The End of Money
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The End of Money

Indagine sul futuro del denaro: avvento e sopravvento di un mondo senza contanti

  1. 272 pagine
  2. Italian
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  4. Disponibile su iOS e Android
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The End of Money

Indagine sul futuro del denaro: avvento e sopravvento di un mondo senza contanti

Informazioni su questo libro

«Un'appassionante analisi sulla possibilità che un giorno il mondo arrivi a fare a meno dei contanti»"Washington Post"«Il contante è inefficiente, scomodo e sporco. È una costruzione sociale vecchia e ingannevole. Eppure tutti lo abbiamo nel portafogli. Ma non per molto ancora. Nei prossimi anni il denaro cambierà più di quanto abbia fatto da parecchi secoli a questa parte. David Wolman indaga in giro per il mondo come avverrà questo cambiamento, con aneddoti e idee avvincenti sul passato e sul futuro»Chris Anderson, "Wired"La sfiducia nei confronti delle valute nazionali, il crescere di monete alternative e virtuali, le preoccupazioni ambientali per la produzione del denaro, il trionfo delle nuove tecnologie digitali, l'ondata di prove contro il contante, accusato di penalizzare i poveri più di chiunque altro. Tutto fa pensare che l'epoca del denaro fisico stia volgendo al termine. David Wolman va alla ricerca delle persone, delle tecnologie, dei luoghi che per primi hanno aperto la strada all'idea di un mondo senza soldi. Incontreremo ad esempio Bernard von NotHaus, falsario e sostenitore di una moneta di scambio alternativa, e David Birch, propugnatore ed esperto di tecnologie per la digitalizzazione del denaro. Visiteremo il Digital Money Forum di Londra e sapremo tutto dei soldi fatti di bit e di byte; ci fermeremo alla banca centrale islandese, riscoprendo il valore culturale delle banconote; voleremo a Delhi, dove la moneta virtuale, alternativa ai contanti, promette un futuro migliore per i poveri. Una cosa è certa: letto The End of Money, quando avremo in mano una banconota non la guarderemo più allo stesso modo.

