
- 112 pagine
- Italian
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eBook - ePub
"La ricchezza di pochi avvantaggia tutti" Falso!
Informazioni su questo libro
In quasi tutto il mondo la disuguaglianza sta aumentando, e ciò significa che i ricchi, e soprattutto i molto ricchi, diventano più ricchi, mentre i poveri, e soprattutto i molto poveri, diventano più poveri. Questa è la conseguenza ultima dell'aver sostituito la competizione e la rivalità alla cooperazione amichevole, alla condivisione, alla fiducia, al rispetto. Ma non c'è vantaggio nell'avidità. Nessun vantaggio per nessuno. Eppure abbiamo creduto che l'arricchimento di pochi fosse la via maestra per il benessere di tutti.
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Informazioni
Argomento
EconomiaCategoria
Politica economicaAlcune grandi bugie su cui galleggia la bugia più grande
John Maxwell Coetzee, formidabile filosofo e squisito romanziere, oltre che acuto rilevatore dei peccati, dei grossolani errori e delle vacuità del nostro mondo, osserva che
l’affermazione secondo cui il nostro mondo dev’essere diviso in entità economiche in competizione perché questo è ciò che la sua natura richiede, è astrusa. Le economie competitive esistono perché noi abbiamo deciso di dare loro questa forma. La competizione è un surrogato sublimato della guerra. La guerra non è affatto inevitabile. Se vogliamo la guerra, possiamo scegliere la guerra; ma se vogliamo la pace, possiamo ugualmente scegliere la pace. Se vogliamo la rivalità, possiamo scegliere la rivalità; ma possiamo anche decidere per un’amichevole cooperazione1.
Il problema però è che – sia stato o no configurato dalle decisioni assunte e attuate dai nostri antenati – il nostro mondo di inizio XXI secolo non è favorevole alla coesistenza pacifica, e tanto meno alla solidarietà umana e alla cooperazione amichevole. Esso è costruito in maniera tale da rendere la cooperazione e la solidarietà una scelta non solo impopolare, ma anche difficile e onerosa. Non c’è da meravigliarsi che solo relativamente poche persone, e in relativamente poche occasioni, trovino in sé la forza materiale e/o spirituale di compiere una simile scelta e di metterla in atto. La grande maggioranza delle persone, per quanto animata da credenze e intenzioni nobili ed elevate, si scontra con realtà ostili e vendicative, e soprattutto indomabili: realtà di onnipresente cupidigia e corruzione, di rivalità ed egoismo da ogni parte, che per ciò stesso suggeriscono ed esaltano il sospetto reciproco e la vigilanza continua. Si tratta di realtà che non possono essere cambiate dall’azione del singolo, non possono essere messe da parte, trascurate o ignorate, e davanti alle quali pertanto non c’è praticamente alternativa che ripercorrere i modelli di comportamento che coscientemente o no, di proposito o per corrività, riproducono monotonamente il mondo del bellum omnium contra omnes. È per questo che spesso siamo indotti a considerare erroneamente quelle realtà (progettate, inculcate o immaginate, che siamo costretti a riprodurre ogni giorno) come la «natura delle cose», che nessun potere umano può mutare e riformare. Per seguire ancora il ragionamento di Coetzee: «l’uomo medio» continuerà a credere che il mondo sia governato dalla necessità e non da un astratto codice morale. Continuerà a credere ciò che quell’«uomo medio», ammettiamolo, ha più di una ragione per credere: che ciò che deve essere, deve essere – e basta... Questo è il mondo in cui ci tocca vivere la nostra vita: è la conclusione che tendiamo (giustamente) a trarre. A quel tipo di mondo, ne deduciamo (erroneamente), non c’è – non può esserci – alternativa.
Quali sono dunque gli apparenti must che noi, «gente media» (o semplicemente «gente comune»), supponiamo siano «nell’ordine» o «nella natura» delle cose, e che non possono essere disattesi? In altre parole, quali sono le premesse tacitamente accettate, invisibilmente presenti in ogni opinione sullo «stato del mondo» a cui ci teniamo comunemente stretti e che danno forma alla nostra comprensione (o meglio, al nostro travisamento) di quel mondo, ma che raramente, o mai, cerchiamo di esaminare seriamente, di penetrare e verificare sui dati di realtà?
