I nostri debitori
1.
Michelangelo è alto poco meno di 1,70, le spalle come due meloni appesi alla schiena. Giacca e camicia, jeans con cintura, scarpe Nike personalizzate con sopra scritto ‘totale’. Smorfie. Piccole tracce di cicatrici lontane. Da bambino qualcuno gli ha dato il nome di Boxer, perché mentre gli altri giocavano a calcio o basket o pallavolo o nuoto, lui faceva boxe – a nove anni. Adesso ne ha trentadue. Ogni mattina viene al lavoro di corsa, in tuta da ginnastica, venticinque minuti dall’altra parte di Torino, zona sud, allo spoglio ufficio di via Marco Polo in cui la Secure Lit ha sistemato la base delle operazioni. Si tratta di operazioni telefoniche. (Il recupero crediti, nella società-cristalleria dominata dalle telecomunicazioni pervasive, non ha tempo per elefanti spediti di porta in porta, capaci di botte o minacce fisiche.) I ninnoli che s’indebitano non hanno più bisogno di essere persuasi a pagare dalla brutalità che si presenta al citofono. In aziende di queste dimensioni ci sono decine di recuperatori, che fanno a turno per non lasciare tempo scoperto a centinaia di cittadini insolventi. Qui il tempo si divide in due classi: il tempo dei creditori, scandito in turni e obblighi sindacali. E il tempo degli altri, là fuori, quelli che non pagano, che non possono, non vogliono, hanno smesso, hanno temporaneamente smesso, hanno maliziosamente smesso, hanno fastidiosamente smesso di rendere il denaro che gli è stato concesso. Questo tempo subalterno è da battere, perlustrare, battere, perlustrare – minuzioso perlustrare, ancor più minuzioso battere. Ma i recuperatori non sono medici alla ricerca di nei sospetti – le macchie le conoscono già, si depositano al lunedì, sotto forma dell’ordine della settimana e, come dice il capo, il dirigente di questa struttura affiliata a un franchising del recupero crediti, nessuna storia è finita fino a quando non è davvero finita.
È venerdì e sono venuto a incontrare Michelangelo. Andiamo al bar – meglio non parlarne qua.
Prima di lasciare l’ufficio Michelangelo mi fa puntare lo sguardo verso il muro, facendo «tsk» col naso: un’altra frase, sempre del capo, ma stavolta scritta su un foglio e soprattutto nelle menti degli impiegati del recupero telefonico – Immagina il cigno. È un metodo fantasioso per invogliare a trattare con furba dimestichezza, con dolcezza pragmatica, persone che potrebbero non essere affatto cattive. Tutti, nel mondo del credito al consumo e del recupero crediti, hanno bisogno di immaginare il cigno, di pensare ai debitori come persone migliori, persone che meritano tutta la delicatezza del mondo: persone belle. È soltanto un trucco per non stimolare aggressività e comportamenti che non porterebbero a nulla – il primo compito di un recuperatore è, manco a dirlo, recuperare sul serio il denaro, portarlo a casa. Così è giusto immaginare il cigno, dall’altra parte del telefono, nascosto tra le cifre e la sequenza alfanumerica del codice fiscale con cui ha aperto la pratica di finanziamento. Nessuno deve pensare che dall’altra parte c’è un odioso antagonista. Tutti hanno l’istinto di immaginare i debitori come odiosi antagonisti: rompiscatole: cumuli di neve lungo il percorso di una giornata normale. L’ufficio è al primo piano, le stanze vengono separate dal marciapiede per mezzo di una griglia di sobrie sbarre color ghisa, mentre là fuori la vita del quartiere è il corrispettivo sociale di un golf a V – rassicurante, tendente al benessere, quasi privo di attacchi e incidenti.
Michelangelo gesticola con ossessività. L’azione che prende forma più spesso, lungo il profilo delle mani, è il no scandito dal dito medio, che oscilla come un tergicristallo, a mezz’aria, sospeso tra il suo sguardo e gli occhi di chi lo sta a sentire. Ogni tanto, nel bar, entra qualcuno che potrebbe essere un impiegato in pausa pranzo, chiede se accettano i ticket restaurant e sentendosi dire di no fa marcia indietro e cerca un altro posto. Michelangelo si distrae tutte le volte, per qualche frammento di secondo, inquadrandolo con vago disprezzo, ciglia arrotate e labbra ritorte all’insù, per un attimo soltanto. Quando gli domando se c’è qualcosa che non va, risponde: «Ecco, me li immagino così, e mi piacciono ancora di meno».
Cos’è che non ti piace?
Oh. Un mucchio di cose, un mucchio. Da dove vuoi che cominci?
Non cominciare, dimmene una soltanto.
Una... una... ecco, è la gente che si lamenta.
Tu non ti lamenti mai?
Certo. Lo tengo per me, però. E comunque non è tanto il lamentarsi, credimi.
