
- 160 pagine
- Italian
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Introduzione al Novecento giuridico
Informazioni su questo libro
«Fino a che punto diritto e giuristi sono impressionati da quel tempo di transizione rappresentato dal Novecento giuridico? Da dove si origina e verso dove marcia questa instabilità, che appare così corrosiva della tranquilla sicurezza del giurista italiano? E quali conseguenze discendono per la dimensione giuridica dal movimento/mutamento che certamente non da ieri stiamo vivendo? E come si viene a configurare il ruolo del giurista nel lungo transito fuori dalla modernità?Domande, tutte, assillanti per chi abbia orecchi aperti, e tutte fondate, addirittura inevitabili.»
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Informazioni
Argomento
DirittoCategoria
Storia giuridicaL’identità del giurista, oggi
1. Chi siamo? Dove andiamo? Sono domande con cui credetti di esordire quando – il 20 gennaio di quest’anno – presso la Pontificia Università Lateranense in Roma fui chiamato a tenere una lectio magistralis sopra un tema – «Il ruolo del giurista nella civiltà contemporanea» – non molto lontano da quello che oggi ci impegna[211]. E sia chiaro: erano domande che un giurista poneva a se stesso e a un pubblico formato esclusivamente di giuristi. E sia chiaro: erano domande originate dalla precisa convinzione che riguardavano in modo immediato e diretto soprattutto noi giuristi.
La pronta riprova la si poteva (e la si può) avere dalla frequenza con cui sulla nostra bocca è affiorata la parola ‘crisi’, specificata e intensificata quale ‘crisi del diritto’. Cerchiamo di schivare le secche degli equivoci, nella certezza che si è parlato troppo spesso di crisi cedendo ad atteggiamenti umorali e ad immotivate improvvisazioni, con il risultato di conclusioni negative, pessimistiche, frustranti[212]. Qui può servire l’osservatorio disincantato e felicemente spregiudicato dello storico del diritto, avvezzo alla relatività del divenire, diffidente della quiete connessa a pesanti immobilismi.
Ai suoi occhi, infatti, crisi significa movimento e mutamento, significa proiezione verso il futuro anche se non sono evitabili incrinature, fratture e addirittura crolli di vecchi edificii ritenuti inattaccabili dalla usura del tempo. Lui è, tra i giuristi, forse il solo capace di sfuggire la sensazione di sgomento connaturale a chi ha assolutizzato quegli edificii e non ha còlto nel loro crollare o incrinarsi i semi di un futuro. Agli occhi dello storico del diritto la crisi attuale, che investe vecchie (e ben spesso decrepite) costruzioni giuridiche, non significa solo l’impegno e la fatica per colmare i vuoti via via creàtisi, ma – ancor più – l’affrancamento da ipoteche stringenti, da un presente/vigente diventato inerte. Paradossalmente ma veridicamente lo storico si trasforma nel giurista maggiormente presago di futuro.
E quando taluni cultori di un diritto positivo sparlano inconsapevolmente di ‘crisi del diritto’, egli ribatte che il diritto, dimensione òntica di una civiltà, non è né può essere in crisi, ove, a questo termine si dia unicamente e pessimisticamente un significato negativo; sarà, piuttosto, in trasformazione, magari rapida, magari rapidissima e tumultuosa erodendo e lesionando – questo sì – le forme entro le quali il passato e il presente avevano costretto il diritto a manifestarsi. E, infatti, è proprio in crisi l’assetto delle fonti nella sua sistemazione moderna[213].
2. Viviamo – e questo è verissimo – in un tempo di transizione. Il secolo lungo, che sta alle nostre spalle ma che prosegue tuttora, il Novecento, ci sta traghettando dal terreno ben definito e sicuro della modernità giuridica verso un’altra sponda che non abbiamo ancora raggiunto; come dicevo più immaginosamente nella lezione lateranense all’inizio citata, «noi siamo oggi a mezzo di un grande guado storico, abbastanza lontani da una riva asciutta e solida di approdo»[214].