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Informazioni

Argomento
Économie
Categoria
Finance

1. Il missionario

Il denaro non parla: impreca
Bob Dylan
Per Marco Polo i cinesi dovevano essere andati fuori di testa. Il denaro di carta nacque in Cina, probabilmente intorno all’800 d.C., ma solo nel tredicesimo secolo, con la dinastia Yuan, il sovrano sostituì per la prima volta le monete con banconote2. Cent’anni dopo Marco Polo quando vide quel sistema non credette ai suoi occhi. La zecca imperiale sembrava aver trovato il segreto della perfetta alchimia. Al posto delle monete le autorità distribuivano foglietti di carta con un numero stampigliato, il cui valore corrispondeva a quello di un determinato quantitativo di monete conservate al sicuro. Non era vero denaro, nel senso fino allora comunemente inteso. Ma la cosa in qualche modo funzionava.
Corredata da segni e sigilli di ufficialità, quella carta speciale ricavata dagli alberi di gelso circolava liberamente, arricchendo la monarchia e spingendo come un turbo i commerci. Quando lo stesso mezzo di scambio è accettato senza problemi ovunque e da tutti, le opportunità di affari crescono in modo esponenziale. L’imperatore aveva ordinato che le banconote avessero corso forzoso e ne garantiva la convertibilità: il denaro di carta poteva essere cambiato in monete in qualsiasi momento.
Marco Polo dedica un capitolo del suo celebre resoconto al modo in cui Kublai Khan “fa passare per denaro” la corteccia degli alberi trasformata in qualcosa di simile alla carta: soluzione in apparenza stravagante, che ricordava un gioco di prestigio pur non essendolo affatto. L’esploratore sapeva bene che in Europa i suoi lettori difficilmente si sarebbero accontentati di quella spiegazione “di come lo Grande Kane puote più spendere e più fare ch’io non v’ò contato” e comprendeva che per quanto ne avesse parlato non gli avrebbero mai creduto. Non sto scherzando, dice Marco Polo: questa storia della cartamoneta è davvero una cosa dell’altro mondo.
Il funzionamento del sistema dipendeva da due elementi: severe sanzioni (chiunque avesse rifiutato per un pagamento quel denaro di carta sarebbe stato condannato a morte) e convertibilità. Per rafforzare ulteriormente la fiducia nella cartamoneta e nell’autorità di emissione, il testo sulle banconote stesse dichiarava che erano valide per l’eternità. In una recente intervista alla Bbc il governatore della Banca d’Inghilterra, Mervyn King, ha tentato di spiegare il significato dell’espressione forever riferita al valore delle banconote, affermando che la cartamoneta “è un contratto implicito tra le persone e le decisioni che esse credono saranno prese negli anni e decenni a venire al fine di preservare il valore di quel denaro. Il denaro non è che carta: nel suo valore non c’è nulla di intrinseco”. Quel valore dipende dalla stabilità percepita delle istituzioni emittenti. Se il pubblico ha fiducia in quelle istituzioni, la cartamoneta continua a essere accettata e usata normalmente; se invece quella fiducia viene a mancare la valuta e l’economia crollano.
Oggi non sorprende leggere sulle banconote dichiarazioni ampollose ed enfaticamente patriottiche: sarebbe strano semmai il contrario. Ma ai tempi della dinastia Yuan le banconote erano una tecnologia terribilmente nuova. Fu il fatto che gli uomini di allora credessero a quella promessa (e che in caso contrario fossero giustiziati) a consentire alla nuova forma di denaro dell’imperatore di essere usata “per tutte le province e regni e terre ov’egli à segnoria”.
Al denaro pensiamo sempre e non pensiamo mai. Sempre, quando parliamo di occupazione, pensioni, stato dell’economia, retta universitaria, finanziamenti del terrorismo, bilancia commerciale con la Cina, Goldman Sachs, fare un salto al bancomat... Mai invece pensiamo a come il denaro funzioni realmente. Nell’epoca dei salvataggi bancari con gli zeri che si sprecano, o delle somme di denaro ancora più enormi create come per magia dalla Federal Reserve, i meccanismi del denaro sono ormai talmente astratti da essere fuori dalla portata di tutti tranne che degli esperti di politica monetaria.
