1. Una civiltà armoniosa
I cinesi conoscono il senso del sacro anche se non hanno una religione, cioè non la concepiscono come una funzione differenziata della società. Sacri per loro non sono degli dèi di natura diversa dagli umani, ma i santi o i saggi i quali, come sottolinea Granet, non hanno mai posseduto la maestà trascendente di esseri divini.
Sull’origine del mondo si affollano miti confusi: fu il gigante Pan Gu a riordinare il caos dei primordi? Forse, ma poco importa, le leggende che parlano di esseri mostruosi prima che la civiltà sorgesse, anche se tramandate nel folklore, non sono credute: i veri santi sono gli eroi civilizzatori, quelli che hanno insegnato agli uomini come addomesticare la natura. Shennong come i Tre Augusti ai quali si deve l’invenzione della caccia, della pesca e dell’agricoltura, poi Huangdi, l’Imperatore Giallo che inventò la scrittura (o fu un suo ministro, Cangjie?), e Yu il Grande che regolò il corso delle acque. Li si situa già nella storia, si dà una datazione alle loro imprese, li si ricorda ancora oggi ma niente hanno di spirituale: sono concreti, attivi, non compiono miracoli e non si oppongono, come Prometeo che rubò il fuoco a Zeus, a nessun essere superiore.
La loro costruzione della civiltà è armoniosa, non vi è mai spirito di ribellione, l’umano non si contrappone al divino, la cui trascendenza è inimmaginabile, nemmeno con la disubbidienza, come fece Eva. Sono tuttavia sacri, semplici grandi uomini. Probabilmente sono la dotta creazione di una mitologia politica dei letterati, attenti a situarli nel contesto della civiltà così come si andava enucleando sin dai tempi più antichi, ancor prima di Confucio che visse nel VI secolo prima della nostra era. Già allora la gente credeva a spiriti, folletti e demoni ma erano presenze facilmente accettabili perché, essendo l’universo uno, erano fatti della stessa pasta degli uomini, soltanto capaci di palesarsi sotto altre forme strabilianti e bizzarre: nei loro confronti si adotta un atteggiamento di familiarità, si cerca di rabbonirli, di esorcizzarli, ma sono immanenti e non hanno che esistenze locali e passeggere. Nessun saggio ha mai pensato di appellarsi a entità trascendenti per farne il principio della morale, che è tutta umana, non deve nulla a un Dio.
Quanto alla legge, se l’universo è uno, è chiaro che l’ordine umano e l’ordine naturale sono solidali, cioè non si scoprono dei contrari irriducibili ma semplicemente delle opposizioni di aspetti che derivano da differenze di situazioni e la coscienza dell’occasionale è tanto radicata che prevale l’accordo, il buon accordo tra uomini e tra uomini e natura che non accetta e nemmeno concepisce delle prescrizioni incondizionate, ovvero delle leggi, che sono escluse sia dalla società sia dalla natura. Yin e yang, per fare un esempio, non sono principi ma alternanze che impediscono l’instaurarsi di un qualcosa di meccanico o quantitativo.
Certo, anche la storia cinese ha conosciuto momenti in cui ha prevalso la rigidità astratta di leggi coercitive, come all’epoca della fondazione dell’impero Qin, nel III secolo prima della nostra era, quando ebbero la meglio le teorie della scuola dei legisti e di quel Han Fei che fu poi esaltato da Mao Zedong. Ma gli avvenimenti hanno poi dimostrato, morto Qin il Primo Imperatore e, duemila anni dopo, morto Mao, che il tentativo di imporre delle leggi (e qui non si parla di diritto civile ma unicamente penale, cioè di leggi che intendono punire i crimini e per questo sottoporre a stretta sorveglianza tutti i soggetti instaurando il rigido codice del dispotismo) non era consono allo spirito cinese, che tende a una visione antidogmatica nel governo delle cose e degli uomini.
La loro idea di ordine nasce da un senso sano del buon accordo, le regole si impongono in quanto forniscono dei modelli. Questa almeno la teoria ideale. Nella pratica però è successo che il legismo autoritario del Primo Imperatore, che si contrapponeva all’umanesimo confuciano, quando salì al trono la dinastia Han si unì al confucianesimo in una sintesi autoritaria estremamente efficace, costituendo la duratura impalcatura dell’impero fino alla sua caduta agli inizi del XX secolo. La durezza del sistema di pene dei legisti si ammantava della benevolenza confuciana (i governanti sono padre e madre per il popolo, recita un adagio cinese) senza intaccarne la rigidità.
C’è tuttavia una costante anarchica nel modo cinese di considerare il potere, una tendenza all’autonomia e all’individualismo che sorprende chi ricorda i tempi di Mao, quando i cinesi erano stati chiamati «formiche blu», tutti proni ad eseguire ordini e a ripetere parole d’ordine emanate da una suprema volontà. Uno dei più antichi proverbi cinesi, infatti, recita: «Zappo il campo, ho da mangiare, scavo il pozzo, ho da bere, che mi importa dell’imperatore?».