Stiamo ancora vivendo la transizione fra moderno e pos-moderno, e, se quest’ultima destinazione ci può sconfortare per la sua indubbia nebulosità, essa vale a segnare storicamente un distacco sempre più netto: ci allontaniamo dal mondo giuridico di ieri, dai cementi costruttivi con cui i nostri padri edificarono il diritto moderno e, ancor di più, dalla mentalità che li sorresse e li orientò nella edificazione. Eclissi di valori, vanamente riaffermati ma erosi nella loro storicità; affioramento di altri, diversi se non opposti.
Il giurista avverte il disagio di un terreno instabile sotto i suoi piedi. Quando, a fine secolo, nel 1996, un civilista italiano attentissimo al divenire giuridico, Luigi Mengoni, raccolse certi suoi pregevoli saggi nei quali contrapponeva il nuovo sapere problematizzante alle vecchie durezze dogmatiche, non poté fare a meno di notare in una lucidissima prefazione che «il Novecento è un secolo in cui tutto è stato rimesso in discussione»[215], a cominciare da quel sacrario intoccabile che era il recinto proibito delle fonti. E si capisce perché il giurista abbia cominciato a interrogarsi sul suo ruolo nella progrediente civiltà giuridica pos-moderna e che qualche giovane civilista, contemplando a ritroso l’età del Codice ormai sempre più remota, si sia sentito investito da una crisi di identità[216].
Il giurista ha assaporato la sgradevole ma educativa riscoperta del dubbio, dell’incertezza, della inquietudine; una inquietudine che i culturalmente più provveduti hanno inteso come insoddisfazione e, quindi, nella sua valenza positiva di impegno a proiettarsi nel futuro e a costruire il futuro. Parlare oggi della identità del giurista non è, infatti, né sterile né artificioso; al contrario, in un faticoso cammino alla ricerca di se stesso, è – a mio avviso – per il giurista un fattivo contributo a riscoprire una identità più vera di quella che – ieri – la modernità giuridica gli aveva attribuito falsando e soffocando le sue potenzialità nel seno della società civile.
3. Il mondo di ieri si identifica per il giurista in un’epoca di rigidissimo legalismo, dando immediatamente a questo termine un ben preciso contenuto e sottraèndolo così a ogni possibile ambiguità: legalismo come vincolazione necessaria fra potere politico e diritto, il potere politico come monopolizzatore della produzione giuridica, la immedesimazione del diritto nella legge intesa restrittivamente quale espressione della volontà di quel potere.
A una siffatta serrata delle fonti, che si consolida pienamente nel momento giacobino della rivoluzione francese[217], consegue una caratterizzazione che tipicizza il diritto della matura modernità e lo diversifica profondamente (anzi: lo oppone) alla edificazione giuridica dei medievali e alla faticosa edificazione della attuale pos-modernità: il diritto reca in sé una essenziale e quindi ineliminabile dimensione potestativa incarnandosi sempre e comunque in dei comandi; proprio perché chiamato a esprimere il potere supremo e perché recante consequenzialmente in sé la vocazione ad essere totalmente ubbidito, il diritto non può non concretarsi in un testo scritto, il più possibile chiaro e certo, tale cioè da rendere ineludibile l’ubbidienza dei cittadini.
Si capisce bene perché tra i primi programmi della Rivoluzione sia la codificazione del diritto disciplinante i rapporti privati fra privati che l’assolutismo politico dell’antico regime aveva pericolosamente[218] lasciato all’autonomia privata, e si capisce perché Napoleone, che non è il vedovo della Rivoluzione ma che ne raccoglie volentieri il deciso assolutismo giuridico, si profonde in una imponente opera codificatoria principiando dal Code Civil.
In questa civiltà giuridica di ieri, così marcatamente contrassegnata, il giurista, colui che sa di diritto e che è capace di leggere e ordinare il mondo con le categorie, i concetti, gli schemi tecnici di una tradizione bimillenaria, ha necessariamente una esistenza umbratile, appartata...
Indice dei contenuti
- — epigrafe e dedica
- Premessa
- Novecento giuridico: un secolo pos-moderno
- «Lo Stato moderno e la sua crisi» (a cento anni dalla prolusione pisana di Santi Romano)
- Crisi del diritto, oggi?
- Universalismo e particolarismo nel diritto
- Ordine/compattezza/complessità. La funzione inventiva del giurista, ieri ed oggi
- L’identità del giurista, oggi