Ne richiamerò qui alcune, quelle che probabilmente più di tutte le altre false credenze portano la responsabilità del disastro della disuguaglianza sociale e della sua apparentemente inarrestabile crescita e metastasi. Ma diciamolo subito: a un’analisi più attenta, tutti quei presunti must si rivelano come nient’altro che altrettanti aspetti dello status quo, cioè delle cose così come sono al momento, ma che non è affatto detto debbano essere così come sono; e appare chiaro che tali aspetti della nostra attuale situazione penosa sono, a loro volta, sostenuti da premesse non verificate, instabili o del tutto fuorvianti. È vero che essi sono ora «realtà», nel senso che resistono fermamente ai tentativi di riformarli o sostituirli; più precisamente, ai tentativi che sono o possono essere ipoteticamente intrapresi con gli strumenti al momento a nostra disposizione (come i due grandi sociologi William I. Thomas e Florian Znaniecki scoprirono un secolo fa: se la gente crede che una cosa sia vera, essa farà sì che sia vera col suo modo di comportarsi). Ma questo non prova affatto che la riforma o la sostituzione degli aspetti in questione sia impossibile da attuare, restando per sempre al di là dell’umano potere. Al massimo, ciò suggerisce che cambiarli potrà richiedere più che un semplice cambiamento di mente. Potrebbe richiedere niente meno che il cambiamento, spesso drastico e inizialmente penoso e sconcertante, del nostro modo di vivere.
Alcuni degli assunti comunemente accettati come «ovvi» (cioè che non hanno bisogno di prove), che ci soffermeremo qui a esaminare più da vicino sono:
1. La crescita economica è il solo modo di affrontare le sfide e possibilmente risolvere tutti i singoli problemi che la coabitazione umana inevitabilmente crea.
2. Il consumo in perpetuo aumento, o più precisamente la rotazione sempre più veloce di nuovi oggetti di consumo, è forse il solo, o comunque il principale modo di soddisfare la ricerca umana della felicità.
3. La disuguaglianza fra gli uomini è naturale, e acconciare le possibilità della vita umana alla sua inevitabilità ci avvantaggia tutti, mentre la manomissione dei suoi precetti non può che portare danno a tutti.
4. La rivalità (con i suoi due versanti: l’elevazione delle persone degne e l’esclusione/degradazione di quelle indegne) è insieme una condizione necessaria e la condizione sufficiente della giustizia sociale nonché della riproduzione dell’ordine sociale.
1. La crescita economica
«È l’economia, stupido» è una frase coniata contro George H.W. Bush da James Carville, stratega della campagna presidenziale di Bill Clinton del 1992. Negli anni dopo che fu coniata, la frase ha fatto una carriera spettacolare nel vocabolario politico mondiale. Ad oggi è saldamente insediata nel linguaggio della politica come pure nella doxa (cioè l’insieme di credenze abitualmente utilizzate dal pubblico dei profani come strumenti del loro pensiero, ma su cui raramente o forse mai si riflette, e che tanto meno vengono analizzate e sottoposte a verifica), e affiora ripetutamente nei discorsi dei politici e nelle relazioni degli spin doctor in occasione delle successive campagne elettorali, o anche al di fuori di queste e altre occasioni. La frase assume come un dato di fatto evidente, dimostrato dall’esperienza comune al di là di ogni ragionevole dubbio, che i sentimenti pubblici, le simpatie o le antipatie, la pubblica disposizione a offrire o negare il sostegno ai fronti contrapposti nelle battaglie elettorali, e l’inclinazione degli elettori a riconoscere i loro interessi nei programmi e negli slogan elettorali, siano tutti completamente o quasi determinati dai meandri della «crescita economica». Essa assume che quali che possano essere gli altri valori e preferenze degli elettori, è la presenza o l’assenza della «crescita economica» che tende a guidare le loro scelte più di ogni altra considerazione. Ne segue che sono le cifre che si suppone misurino il grado di crescita economica a essere usate come gli indicatori più affidabili per le previsioni delle possibilità elettorali dei contendenti per l’occupazione delle stanze del potere. La stessa aspettativa è spesso espressa con un’altra frase popolare: «votare col portafoglio» (voting with a pocketbook in inglese americano, o with a wallet in inglese britannico, espressione definita dal Longman Dictionary come disposizione morale dell’uomo «a votare per qualcuno o per qualcosa che si pensa possa aiutare ad avere più denaro»).
