Dialoghi d'amore
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Dialoghi d'amore

  1. 406 pagine
  2. Italian
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  4. Disponibile su iOS e Android
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Informazioni su questo libro

I tre Dialoghi d'amore di Leone Ebreo (Yehudah Abrabanel), scritti presumibilmente all'inizio del Cinquecento e usciti postumi nel 1535, rappresentano uno dei testi fondamentali della filosofia d'amore del Rinascimento italiano. Un'opera misteriosa e, assieme, fortunata: tra l'anno di prima pubblicazione e il 1607 conobbe venticinque edizioni con un successo durevole lungo tutto il Seicento e, in qualche misura, nel secolo successivo. L'autore, autentico talento filosofico, è un'affascinante figura di letterato e medico, aperto a vari orientamenti di pensiero. I suoi Dialoghi d'amore sono una sintesi ineguagliata fra tradizione platonica, aristotelismo arabo, cultura ebraica, esegesi biblica. Questa edizione, a cura di Delfina Giovannozzi, assume come punto di partenza il testo pubblicato nel 1983 da Giacinto Manuppella, confrontato sistematicamente con l' editio princeps del 1535, rinnovando così l'edizione del testo dei Dialoghi d'amore stabilito da Santino Caramella e pubblicato nella collana "Scrittori d'Italia" della Laterza nel 1929. Il testo è introdotto da un saggio di Eugenio Canone.

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Informazioni

Sofia e Filone. De l’origine d’amore (Dialogo Terzo)