E qual è il punto, dunque?
Io odio quando la gente dice che qualcosa gli fa schifo. Non so perché. Mi fa sbiellare. Mi fa andare fuori di testa.
Quando senti qualcuno usare la parola ‘schifo’?
Non è la parola in sé. È proprio quando sento l’espressione ‘mi fa schifo questo’, ‘mi fa schifo quello’. Li ammazzerei quando lo sento.
Ammazzeresti la metà dei bambini che incontri per strada.
Non ho mai attaccato rissa su questo.
Ma ti è venuta spesso voglia.
Sì. Ogni tanto, quando sto per addormentarmi, o in certi momenti, mentre corro, mentre sono in pullman, immagino me stesso per strada e una di queste signorine di vent’anni di merda che si lamentano di tutto e vanno in un posto e iniziano a dire che il cibo gli fa schifo.
E cosa immagini tu?
Di riempirle di schiaffi. Di fare male. Non so perché, ma mi manda fuori di testa.
È per questo che ti sei messo nel recupero crediti?
«No, non credo», mi ha risposto quasi digrignando i denti – ma forse è solo un’impressione. «Tu mi hai fatto una domanda personale», ha aggiunto, «il lavoro non c’entra niente, io sono un professionista sul lavoro», ha continuato a difendersi: «Certo, mi viene voglia, ma anche se so tutto di queste persone non perderei mai tempo a cercarle per fare chissà che cosa. Non m’interessa. Ci sono alcune persone che inchioderei al muro, ma non è una cosa che ha a che fare con me, penso lo farebbero tutti». A Michelangelo non piacciono quelli che non rispettano i patti. A Michelangelo non piacciono gli avvocati che si fanno prestare i soldi per le vacanze perché con i loro studi del cazzo non guadagnano abbastanza. E neppure i commercialisti sfigati che fanno esattamente la stessa cosa. Per Michelangelo gli esseri umani sono delle bestie geneticamente predisposte a perdere denaro dietro a fenomeni che spariscono il giorno dopo.
Poi Michelangelo mi ha raccontato di una signora, una cliente, una certa Viola, sui settanta, una che deve ancora pagare cinque o sei rate per un televisore o qualcosa del genere. E non le paga. Michelangelo il lunedì mattina trova il foglio con gli insoluti, vede il cognome, non gli dice niente, va avanti come se nulla fosse, inizia a studiarsi la pratica e si prepara a comporre il numero. Poi, senza che se ne renda neanche bene conto, all’improvviso, si forma nella sua testa un ricordo che non è tanto chiaro neppure a lui stesso. Riguarda il cognome. Ci pensa. Viola, Viola, Viola. «Ma dove cazzo l’ho letto questo cognome, penso tra me e me. Poi guardo l’indirizzo, è una zona che non conosco nemmeno, in cui non passo mai, nessun amico, o ragazza, o che altro».
Così Michelangelo digita il numero. Le gli risponde con un ‘pronto’ come dall’aldilà.
Sai che io dal modo in cui uno mi dice ‘pronto’ indovino il colorito della pelle?
Scusa?
Sì. È così. Capisco il colorito, se è una emaciata o se è una ben messa, se ha le guance belle rosse e sode oppure è tutta come un fantasmino. E lei era tutta pallida, come se stessi parlando con un morto, come una che gli è appena morto il marito, una tutta mogia e tutta cadaverica a cui squilla il telefono subito dopo che ha chiuso la tomba del marito.
E tu che le dici, alla signora Viola?
Inizio a parlarle. Capisco subito che c’e aria di tragedia, e infatti dopo pochissimo la voce sembra sempre più triste e la signora Viola fa il trucco della figlia malata. Dice che la figlia ha un tumore al piede, che gliel’hanno scoperto da poco, che lei non ha avuto tempo di occuparsi di nient’altro, che paga senz’altro nel giro di una settimana. Io le dico signora va bene anche due, va bene anche due. Tieni conto che per me basta che i clienti pagano entro il giorno 20 del mese. Il giorno 20 del mese per me è la chiusura pratica, anche se pagano meno di quello che devono, chessò, una rata su due insolute, due rate su tre insolute, e così via, l’importante è che succede prima del 20.
E quando chiami questa signora che giorno è?
Non ricordo, ora. Ma uno dei primi giorni del mese. Tanto che per un secondo mi sento un figo della madonna.
Ti senti così perché sei comprensivo e l’aiuti?
Sì.
E poi invece capisci che l’hai aiutata solo perché avevi altre due settimane comunque, davanti, per chiudere la pratica.
Infatti. La cosa più figa è essere generosi quando non ti costa nulla.
Poi passano due settimane. I soldi non sono arrivati. Nell’ordine di lavoro di Michelangelo c’è di nuovo la signora Viola. La sensazione si fa più forte, ma ancora non capisce come mai continua a venirgli in mente quel dettaglio senza contorni precisi, quando sente quel cognome.