1. «Summa lex summa iniuria»
Comunque, la stagione dell’ubbidienza è durata poco. Nel 1980, quando era appena iniziato il processo di modernizzazione della Cina, scrivevo in un mio reportage da Pechino:
Strabiliante, oggi non basta più una confessione per giustificare una condanna: la televisione cinese sta trasmettendo a giorni alterni un programma di venti minuti dedicato al codice penale che entrerà in vigore tra breve. La stampa pubblica dettagliati resoconti di processi che si svolgono a porte aperte (e si sottolinea come si tratti di un’innovazione rispetto al recente passato) davanti a un centinaio e più di persone che assistono non in veste di «masse popolari» accusatrici, ma piuttosto come attenti studiosi di legge. Sono riuscita a intrufolarmi nell’aula dove si svolgeva il processo a carico di un operaio edile accusato di tentato omicidio nei confronti del suo caposquadra, che si era rifiutato di concedergli un turno di riposo dopo che si era ferito alle mani. In questo caso la difesa (secondo il nuovo codice l’imputato deve scegliersi un difensore, altrimenti ne viene nominato uno d’ufficio) era stata assunta dalla sorella dell’imputato, non un’avvocata ma un’operaia anche lei. Tutte le regole del gioco sono state rispettate (Signori della corte! Signori Giurati) e la ragazza ha avuto toni commoventi mentre difendeva il fratello al punto che è diventata lei l’eroina del dibattito mitigando l’aridità della procedura con un profumo ancora vagamente «rivoluzionario». È Antigone e Porzia, l’umanizzazione del diritto, il suo fondamento. Alla fine la corte ha condannato l’imputato a otto anni invece che ai dieci richiesti dall’accusa.
In questi giorni è in corso in tutto il paese una campagna martellante per propagandare l’entrata in vigore del nuovo codice di procedura penale, ma se si trattasse soltanto di ripristinare una legalità calpestata all’epoca della Banda dei Quattro e della Rivoluzione culturale, come si dice oggi in Cina, tanto sforzo propagandistico parrebbe eccessivo. Ci deve essere una ragione più profonda, il desiderio di trasformare, ai fini della modernizzazione, un modo di convivenza civile ben più antico e radicato, una società che per secoli e secoli si è retta senza Dio e senza leggi. Come? In pratica ignorando le due categorie fondamentali che hanno invece improntato, solidali anche se a volte antagoniste, la nostra civiltà giudaica (Dio), romana (legge), cristiana («Date a Cesare quel che è di Cesare...»). Un Dio i cinesi se lo erano dati, Mao, non delle leggi. Hanno provato a vivere con un Dio ma senza leggi: ora stanno provando a vivere senza quel Dio ma con delle leggi. Ma come si vive senza Dio e senza leggi? Si potrebbe rispondere: mica male, purché la società sia statica, o tendente alla stasi. Basta conformarsi, non infrangere quei valori che la tradizione ha posto nella più antica notte dei tempi e comportarsi secondo i riti, l’equivalente di una codificazione.
La convivenza civile è quindi regolata da una rete avviluppante di norme etiche con un ovvio margine di elasticità ma senza la possibilità, neanche psicologica, di dichiararsi orgogliosamente «reprobi».
Chi non si conforma (e ci sono sempre stati cinesi che non si sono conformati), invece di assaporare l’amaro ma, a volte, esaltante gusto della colpa, assapora, una volta scoperto, quello più avvilente e passivo della vergogna. Tuttavia, mentre la colpa si può vivere ed espiare anche in solitudine, nel rimorso della coscienza, la vergogna pretende testimoni costanti e implacabili, più di Dio e più delle leggi messi insieme. E ancora: il dualismo tra Dio e leggi può favorire una possibilità individuale di riscatto, di scelta di campo, che l’integralismo, di qualsiasi genere, invece nega.
Ne deriva che il castigo si infligge sempre a confessione avvenuta, non si castiga nessuno se non ha confessato, e i mezzi per estorcere le confessioni sono ben noti, in Cina e altrove. In Cina, quelle riunioni di critica e lotta alle quali ho assistito, in cui il reo non confesso viene circondato da centinaia di persone urlanti che si dichiarano soddisfatte soltanto quando sono riuscite a fargli abbassare la testa, non metaforicamente ma proprio fisicamente, il mento sul petto.
Nel nuovo codice di procedura penale che vieta la tortura, l’inganno e altri metodi illegali per estorcere confessioni, almeno due disposizioni dimostrano come in definitiva questo codice sia frutto di una concezione della convivenza civile radicata e persistente, per esempio quando prevede la pena minima di affidare il colpevole alla supervisione delle masse. È ancora la vergogna, a pensarci bene, che viene tirata in ballo. Così nel caso, anche questo contemplato nel nuovo codice, di condanna alla pena capitale con rinvio dell’esecuzione di due anni, da commutarsi in ergastolo nel caso di provata redenzione ideologica del condannato, è l’integralismo che torna a galla, affidando non più alle masse ma a carcerieri, sorveglianti, ufficiali di pubblica sicurezza, segretari del comitato locale di partito, il giudizio definitivo: cioè non alla legge ma alla morale dominante.
Da noi invece, per l’accordo stabilitosi tra Dio e legge, che ci tengono però a separare le loro rispettive sfere di influenza, il prete può accompagnare alla morte il condannato senza ridere e senza piangere, mentre il giudice può sentirsi tranquillo, anche se ha condannato un uomo che in cuor suo ritiene innocente. Perché, a volte, si sa, «summa lex summa iniuria».