Sofia. Filone! O Filone! Non odi o non vòi rispondere?
Filone. Chi mi chiama?
Sofia. Non passar così in fretta: ascolta un poco.
Filone. Tu sei qui, o Sofia? Non te avea visto: inavvertentemente trapassavo.
Sofia. Dove vai con tanta attenzione, che non parli né odi né vedi i circunstanti amici?
Filone. Andava per alcune bisogne della parte che men vale.
Sofia. Men vale? Non debbe in te valer poco quel che priva de’ tuoi occhi aperti il vedere, e di tue orecchie non chiuse l’odire.
Filone. Già in me quella parte non val più che in un altro, né da me più del dovere si stima, né i bisogni presenti son di tanta importanzia che possino talmente estraere l’animo mio: sì che di mia alienazione non son cause, come pensi, le cose per le quali vado.
Sofia. Di’ dunque la causa di queste tue occupazioni.
Filone. La mente mia, fastidita dai negozi mondani e necessità di sì bassi esercizi, per refugio in se medesima si raccoglie.
Sofia. A che fare?
Filone. Il fine ed oggetto de’ miei pensieri tu ’l sai.
Sofia. S’io ’l sapessi, non tel domandaria; poi ch’il domando, nol debbo sapere.
Filone. Se tu nol sai, sapere il doveresti.
Sofia. Perché?
Filone. Però che quello che conosce la causa conoscer deve l’effetto.
Sofia. E come sai tu ch’io conoschi la causa di tue meditazioni?
Filone. So che te stessa più che altrui conosci.
Sofia. Se bene io mi conosco, ancorché non così perfettamente come vorrei, non però conosco ch’io sia causa de [le] tue astratte fantasie.
Filone. Usanza è di voi altre belle amate, conoscendo la passione degli amanti, mostrar di non conoscerla: ma così come tu sei più bella e generosa che l’altre, vorrei che fusse più verace ancora, e poi che il proprio tuo è d’esser senza macula, che la commune usanza in te non causasse difetto.
Sofia. Già veggo, o Filone, che non trovi altro espediente per fuggire da le mie accusazioni, se non recusandomi. Lassiamo stare s’io ho notizia de le tue passioni o no: dimmi pur chiaro, che ti faceva ora così cogitabundo?
Filone. Poi che ti piace ch’io esprima quel che tu sai, ti dico che la mente mia, ritirata a contemplar, come suole, quella formata in te bellezza, e in lei per immagine1 impressa e sempre desiderata, m’ha fatto lassare i sensi esteriori.
Sofia. Ah ah, rider mi fai! Come si può con tanta efficacia imprimere ne la mente quel che, stando presente, per gli occhi aperti non può intrare?
Filone. Tu dici il vero, o Sofia: ché, se la splendida bellezza tua non mi fusse intrata per gli occhi2, non me arebbe possuto trapassar tanto, come fece, il senso e la fantasia, e penetrando sino al cuore non arìa pigliata per eterna abitazione (come pigliò) la mente mia, impiendola di scultura di tua immagine; ché così presto non trapassano i raggi del Sole i corpi celesti o gli elementi che li son di sotto fino a la Terra, quanto in me fece l’effigie di tua bellezza, fin a ponersi nel centro del cuore e nel cuore de la mente.
Sofia. Se fusse vero quel che tu dici, tanto sarebbe di maggior ammirazione che, essendo io stata sì intima del tuo animo e patrona del tutto, che ora a gran pena mi sieno aperte le porte tue del vedermi e udirmi.
Filone. E s’io dormissi, m’accusaresti tu?
Sofia. Non, perch’il sonno ti scusarebbe, che suole i sentimenti levare.
Filone. Non men mi scusa la causa che me gli ha tolti.
Sofia. Che cosa li potria levare, come ’l sonno, che è mezza morte?
Filone. L’estasi, o vero alienazione, causata da l’amorosa meditazione, che è più di mezza morte.
Sofia. Come può la cogitazione estraere più l’uomo de’ sensi che ’l sonno, che getta per terra come corpo senza vita?
Filone. Il sonno più presto causa vita, che la toglia: qual non fa l’estasi amoroso.
Sofia. A che modo?
Filone. Il sonno in dui modi ne ristora, e a dui fini è da la natura produtto: l’uno, per far quietar l’instrumento de’ sensi e movimenti esteriori e recreare i spiriti che esercitano loro operazioni, acciò che non si risolvino e consumino per le continue fatiche de la vigilia; e l’altro, per potersi servire de la natura de’ lor spiriti e calor naturale ne la digestione del cibo, che per farla perfettamente induce il sonno per il desistere de’ sensi e movimenti esteriori, attraendo i spiriti a l’interior del corpo per occuparsi con tutti insieme ne la nutrizione e ristorazione de l’animale; e ch’el sia così, vedi i cieli: perché non mangiano e non si affaticano de’ suoi continui movimenti, sono sempre vigilanti né mai dormeno; sì che ’l sonno negli animali è più presto causa di vita che simiglianza di morte. Ma l’alienazione fatta per la meditazione amorosa è con privazione di senso e movimento, non naturale ma violenta; né in questa i sensi riposano né il corpo si ristora, anzi s’impedisce la digestione e la persona si consuma3, sì che, se ’l sonno mi scusaria di non averti parlato e visto, molto più mi debbe scusare l’alienazione ed estasi amoroso.
Sofia. Vuoi che ’l vigilante, che pensa, dorma più che quel che dorme?
Filone. Voglio che senta manco che quel che dorme: ché, non men che nel sonno, si ritirano ne l’estasi i spiriti dentro e lassano i sensi senza sentimento e i membri senza movimento, perché la mente si raccoglie in se stessa a contemplare in uno oggetto sì intimo e desiderato, che tutta l’occupa e aliena, come ora ha fatto in me la contemplazione di tua formosa immagine, dea del mio desiderio.
Sofia. Strano mi pare che facci il pensiero quella stupefazione che suol fare il profondo sonno: ch’io veggo che noi pensando possiam parlare, odire e muoversi, anzi senza pensare non si posson fare quest’opere perfettamente e ordinatamente.
