Nel 1949 Pier Paolo Pasolini fu espulso dal Partito comunista italiano per 'indegnità morale'. Il punto di partenza della vicenda sono i 'fatti di Ramuscello', che innescano l'accusa di corruzione di minorenni e atti osceni in luogo pubblico. Pasolini diventa così immediatamente un bersaglio politico: per i democristiani l'avversario da colpire, per i comunisti il pericolo da allontanare.Fondamentale nella biografia e nel percorso artistico di uno dei protagonisti della vita intellettuale del Novecento, questo caso è cruciale per capire il clima culturale e politico del dopoguerra. Due 'chiese', Democrazia cristiana e Partito comunista, impongono due pedagogie collettive distinte ma finalizzate entrambe a codificare vere e proprie regole di moralità. Il partito deve orientare le masse nella vita quotidiana, correggere i comportamenti anomali e, di fronte a gravi errori, espellere. La scelta compiuta con Pasolini è, dunque, esemplare della modalità punitiva adottata nei confronti dei 'compagni' che trasgrediscono. L'indagine di Anna Tonelli getta finalmente luce su particolari centrali sinora inediti della vicenda, compreso il lungo silenzio del Pci.

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21st Century History1 .
La ricostruzione morale nel dopoguerra
1. I partiti educatori
Tutta la vicenda che ha coinvolto Pasolini negli anni friulani non può essere compresa e spiegata se non in un contesto nazionale, ovvero all’interno di un’Italia dissestata da una guerra lacerante che ha concluso vent’anni di dittatura, con l’auspicato ma difficile passaggio alla democrazia.
In questo quadro, caratterizzato da forti cambiamenti da innestare dentro persistenze altrettanto radicate, si formano e solidificano punti di riferimento in grado di catalizzare le aspettative e di convogliare i desideri di miglioramento di una vita finora colpita da lutti e privazioni. Questi riferimenti ideali ed etici, prima che politici, sono rappresentati dai partiti che escono dalla clandestinità per esercitare non solo il ruolo di attori e motori del ritorno al confronto democratico, ma pure per assumere il compito di «mediatori» fra cittadini e società1.
L’obiettivo precipuo era sostituirsi allo «Stato educatore»2 voluto da Mussolini, cercando di produrre nei propri militanti il desiderio di aderire a un costume che funzionava al tempo stesso come regola di vita e orgoglio di appartenenza. Rispetto al modello di uno Stato etico fascista, si delinea una «Repubblica dei partiti» che intende funzionare come nuovo referente istituzionale e morale3. Le organizzazioni politiche che fino ad allora avevano operato nella clandestinità, si riaffacciano sulla scena pubblica sia per cercare un ruolo di governo nella nuova Italia repubblicana, sia per concorrere a superare le fratture determinate dal tramonto di un sistema politico totalitario.
La politica si ripresenta nelle sedi predisposte a riattivare il confronto e la discussione, ma compare anche in una dimensione molto più ampia che investe la vita quotidiana dei cittadini. È in questa direzione che va ricercata la volontà dei partiti di provare a costruire le basi di una moderna cultura politica, che diventerà poi ricerca di egemonia, in grado di coniugare organizzazione e consenso.
Per questo, le formazioni politiche uscite dal regime e dalla guerra si attrezzano per fornire riferimenti ideologici e politici, insieme a indicazioni di comportamento, che possano funzionare da guida universale, nella vita pubblica e privata, come utile orientamento per l’intera popolazione. Di qui l’impegno a creare una fitta rete di mezzi e strumenti capaci di convogliare l’adesione di vasti e diversi strati sociali, ancora disorientati rispetto alla nuova realtà in evoluzione.
In questa imponente mobilitazione sono coinvolti soprattutto i partiti di massa, a cominciare da Democrazia cristiana e Partito comunista, ma non restano esenti altri partiti e movimenti che hanno combattuto nel fronte antifascista e ora si candidano come soggetti autonomi nello scacchiere politico nazionale. La battaglia per accattivarsi il consenso si gioca anche sulla capacità di diffondere una «fede» in cui riconoscersi. In questo senso si può parlare di partiti educatori o di partiti pedagogici, dove l’opzione politica viene a sovrapporsi a quella formativa, nella volontà di ricostruire non solo l’Italia, ma anche l’italiano. «La ragione e la passione», per mutuare l’espressione usata da Paolo Pombeni per mettere a confronto le diverse forme della politica contemporanea4.
È evidente che quanto più un partito riesce a fornire le risposte a chi chiede di entrare a far parte di una comunità (non solo politica), tanto più la capacità di attrazione aumenta. Non si spiegherebbe altrimenti lo sviluppo dei partiti di massa che moltiplicano le adesioni, gli iscritti, gli apparati, le strutture. Non si tratta semplicemente dell’esito del ripristino della democrazia, ma di una svolta che attribuisce ai partiti vocazioni finora sconosciute in queste proporzioni.