Ma il denaro contante siamo convinti di conoscerlo. È reale, o almeno abbastanza reale da poterlo toccare, annusare, tenere in mano e poi doversi lavare le mani. Le banconote e le monete sono i tesori della nostra infanzia che la fatina del dentino ci metteva sotto il cuscino, che una nonna adorante ci dava di nascosto, e che riponevamo al sicuro in scatole colorate chiuse a chiave per poi comprarci un giocattolo nuovo. Nonostante la definizione piatta che del denaro danno i libri di testo mezzo di scambio, unità di conto, riserva di valore, metodo di pagamento differito – è prima di tutto attraverso il contante che arriviamo in qualche modo a comprendere o a stabilire una relazione con questa invenzione – il denaro che ha fatto evolvere la civiltà. Persino quei personaggi che a Wall Street puntano come falchi titoli come i Cdo, quando sentono pronunciare la parola denaro, pensano istintivamente a un mucchio di centoni con l’effige di Benjamin Franklin.
(Per inciso, il linguaggio del denaro tende a ingenerare facilmente confusione. Quando ci fermiamo a un bancomat prendiamo un po’ di contanti, ma quando leggiamo sul “Wall Street Journal” che Intel o Boeing hanno un bel po’ di contanti non si sta parlando fisicamente di banconote o di monete, ma di liquidità, di denaro da spendere pronta cassa. In questo libro quando uso la parola contante, cash, sto parlando di oggetti fisici. A volte userò anche espressioni come valuta tangibile, denaro fisico, denaro materiale, soldi liquidi, ma solo per varietà di linguaggio. Quando invece dico denaro, moneta o valuta parlo a livello generale, e in questa accezione rientrano sia le forme fisiche di denaro sia quelle elettroniche, a meno di diversa indicazione.)
Per quanto il nostro cervello possa essere attaccato a idee complesse tipo cattiva distribuzione del denaro, tendenze inflazionistiche o propensione a catalizzare i conflitti, quel desiderio infantile di tenere in mano i soldi resiste negli angoli della mente riservati ai pensieri più elementari. Ed è forse questa la ragione per cui trovare a terra una monetina da un centesimo innesca una impercettibile e inconsapevole fretta, che un attimo dopo viene frenata dalla parte razionale del nostro cervello, ben consapevole che una moneta da un centesimo – o da dieci centesimi – è sostanzialmente priva di valore, lo sarà sempre più e, come vi diranno gli economisti, finanziariamente non merita nemmeno di chinarsi a raccoglierla rischiando magari di farsi male.
Per quanto possiamo avercela con i banchieri spericolati o con il bilancio federale, nel contante continuiamo a credere, forse lo veneriamo persino. Magari non crediamo in qualche dio o buddha, ma nel denaro sì, ci crediamo. Ciò non significa che lo concupiamo come degli sciocchi (in caso contrario lo siamo). No, quello che voglio dire è che crediamo al valore del denaro. Ci crediamo perché ci credono tutti: questa fede dunque è anche una reciproca fiducia, la credenza in uno scopo comune o almeno in un’allucinazione collettiva. Siamo tutti seguaci di questa peculiare religione per il solo fatto di usare la valuta di un determinato paese.
Per gli economisti, tutti intenti a calcolare l’indice di Herfindahl-Hirschman o il teorema del punto fisso di Kakutani o a immaginare come ridurre la disoccupazione senza perdere il controllo sull’inflazione, questa nozione è banale. Ma provate a osservare il denaro al microscopio ed esso vi rivelerà un segreto agghiacciante e al tempo stesso meraviglioso: il suo valore vive e muore nella nostra testa. Come ha detto una volta il poeta e saggista satirico Kurt Tucholsky, “il denaro ha valore perché è universalmente accettato, ed è universalmente accettato perché ha valore”: ma ciò è vero solo fin quando non si rompe l’incantesimo.
Paradossalmente, fu proprio il successo a condurre la cartamoneta di Kublai Khan alla catastrofe economica. I sovrani della dinastia Yuan cedettero a una tentazione che nel corso della storia ha afflitto sia le istituzioni emittenti che i ragazzini delle elementari: se nessuno mai si preoccupa di chiedere la conversione delle banconote, perché non stamparne di più? Possiamo quasi immaginare i dialoghi tra i consiglieri di Kublai Khan: “Sire, i Vostri sudditi hanno tale fiducia nella convertibilità delle banconote che non si curano nemmeno di convertirle. Il valore percepito delle banconote implica che Voi non siete più costretto a mantenere un rapporto di uno a uno tra le vostre riserve di denaro metallico e la quantità di banconote che stampate. Accidenti, capo, ma se è così non dovete nemmeno rispettare un rapporto di uno a dieci!”
