere nell’ambito di una comunità di vicini, unita dai vincoli di parentela e da quelli ambientali. Le società medievali erano lontane dalla stabilità spaziale. Le grandi ondate di migrazione e di colonizzazione di nuove terre, che per un certo tempo mettono in moto enormi masse di gente, e i processi di urbanizzazione, col deficit demografico che accompagna lo sviluppo delle città, provocano un continuo afflusso di popolazione dalla campagna alla città o da città più piccole a città più grandi. In molti casi, gli spostamenti da un luogo all’altro costituiscono parte integrante del processo di socializzazione o anche di apprentissage professionale (le peregrinazioni dei cavalieri, dei lavoranti artigiani, dei chierici, dei monaci...). Ciò nonostante, nell’immaginazione sociale degli uomini del Medioevo, trova una valutazione favorevole il fatto di vivere in dimora fissa, durevolmente radicati in uno stesso luogo e in una stessa comunità di persone, poiché il senso dell’ordine e della sicurezza sociale si fonda sui vincoli di sangue e di buon vicinato.
La contrapposizione fra elementi originari di un luogo ed elementi estranei opera, tuttavia, in implicazioni ideologiche molto ambivalenti, in quanto ciò che è estraneo, nella dottrina cristiana dei primi secoli, viene valutato in modo positivo, ma anche negativo. Nei Moralia di Gregorio Magno, commento al libro di Giobbe, è considerato diverso solo l’angelo traviato («Quis vero alienus nisi apostata angelus vocatur?»), gli estranei appaiono come spiriti maligni. Ma, sempre nello stesso trattato, Gregorio, sulla scia della Sacra Scrittura, insegna che il cristiano su questa terra è solo «viator ac peregrinus» in cammino verso la sua vera – cioè celeste – patria. Nella letteratura patristica, questo motivo di estraniazione del cristiano dalla patria terrena è ampiamente presente ed è d’altronde uno stimolo alla pratica della vita ascetica, il cui elemento essenziale è appunto il ripudio della patria. Tale ambivalenza nel valutare gli estranei e la diversità ritroviamo del resto negli atteggiamenti e nei costumi tradizionali, che assicurano al forestiero ospitalità e aiuto, ma nel contempo manifestano una paura fondamentale degli stranieri.
Sebbene il viaggiatore sembri realizzare pienamente l’ideale del cristiano in quanto «viator» nella vita terrena, tuttavia nel concetto stesso di viaggio è insito un elemento di emarginazione o per lo meno il rischio dell’emarginazione. L’uomo che abbandona il proprio ambiente naturale si espone ai pericoli della strada, avrà rapporti con sconosciuti, andrà incontro alle insidie della natura. Yvain, il cavaliere errante del racconto di Chrétien de Troyes, vaga:
Par montaingnes et par valees
Et par forez longues et lees
Par leus estranges et sauvages
Et passa mainz felons passages
Et maint peril et maint destroit
(Yvain, vv. 763-767).
Queste minacce accompagnavano non solo le avventure dei cavalieri, ma anche ogni viaggio che comportasse l’abbandono del proprio paese, cioè di uno spazio stabilizzato e sicuro. Il fatto di tracciare una rete stradale e d’assicurare con vari mezzi la protezione contro eventuali pericoli mirava ad ampliare lo spazio organizzato e a far acquistare familiarità con i luoghi situati fuori delle strutture abitative. Per gli stessi motivi, si costruivano ospizi di vario genere o funzionavano locande e taverne lungo le strade. Nello stesso tempo, nell’organizzare un viaggio si cercava di assicurare la continuazione dei vincoli sociali, quindi si partiva in compagnia di parenti, amici o servi; ci si univa a gruppi che viaggiavano insieme, si organizzavano carovane di mercanti. Il carattere emarginante del viaggio, e specialmente delle lunghe peregrinazioni, non poteva essere evitato con tali mezzi, che anzi causavano la sua limitazione sociale: subivano, però, questo processo soltanto coloro che facevano dei continui spostamenti il loro modo di vita, che fuggivano la vita sociale organizzata o che erano esclusi dalla comunità.
A quest’ultimo gruppo conviene riservare un po’ d’attenzione già nel delineare i contorni generali dell’ambiente dell’emarginazione sociale, poiché questa gente pare rispondere nel modo più completo al concetto di emarginati. Si tratta dei banditi, di coloro, cioè, che una decisione della comunità, una disposizione di legge o la sentenza di un tribunale hanno privato del diritto di restare entro i confini di un determinato territorio o hanno messo tout court fuori legge. Il bando si presentava in forme diverse nel diritto romano e in modo diverso veniva interpretato – basti pensare alla raccolta di pareri ...