Tale tragitto incontra difficoltà e ostacoli, per la necessità di fare i conti da una parte con l’eredità del fascismo, non così facilmente liquidabile con un colpo di spugna, dall’altra con i dogmi ideologici delle dottrine politiche di riferimento, soprattutto nel caso del comunismo, che impongono rigidità di pensiero e azione.
Pur in un percorso così complesso, i partiti riescono a ritagliarsi un ruolo essenziale, dotandosi di tutti i requisiti richiesti a una diffusione capillare su tutto il territorio, attraverso la creazione di sedi e circoli, l’organizzazione di momenti di incontro e aggregazione, la pubblicazione di guide, giornali e libretti per orientare il proprio elettore.
Formare ed educare il militante significa affrontare temi e argomenti che non interessano squisitamente la politica, ma una gamma molto vasta e varia di questioni che finiscono per riguardare interamente la vita quotidiana, fino alla formulazione di regole che compongono veri codici di comportamento. Dalla capacità di saper trovare le ragioni più convincenti per il coinvolgimento degli individui dipende il radicamento nel territorio e, di conseguenza, anche il consenso elettorale.
A tale scopo, diventa sempre più urgente l’esigenza di creare un apparato che dal centro si irradi alle periferie, capace di svolgere più funzioni: irrobustire il bagaglio teorico; stabilire un rapporto diretto e immediato con i simpatizzanti e i militanti; assegnare dei responsabili per ogni area tematica; affrontare temi politici che riguardino da vicino la quotidianità.
Il partito deve formare, oltre che la mentalità con una visione del mondo ben identificata, anche il linguaggio, il carattere, la condotta. A questa funzione si adoperano fin da subito la Democrazia cristiana5 e il Partito comunista6 che, pur nel dualismo politico, si muovono in un’azione metodica di «penetrazione» nel tessuto della nuova Italia democratica: «contrapposti e nemici sul piano ideologico quanto complementari e reciprocamente condizionanti nel garantire un equilibrio al sistema politico»7.
Se medesimo è l’obiettivo, diverso è il metodo utilizzato. La Democrazia cristiana si affida alle organizzazioni di riferimento – soprattutto Azione cattolica – e alle parrocchie per realizzare il disegno di egemonia che parte proprio dai temi dell’educazione, della formazione e della partecipazione. Il Partito comunista, invece, si trasforma in un interlocutore unico, costruendo una potente macchina organizzativa e dirigistica, pronta a definire l’identità dell’uomo rosso. In questo doppio fronte, che spesso trova punti di contatto nel perseguire la stessa finalità, rientra a pieno titolo anche il profilo del militante, istruito non solo alla buona politica ma anche alla buona condotta.
Proprio per capire come storie individuali quali quella che ha coinvolto Pasolini non siano episodi isolati o anomali, ma il risultato di un clima storico preciso, va tenuto presente questo processo di consolidamento dei partiti votati alla ricerca di un modello politico ed etico al quale tutti dovevano ispirarsi. L’educazione politica, ma anche sentimentale nell’accezione gramsciana8, si rivela lo strumento principe per trovare un ponte fra ideologia e mentalità, attraverso un passaggio centrale come quello della vigilanza e del controllo. Nel binomio «educare e vigilare» si ritrova uno schema che è frutto di una razionalità politica che si pone come chiave di lettura della società di massa. Dentro tale perimetro si innesta e si spiega il caso Pasolini.
2. Cattolici e comunisti: morali apparentemente contrapposte
Nell’Italia del dopoguerra, la caduta del fascismo porta all’affermazione e allo sviluppo di due principali culture, quella cattolica e quella comunista, pronte a contendersi il primato politico, sociale e morale del paese. Si tratta di due visioni del mondo basate su ideologie, dottrine, riti, linguaggi in grado di scrivere codici comunicativi adatti alla formulazione di due morali e di due pedagogie collettive distinte, facilmente identificabili. Ma non è sufficiente parlare di «doppia morale» per sviscerare una questione che richiede un ragionamento più articolato, che non si esaurisce solamente nella concorrenza fra il campo teorico e quello pratico.
Finita la guerra, che li aveva visti spesso insieme a combattere il nemico fascista, cattolici e comunisti riprendono l’attività autonoma, cercando di richiamare a sé anche quanti erano estranei alla vita politica. Per questo...
Indice dei contenuti
- Introduzione
- 1 .La ricostruzione morale nel dopoguerra
- 2 .La vicenda di Pasolini come paradigma dell’Italia benpensante
- Ringraziamenti
Domande frequenti
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