Ma la fede è fragile. A seminare dubbi possono essere eventi di tanti tipi, e di solito sono le guerre, le catastrofi naturali, la contraffazione e i fallimenti bancari. Per il Gran Khan la tossina fu il diluvio di denaro piovuto sull’economia. Quando per arricchirti ti basta semplicemente stampare altre promesse cartacee che mai ti verrà chiesto di mantenere, è molto difficile trattenersi. E invece i sistemi monetari hanno bisogno che la moneta sia scarsa, o quanto meno sia percepita come tale. Quando il denaro del Khan non fu più cosa rara, il suo valore e, dunque, il suo potere d’acquisto improvvisamente precipitarono e il sistema monetario basato sulle banconote crollò. Ci sarebbero voluti secoli prima che riemergesse, stavolta in Europa.
È una rigida e ventosa mattina di dicembre. Nel paesino di Bowman, nella Georgia nordorientale, Glenn Guest entra in un diner senza insegne, ordina un biscuit con bacon, uova e formaggio, si versa una tazza di caffè e si siede per parlare dell’Anticristo. Un tempo il Jim’s Grill era un “vero e proprio diner” in cima alla strada, ma dopo un incendio si è trasferito qui, in un granaio marrone con gli infissi verdi. Gli avventori, in tuta da lavoro o mimetica, vi si fermano un po’, prima di entrare al lavoro in uno dei tanti allevamenti di polli o delle tante cave di granito della zona, a parlare di football e dei Georgia Bulldogs mentre ingurgitano uova strapazzate, salsicce, polenta integrale e biscuits serviti in piatti di polistirolo.
Guest è il pastore battista della chiesa di Shiloh, nella vicina cittadina di Danielsville. Mangia lì almeno una volta alla settimana, e spesso si trova coinvolto in conversazioni sulle Scritture, ma non è un propagandista invadente.
“Non penso di essere più intelligente degli altri, proprio no”, dice il cinquantanovenne georgiano, con cadenza lenta e usando spesso, all’inizio o alla fine delle frasi, l’espressione “se Dio vuole”. Indossa jeans, camicia di flanella blu navy e parka nero. Ha baffi grigi tagliati corti e capelli grigio scuro che conservano per quasi tutto il giorno i segni del pettine.
Guest non crede a chi dice di sapere esattamente il giorno e l’ora in cui Gesù tornerà sulla terra. “Ma naturalmente sta arrivando. Tutto quello che vediamo è destinato a finire”. Poi: “Se non è abituato a mangiare polenta, credo che dovrebbe metterci altro sale. A me piace più salata”.
Seguo il consiglio di Guest, ma la polenta continua a piacermi meno della dolcissima torta alle pesche. Certe informazioni nella Bibbia e nel Libro dell’Apocalisse, dice Guest, sono lì perché tutti le vedano. Gesù tornerà, e le cose si metteranno male per chi non crede: i segnali sono sotto gli occhi di tutti, il momento di scoprire le carte, di aprire le danze sta per arrivare. Ci sono tanti segni chiarissimi, e uno è proprio ciò che sta accadendo al denaro.
Guest porta con sé una borsa di cuoio: nei due scomparti, chiusi con la zip, ci sono una copia della Bibbia di re Giacomo, piena di annotazioni, un caos di carte e un piccolo congegno elettronico che sembra un dizionario di lingue ma serve a fare ricerche per parole chiave nella Bibbia.
Chiedo a Guest che cosa c’entri il denaro con la fine del mondo, e lui mi risponde senza fare ricerche sul suo congegno. Poggia le mani giunte sul bordo del tavolo e declama il passo più solenne e calzante sul collegamento tra il denaro nelle nostre tasche e il grande progetto di Satana.
Essa [la bestia] fa sì che tutti, piccoli e grandi, ricchi e poveri, liberi e schiavi, ricevano un marchio sulla mano destra o sulla fronte, e che nessuno possa comprare o vendere senza avere tale marchio, cioè il nome della bestia o il numero del suo nome...

Indice dei contenuti

  1. CheFuturo!
  2. Presentazione
  3. Prefazione
  4. Introduzione
  5. 1. Il missionario
  6. 2. Il messaggero
  7. 3. I falsari
  8. 4. I lealisti
  9. 5. Il patriota
  10. 6. l traditore
  11. 7. I rivoluzionari
  12. 8. L’inviato
  13. Postfazione. Armistizio
  14. Bibliografia
  15. Ringraziamenti