E questo sembra essere oggi l’atteggiamento dominante, vista la convinzione diffusa di recente e ora sostenuta con decisione che è dalle cose che le cifre ufficiali della «crescita economica» apparentemente misurano che dipendono in primo luogo le possibilità di una vita decente, gratificante e dignitosa, in breve di una vita degna di essere vissuta. Ma il problema è che questa convinzione non è né endemica né in alcun altro modo «naturale» per gli uomini; anzi, è di origine relativamente recente... Le menti più formidabili fra i pionieri della moderna economia consideravano la «crescita economica» una spiacevole seccatura piuttosto che una benedizione: un urticante per fortuna temporaneo ed eminentemente passeggero, causato da una disponibilità ancora insufficiente di beni indispensabili per soddisfare la somma totale delle esigenze umane. La maggior parte di loro ritenevano che questa somma totale potesse essere calcolata, e una volta che la capacità produttiva della società l’avesse raggiunta sarebbe seguita l’economia «stabile» o «costante», più in sintonia e più amichevole con la disposizione umana «naturale». John Stuart Mill, pioniere del pensiero economico moderno e uno dei più acuti filosofi e studiosi del XIX secolo2, preannunciava per esempio la reale inevitabile transizione dalla crescita economica a uno «stato stazionario». Nella sua opera più importante, Principi di economia politica, scriveva, come chiunque può leggere nella attuale edizione di Wikipedia, che «l’incremento della ricchezza non è infinito. La fine della crescita porta a uno stato stazionario. Lo stato stazionario del capitale e della ricchezza [...] sarebbe un miglioramento notevolissimo rispetto alla nostra presente condizione». E ancora: «Una condizione stazionaria del capitale e della popolazione non implica affatto uno stato stazionario del miglioramento dell’umanità. Ci sarebbe lo stesso spazio di sempre per tutti i tipi di cultura mentale, e progresso morale e sociale, altrettanto spazio per migliorare l’arte del vivere, e molta più probabilità che essa sia migliorata, se le menti cessassero di essere occupate esclusivamente a prosperare»3. Mentre fino al secolo scorso inoltrato, come possiamo leggere anche in Wikipedia, John Maynard Keynes, uno dei più autorevoli economisti del XX secolo4, aspettava ancora l’immancabile avvento del giorno in cui la società potrà concentrarsi sui fini (felicità e benessere, per esempio) anziché, come fino ad ora, sui mezzi (crescita economica e ricerca individuale del profitto). Egli scriveva che l’«avarizia è un vizio, la riscossione dell’usura è una colpa, l’amore per il denaro è spregevole [...] Torneremo ad apprezzare di nuovo i fini sui mezzi e preferiremo il bello all’utile»5. E insisteva che «non è lontano il giorno in cui il problema economico passerà in secondo piano, che è quello che gli compete, e l’arena del cuore e della testa sarà occupata, o rioccupata, dai nostri problemi reali, i problemi della vita e delle relazioni umane, della creazione e del comportamento e della religione»6: in altre parole quei problemi che non solo sono «reali», ma sono immensamente più nobili e attraenti delle esigenze di «semplice sopravvivenza» che guidano al mome...
Indice dei contenuti
- Introduzione
- Qual è davvero la misura della disuguaglianza oggi?
- Perché ci opponiamo alla disuguaglianza?
- Alcune grandi bugie su cui galleggia la bugia più grande