Storie di cognomi
Attaccati al cognome come cozze allo scoglio
Nella primavera 2004, il quotidiano «Metro» pubblicava nella rubrica Nome x Nome la seguente notizia, intitolata La nuova legge sui cognomi: «Ormai pronta per l’approvazione in Parlamento, la nuova legge sui cognomi presenta come maggiore novità quella che prevede che i cognomi non potranno essere più lunghi di due sillabe (e di otto lettere). La decisione è stata presa in vista del risparmio di testi in ogni atto burocratico e in particolare per sveltire le procedure di informatizzazione e in Internet. Entro il 1º aprile 2005, a un anno da oggi, tutti i cognomi più lunghi verranno tagliati dalle anagrafi e limitati a due sillabe a scelta del cittadino. Un signor Scognamiglio, per es., si chiamerà in futuro soltanto Scogna o soltanto Miglio, Pappalardo dovrà optare per Pappa o per Lardo, anche il comunissimo Esposito potrà scegliere tra Espo e Sito. I Lombardi e Lombardo saranno conguagliati in Lomba (o in Bardi). I Brambilla si chiameranno Brambi, i Fumagalli Fuma, i Cattaneo Catta. Dalla norma saranno esentate, finché in carica, le più alte autorità dello Stato: non avremo dunque, per il momento, nessun Berlus».
Un professore della Facoltà di Scienze politiche della Sapienza di Roma scrisse all’autore della nota che, dopo aver letto della decisione, infuriato, aveva cambiato il contenuto della lezione che avrebbe dovuto tenere quel giorno in aula, impostandola sulle prevaricazioni della politica più bieca e stupida nei confronti dei cittadini, oltre che sulla perdita del patrimonio onomastico che la nuova sciocca norma avrebbe comportato.
Intanto il forum internet dello IAGI, l’Istituto per l’Araldica e la Genealogia Italiano, si riempiva di proteste. La discussione, ancora oggi leggibile in rete all’indirizzo <www.iagiforum.info>, prese il via dalle parole scandalizzate di Michele Tuccimei di Sezze: «Con questa ridicola legge perderemo tutti un patrimonio storico-personale-familiare che, per molti, dura inalterato da secoli e secoli. Mi domando che fine faranno i cognomi storici. Mi domando con che riguardo della Costituzione, di cui il diritto al nome è uno fra gli inviolabili, si pensa di emanare una legge del genere senza il consenso dei cittadini. Mi domando a cosa serviranno dunque i cognomi, visto che lo scopo per cui sorsero fu quello di distinguere le varie gentes... in questo modo altro che confusione, molti cognomi ‘accorciati’ sarebbero uguali ad altri, i rischi delle omonimie aumenterebbero vertiginosamente! Il problema di fondo è che tutto questo verrà fatto per ‘risparmiare’ sulla burocrazia. Ecco a cosa siamo giunti. Viva la libertà!».
Finché... uno degli studenti non fece notare a quel professore – e un altro appassionato di araldica e genealogia a quel nobil signore – che, essendo il primo di aprile, avrebbe potuto trattarsi di uno scherzo.
E che scherzo giornalistico fu posso testimoniarlo senza ombra di dubbio, essendo stato io l’autore (fui redarguito severamente dal direttore del giornale, che non avevo preventivamente informato). Ma la reazione indignata – anche da parte di professori e di esperti – mi sembra molto significativa. Da un lato conferma la scarsa fiducia degli italiani nella classe politica e quindi la verosimiglianza di leggi inutili o controproducenti; dall’altro dimostra che l’individuazione di ciascuno di noi con il classico «nome e cognome» è sentita oggi come a rischio.
Rita Caprini, nel suo bel saggio del 2001 Nomi propri, ha annotato, allarmata, che la progressiva perdita di significato dei nomi propri può condurre a una trasformazione del nome in qualcosa di puramente astratto e meccanico, come il codice fiscale; e allora sì, privo di qualsiasi senso, interscambiabile, senza identità. Differente è la situazione presso le civiltà indigene sparse nei vari continenti, dove il nome ha ancora un suo significato trasparente, viene imposto con funzioni specifiche e non per semplice eufonia o moda e a maggior ragione nelle culture prive – o quasi – di scrittura.
Ma in effetti tutti noi siamo già una sigla alfanumerica di 15 elementi e ciò che rimane del nome e del cognome nel codice fiscale sono sei lettere: com’è noto, le prime tre consonanti del cognome e la prima, la terza e la quarta consonante del nome, salvo conguagliare con le prime vocali i cognomi poveri di consonanti. BRLSLV è il nome «fiscale» di uno dei nostri più recenti capi del governo, NPLGRG quello del presidente della Repubblica Italiana tra il 2006 e il 2013 e BFFGLG quello del capitano della nazionale di calcio.
Ma c’è solo il fisco, c’è solo l’informatizzazione dei codici, ci sono solo l’ABI, il CAB e l’IBAN a profilare all’orizzonte una rivoluzione onomastica?
