Postfazione
Pochi scritti politici sono stati fraintesi quanto il Manifesto che Alex Williams e Nick Srnicek firmarono nel 2013. O meglio, forse più che di fraintendimento ha senso parlare di un equivoco che è al tempo stesso superficiale (dato, cioè, da una lettura «distratta» del Manifesto in questione) eppure legittimo, per certi versi addirittura ineccepibile. È un equivoco che si concentra tutto attorno a quel termine, «accelerazionista», che al Manifesto di Williams e Srnicek dà il nome, e che pure si è imposto secondo un’interpretazione in larga misura antitetica alle posizioni portate avanti dai due filosofi e attivisti inglesi (Srnicek è in realtà canadese, ma risiede a Londra da circa un decennio).
Cosa intendiamo, oggi, per accelerazionismo?
Nella lettura ormai predominante, vale a dire nella sua accezione generalista e un pizzico approssimativa, l’accelerazionismo altro non sarebbe che il tentativo di accelerare il nuovo tecnocapitalismo globale fino a provocarne il collasso e quindi il superamento.
Più che una teoria, è una tesi che ha il sapore del gesto provocatorio quando non della distopia bella e buona: le ingiustizie, le distorsioni, le prevaricazioni portate in dote da un sistema politico-economico sempre più spietato e disumano, non vanno frenate; vanno semmai portate alle estreme conseguenze, cosicché il sistema crollerà sotto il peso delle sue contraddizioni interne.
Messo in questi termini, l’accelerazionismo sarebbe una specie di deriva nietzschian-marinettiana di alcune tendenze del marxismo «eretico» che a loro volta prendono spunto proprio dal Marx del tanto dibattuto Frammento sulle macchine; ma a dirla tutta sintomi «accelerazionisti» sono stati negli ultimi anni attribuiti persino a episodi come l’elezione a presidente USA di Donald Trump (chi, meglio di un personaggio tanto eccessivo, sarebbe in grado di estremizzare e quindi in ultima analisi disintegrare il capitalismo?) e alle inquietanti profezie ultralibertarian di tech-titani come Peter Thiel ed Elon Musk.
Per gli accelerazionisti, dunque, la soluzione al capitalismo non sarebbe meno, ma più capitalismo.
È davvero questo che sostenevano Williams e Srnicek nel Manifesto che più di tutti ha contribuito a diffondere il termine? Ovviamente no. Anzi: quello che Williams e Srnicek ci dicono nel loro testo è che il capitalismo è semmai un sistema che, nonostante tutta la sua retorica disruptive e l’enfasi propagandistica su una non meglio precisata «modernità», questa modernità in realtà la impedisce, la frena, la piega a obiettivi che sono contemporaneamente iniqui e sterili quando non direttamente catastrofici (basti pensare al legame tra capitalismo e disastri ambientali, dal cambiamento climatico in giù). A sua volta, è esattamente il concetto di modernità che la sinistra deve rivendicare, se non vuole restare prigioniera di nostalgismi tanto miopi nei contenuti (la cara vecchia socialdemocrazia keynesiana che in molti rimpiangono era un sistema ingiusto anch’esso, ci ricordano i due) quanto inapplicabili in un mondo fatto di «astrazione, complessità, globalità e tecnologia». Solo che deve essere una modernità radicale e sinceramente altra, che recuperi lo slancio prometeico che pure, in passato, tanti desideri e tante visioni alimentò in quella sinistra per la quale emancipazione e progresso (anche tecnologico) restavano indissolubilmente legati.
L’esempio forse più classico resta quello dell’automazione: che i robot «ci rubino il lavoro» è una delle preoccupazioni principali della vecchia sinistra tenacemente attaccata a quella che Williams e Srnicek chiamano folk politics; ma il lavoro salariato altro non è che lo strumento attraverso cui noi cediamo ad altri il nostro tempo e le nostre risorse fisiche, intellettuali, emotive e sentimentali.
Un mondo libero dal lavoro sarà un mondo più felice e meno ingiusto, dove finalmente avremo tempo e modo di dedicarci alle nostre passioni, ai nostri interessi, alle nostre amicizie e ai nostri ozi – o almeno così si spera. Quello di cui davvero abbiamo bisogno è quindi più automazione, a patto naturalmente che vengano garantiti sia i mezzi di sostentamento per tutti (in una parola: reddito di base universale) sia le reti di protezione dello Stato sociale (e qui la variante di basic income adottata da Williams e Srnicek si allontana sensibilmente dall’idea di reddito di base fatta propria dalla Silicon Valley e da altri «post-lavoristi» liberali; anzi, più che allontanarsene, ne è direttamente l’antitesi).
Insomma: quello che va accelerato, per Williams e Srnicek, è tutto tranne che il capitalismo; sono al contrario le tendenze latenti e represse che sotto il capitalismo covano, e che il capitalismo tiene a bada perché un loro pieno dispiegamento ne minerebbe le basi sia ideologiche che produttive. In questo, Williams e Srnicek si richiamano direttamente a Marx, un pensatore che «non resisteva alla modernità» e che anzi era perfettamente cosciente di come il capitalismo fosse il sistema economico più avanzato del suo tempo; se il capitalismo portava dei vantaggi, questi non andavano invertiti, ma «accelerati oltre le restrizioni della forma valore capitalista». Similmente, Williams e Srnicek ci ricordano che il capitalismo neoliberale «confonde velocità con accelerazione» e «promette un futuro che è costitutivamente incapace di fornire». Sta quindi alla sinistra non solo tornare a «promettere» il futuro, ma letteralmente inventarlo, liberarlo dalle scorie di quanto «già è stato» per il semplice motivo che nessun futuro è tale se non si configura come quello che «ancora non è».
Inventare il futuro è, in effetti, il titolo del saggio che Williams e Srnicek fanno seguire al Manifesto del 2013. Il libro è un proseguimento e un approfondimento delle tesi che in quel manifesto erano contenute, eppure c’è una parola che in Inventare il futuro non compare letteralmente mai: e cioè proprio accelerazionismo. È un’assenza vistosa e chiaramente tutt’altro che casuale; interrogati al r...