Quando la richiama la donna esagera sempre di più, con la storia del tumore al piede. Ingrandisce, si contraddice, racconta che alla figlia hanno dovuto fasciare il piede, poi che gliel’hanno ingessato, poi che è ricoverata, poi che è con lei. Michelangelo rimane perplesso. Le chiede di pagare, le dice che la capisce, ma che deve pagare comunque. Che non sarà più così generoso, col tempo che le resta per saldare il debito. In due giorni arriva il 20, pensa, non lo dice, lo pensa soltanto, dopodiché, se la signora non ha pagato, il Boxer perde qualsiasi provvigione, e non è bello.
Allora è per quello che devi risolvere entro il 20. Perché se risolvi entro il 20 prendi una provvigione oltre al normale stipendio.
Ma certo che è per quello.
E cosa è successo poi?
Che la richiamo, come suggerisce il protocollo, il giorno dopo. Per ricordarle il lieto evento. E lei scoppia a piangere, dice che ha dovuto anticipare i soldi per le cure mediche, mi parla di ricevute, di ospedali, di ricette. Io non so cosa pensare, perché non ho mai sentito in vita mia questo tumore al piede, però mi sembra sincera, e poi fare questo mestiere mi ha insegnato una cosa, sulle bugie che la gente dice.
Cosa?
Che il 99 per cento delle persone non ha fantasia, e se qualcosa suona strano, nella maggior parte dei casi è vero.
Quella sera Michelangelo torna a casa, attraversa la città, apre la porta, entra, schiaccia il pulsante per chiamare l’ascensore e l’ascensore non arriva, dà occupato tutto il tempo. Il Boxer abita in alto e perciò inizia a battere e urlare. Dopo un po’ vede che l’ascensore si libera, arriva al piano, e quando la porta si apre si materializza la figura di una signora anziana con una ragazza sulla sedia a rotelle. Le lascia passare, apre la porta, non fa alcun commento sul ritardo dell’ascensore. Non si domanda neppure chi siano, o perché la ragazza sia in carrozzella, né cerca di sovrapporre altre curiosità al pensiero della propria stanchezza. Mentre tiene la porta aperta con il braccio, alla signora squilla il telefono, risponde. Michelangelo sente di nuovo quel ‘pronto’. È la debitrice. E la figlia è malata veramente. Porta il piede dentro una specie di Moon Boot, uno di quegli scarponi medici, tutto grosso e gonfio. E sta sulla sedia a rotelle, lo sguardo spaventato.
Io la guardo negli occhi, lei non mi guarda affatto, non ringrazia nemmeno che le ho tenuto la porta aperta, è tutta presa dalla sua telefonata. Sto lì imbambolato a vederle uscire dall’androne, tutte e due, e non ho dubbi, la voce è quella, e rimango abbastanza stordito per tutta la sera.
Ma perché veniva lì a casa tua?
Che ne so. Forse per chiedere soldi. Anzi, di sicuro. Sua sorella doveva abitare nel palazzo. Avevano lo stesso cognome, ma non c’era sul citofono. Poi mi sono venute in mente tutte le volte che avevo incontrato la sorella nell’androne, avevano la stessa voce, lo stesso timbro, quello di due depresse sfigate a cui va tutto male. E comunque ci ho dormito su e ho deciso che il giorno dopo avrei fatto la mia buona azione, rinunciare alla provvigione e dirle che avrebbe avuto ancora un po’ di tempo.
E com’è andata?
Le dico pronto signora Viola, sono i… E lei mi interrompe subito, senza lasciarmi parlare, e dice sì scusi scusi, ho fatto dei pasticci ma adesso ho risolto tutto, vado a pagare stamattina, le mando il fax di avvenuto pagamento, mi scusi ancora, salve, salve.
E tu?
Io niente, ero tutto pronto a dirle di non preoccuparsi, di fare come poteva.
Pensavi che avrebbe pagato?
Sì, a quel punto non avevo dubbi. Era una di quelle giornate in cui avevo un po’ di speranza in questo cazzo di mondo, credimi.
E alla fine? Ha pagato?
Sì. Il fax è arrivato alle tre di pomeriggio.
Della figlia sulla sedia a rotelle Michelangelo non avrebbe più saputo niente, né l’avrebbe più incrociata nell’androne o in attesa dell’ascensore. Ma avrebbe saputo qualcosa della sorella della signora Viola.
Un giorno, una domenica a casa, nel pieno del ronzio riposante, periferia festiva, sente arrivare la polizia a sirene spiegate: «Un gran rumore, assordante, proprio sotto il mio portone». Esce sul pianerottolo, si sporge dalla tromba delle scale, poi rientra, sente parlare forte, urlare, poi sbattere la porta, poi corre fino...