Filone. La mente è quella che governa i sentimenti e ordina i movimenti voluntari degli uomini: onde per far questo offizio bisogna che esca de l’interior del corpo a le parti esteriori, a trovare l’instrumenti per fare tali opere e per approssimarsi agli oggetti de’ sensi che stanno di fuora, e allor pensando si può vedere, odire e parlare senza impedimento. Ma quando la mente se raccoglie dentro se medesima per contemplare con somma efficacia e unione una cosa amata, fugge da le parti esteriori e, abbandonando i sensi e movimenti, si ritira con la maggior parte de le sue virtù e spiriti in quella meditazione, senza lassare nel corpo altra virtù che quella senza la quale non potrebbe sustentarsi la vita, cioè la vitale del continuo movimento del cuore e anelito degli spiriti per l’arterie, per attraere di fuora l’aere fresco e per espellere el già focato di dentro; questo solamente resta, con qualche poco de la virtù notritiva, perché la maggior parte di quella ne la profonda cogitazione è impedita, e perciò poco cibo longo tempo i contemplativi sostiene. E così come nel sonno, facendosi forte la virtù notritiva, arrobba, priva e occupa la retta cogitazione de la mente, perturbando la fantasia per l’ascensione de’ vapori al cerebro del cibo che si cuoce, quali causano le vane e inordinate sonniazioni, così l’intima ed efficace cogitazione arrobba e occupa il sonno, nutrimento e digestione del cibo.
Sofia. Da una parte mi fai simili il sonno e la contemplazione, però che l’uno e l’altro abbandonano i sensi e movimenti e attraeno dentro li spiriti; e da l’altra parte gli fai contrari, dicendo che l’uno priva e occupa l’altro.
Filone. Così è in effetto, perché in alcune cose son simili e in alcune altre dissimili. Son simili in quel che lassano, e dissimili in quel che acquistano.
Sofia. A che modo?
Filone. Perché egualmente il sonno e la contemplazione abbandonano e privano il senso e movimento; ma il sonno l’abbandona facendo forte la virtù notritiva, e la contemplazione l’abbandona facendo forte la virtù cogitativa. Ancora sono simili, perché tutti due ritirano lo spirito da l’esteriore a l’interiore del corpo; e son dissimili, perché il sonno gli ritira a la parte inferiore del corpo sotto il petto, cioè al ventre, dove sono i membri de la nutrizione (stomaco, fegato, intestini e altri), perché ivi attendano a la decozione del cibo per il nutrimento; e la contemplazione gli ritira a la parte più alta del corpo, che è disopra al petto, cioè al cerebro, che è seggio de la virtù cogitativa e abitaculo de la mente, per far ivi la meditazione perfetta. Ancora, l’intenzione e bisogno del ritirar i spiriti è diversa in loro, perché il sonno gli ritira dentro, per ritirar con loro il calor naturale, de la copia del quale ha bisogno per la digestione che si fa nel sonno; ma la contemplazione gli ritira, non per ritirar il calore, ma per ritirar tutte le virtù de l’anima, e unirsi l’anima tutta e farsi forte per contemplar bene in quel desiderio. Essendo adunque tanta diversità fra il sonno e la contemplazione, con ragione l’uno occupa e arrobba l’altro. Ma nel perdimento de’ sensi e movimento la contemplazione è uguale al sonno, e forse che gli priva con maggior violenza e forza.
Sofia. Non mi par già che ’l cogitabondo perda i sensi come quel che dorme; e tu non mi negherai che a l’amante ne l’estasi non resti la cogitazione e pensamento in gran forza, essendo annessi a’ sensi, e a quel che dorme non resti di questo cosa alcuna, ma solamente la nutrizione, che non ha che fare con li sensi, ché si truova ancor ne le piante.
Filone. Se ben considerarai, troverai il contrario: ché nel sonno, benché si perdano i sensi del vedere, odire, gustare e odorare, non si perde però il senso del tatto, ché, dormendo, si sente freddo e caldo; ancor resta la fantasia in molte cose, e, se bene è inordenata in sue sonniazioni, le più de le volte sono de le passioni presenti. Ma ne la trasportazione contemplativa si perde ancor, con gli altri sensi, il sentimento del freddo e del caldo; e così si perde la cogitazione e fantasia di ogni cosa, escetto di quella che si contempla. Ancor questa sola meditazione, che resta al contemplativo amante, non è di sé, ma della persona amata; né lui, esercitando tal meditazione, sta in sé, ma fuor di sé, in quel che contempla e desidera. Ché, quando l’amante è in estasi, contemplando in quel che ama, nissuna cura o memoria ha di se stesso, né in suo benefizio fa alcuna opera naturale, sensitiva, motiva o ver razionale; anzi in tutto è di se stesso alieno e proprio di quel che ama e contempla, nel qual totalmente si converte. Ché l’essenzia de l’anima è suo proprio atto; e, se s’unisce per contemplare intimamente un oggetto, in quello sua essenzia si trasporta e quello è sua propria sustanzia, e non è più anima ed essenzia di quel che ama, ma sol spezie attuale de la persona amata4. Sì che molto maggiore astrazione è quella de l’alienazione amorosa che quella del sonno. Con qual ragione adunque mi puoi accusare, o Sofia, di non vederti o parlarti?
Sofia. Non si può negare che ognora non si vegga che l’efficace contemplazione de la mente suole occupare i sentimenti; ma io vorrei sapere la ragione più chiaramente. Dimmi adunque: perché, pensando tanto intimamente quanto si voglia, non restano i sentimenti ne le sue operazioni? Ché la mente per contemplare non ha bisogno di servirsi de la retraizione de’ sensi, poi che non hanno che fare ne la sua opera; né manco gli bisogna la copia del calor naturale, come ne la decozione del cibo; né ha necessità degli spiriti che serveno a’ sensi, però che la mente non opera mediante i spiriti corporali, per essere incorporea. Che bisogno ha adunque la meditazione del perdimento de’ sensi, e perché gli ritira e raccoglie?
Filone. L’anima è in sé una e indivisible; ma estendendosi virtualmente per tutto il corpo e dilatandosi per le sue parti esteriori fino a la superficie, si dirama per certe operazioni, pertinenti al senso e movimento e notrizione mediante diversi instrumenti, e in molte e diverse virtù si divide: come interviene al Sole, il quale, essendo uno, si divide e multiplica per la dilatazione e moltiplicazione de’ suoi raggi, secondo il numero e diversità de’ luoghi [a] che s’applicano. Quando adunque la mente spirituale (che è cuore di nostro cuore e anima di nostra anima) per forza di desiderio si ritira in se stessa a contemplare in uno intimo e desiderato oggetto, raccoglie a sé tutta l’anima, tutta restringendosi in una indivisibile unità; e con essa si ritirano i spiriti, sebbene non li opera, e si raccolgono in mezzo de la testa, ove è la cogitazione, o...

Indice dei contenuti

  1. Introduzione
  2. Cronologia
  3. Nota al testo
  4. Dialoghi d’amore
  5. Mariano Lenzi. A la valorosa Madonna Aurelia Petrucci
  6. Filone e Sofia. D’amore e desiderio (Dialogo Primo)
  7. Sofia e Filone. De la comunità d’amore (Dialogo Secondo)
  8. Sofia e Filone. De l’origine d’amore (Dialogo Terzo)