Come, quando, dove e perché sono nati
La nascita dei cognomi in Italia, dal punto di vista cronologico e delle modalità, rappresenta uno degli interrogativi che più incuriosiscono e avvincono anche il ricercatore professionista, il quale è ancora ben lontano dal poter dare risposte sicure.
Quand’è che, nella catena onomastica con cui una persona viene designata, si può parlare effettivamente di cognome in senso moderno? Presso i Romani il cognomen (< cum nomen) accompagnava il praenomen individuale e quel nomen che fu per secoli il più importante elemento della catena onomastica, indicando il gentilizio, cioè l’appartenenza a una gens. Ancora oggi nomi largamente usati derivano appunto dai nomi delle gentes, e non da quelli individuali: così Claudio proviene dalla gens Claudia. Il cognomen era piuttosto un soprannome individuale: Cicerone (‘porro’) era prima di tutto Marco Tullio; Cesare (‘elefante’?) era in origine Gaio Giulio; Plauto (‘dai piedi piatti’) si chiamava Tito Maccio; e appartenevano rispettivamente alla gens Tullia, Iulia e Maccia.
Sparito il sistema dei tre nomi latini, i primi secoli del Medioevo furono caratterizzati dal «nome unico». Un solo nome portavano i cristiani dei primi secoli; uno soltanto i popoli germanici che si stanziarono in Italia. Con l’inizio del secondo millennio, i maggiori spostamenti delle popolazioni, i commerci, la crescita dei centri abitati, la regolamentazione di compravendite, i testamenti e le donazioni si scontrarono con un elevatissimo tasso di omonimia. Vennero così assegnati alle persone secondi nomi.
Il nome aggiunto al primo poteva essere un soprannome, il patronimico o il matronimico (ossia il nome di uno dei genitori), il mestiere esercitato o il luogo di provenienza del nominato. Si trattava, più che di un cognome, di un secondo nome individuale. Soltanto in rarissimi casi si trasmetteva di padre in figlio, e questa trasmissione poteva peraltro interrompersi all’altezza di una qualsiasi generazione.
Si può parlare di vera diffusione dei cognomi intorno al XIV-XV secolo, e quasi esclusivamente per le famiglie nobili o comunque ricche e potenti: il nome «trasmesso» era un simbolo di appartenenza, di collocazione nella società e nella gerarchia familiare. Veniva talvolta esibito come uno stemma o un palazzo o una torre. Era insomma un affare economico e perfino politico. I motivi per cui un cognome comincia a trasmettersi sono infatti legati all’eredità, ai commerci, allo status sociale. A seconda del luogo e del tempo, il nome di famiglia diventa ora garanzia sociale, ora marchio di eccellenza – nobiltà, potere politico, potere economico –, ora meccanismo utilizzato per conservare il potere dei propri ascendenti, ora strumento con il quale indicare i criteri per la trasmissione dei beni.
Certo è che il nome di famiglia, o meglio le catene onomastiche formate da più elementi, alcuni dei quali ricorrenti, tendono a comparire prima nelle classi sociali elevate e solo in tempi successivi (sempre con meccanismi e in spazi temporali che variano da situazione a situazione) vengono utilizzate anche dalle classi medie e infine da quelle meno abbienti e acculturate. Il passaggio si verifica per semplice imitazione, o per necessità distintiva. Talvolta per imposizione dall’alto: è il caso dei vari membri delle comunità ebraiche che – privi di nomi di famiglia, in Italia come all’estero – si videro obbligati ad assumere un cognome.
Insomma, alla domanda «Quando sono nati i cognomi?» non si può rispondere con precisione. Il processo che porta da un nome di famiglia assente – oppure oscillante, alternante, declinabile – sino al cognome immutabile di tipo moderno non è stato un processo lineare. È stato, al contrario, un movimento intermittente, che ha condotto ora in una direzione ora in quella opposta, con divagazioni laterali, incertezze, recuperi. Se riconosciamo un Paolo Martini nella Firenze del Duecento, non possiamo essere affatto certi che quel ramo dei Martini sia giunto inalterato fino ai nostri giorni.
Nella Genova medievale talvolta è il nome personale – e non il cognome – a presentare un certo grado di ereditarietà. Le famiglie possono associarsi tra loro per motivi politici o matrimoniali e il marito può adottare il cognome della moglie. I cognomi sono una sorta di merce di scambio, simboli della rete di relazioni in cui un individuo è o si dichiara inserito.
A Palermo, a cavallo tra XIII e XVI secolo, è documentata la trasmissione del cognome nelle famiglie nobili e in quelle più facoltose. Nelle altre fasce sociali persiste il ricorso a un nome aggiunto – un nome di luogo o il nome paterno o il mestiere nel caso degli artigiani – che però non si trasmette. A Cava de’ Tirreni, dove l’ereditarietà del secondo nome è precoce, questo non rappresenta un segno di nobiltà o prestigio: i cognomi risultano...