1. Ritardo e crollo: l’ultimo miliardo
Il Terzo Mondo si è ristretto. Per quarant’anni la sfida dello sviluppo ha messo un mondo ricco, abitato da un miliardo di persone, di fronte a un mondo povero, con cinque miliardi di persone. Gli «obiettivi di sviluppo del millennio», fissati dalle Nazioni Unite con l’intento di seguire l’andamento dello sviluppo fino al 2015, sono l’espressione di questa visione. Tuttavia nel 2015 dovremo prendere atto del fatto che una simile concezione è superata. La maggior parte di quei cinque miliardi di persone, circa l’80%, vive in paesi che in realtà si stanno sviluppando, spesso ad un ritmo incredibilmente sostenuto. La vera sfida dello sviluppo è costituita dalla presenza, in fondo alla fila, di un gruppo di paesi rimasti indietro e che, in molti casi, stanno crollando.
I paesi che fanno da fanalino di coda convivono con il XXI secolo ma la loro realtà assomiglia a quella del XIV: guerre civili, epidemie, ignoranza. Sono concentrati soprattutto in Africa e in Asia centrale, ma ce ne sono anche altri sparsi qua e là. Persino durante gli anni Novanta del secolo scorso – considerati, col senno di poi, come il decennio d’oro tra la fine della guerra fredda e l’11 settembre – il reddito dei paesi appartenenti a questo gruppo è calato del 5%. Dobbiamo imparare a invertire le cifre a cui siamo abituati: ci sono in tutto cinque miliardi di persone che vivono già adesso in condizioni agiate, o che perlomeno hanno imboccato la strada giusta, e un miliardo di persone che invece rimangono inchiodate in fondo alla fila.
Si tratta di un problema serio, che non riguarda soltanto quel miliardo di persone che vivono e muoiono in condizioni da XIV secolo. Riguarda anche noi. Il mondo del XXI secolo, con il suo benessere materiale, i viaggi globali e l’interdipendenza economica, è destinato a diventare sempre più vulnerabile nei confronti di queste vaste isole dominate dal caos. E ci riguarda adesso. A mano a mano che aumenta la distanza tra l’ultimo miliardo e un’economia mondiale sempre più sofisticata, l’integrazione non diventerà più facile, ma più difficile.
Eppure, tanto il business dello sviluppo quanto il brusio che lo circonda negano l’esistenza di questo problema. Il business dello sviluppo è gestito dalle agenzie per gli aiuti e dalle imprese che si aggiudicano i contratti per la realizzazione dei progetti, le quali si opporranno a questa tesi con la tenacia tipica delle burocrazie che si sentono minacciate, dato che la situazione attuale è di loro gradimento. Un concetto di sviluppo che abbraccia cinque miliardi di persone consente loro di essere presenti ovunque o, a essere più onesti, ovunque tranne che a fianco dell’ultimo miliardo. Nelle retrovie, le condizioni sono piuttosto dure. Tutte le agenzie di sviluppo hanno difficoltà a inviare il proprio personale in Ciad o nel Laos; le sedi più ambite sono quelle di paesi come il Brasile o la Cina. La Banca Mondiale possiede grandi uffici in tutti i principali paesi a medio reddito ma non ha un singolo dipendente nella Repubblica Centrafricana. Non aspettatevi quindi che il business dello sviluppo riveda spontaneamente i propri orientamenti.
Il brusio che circonda lo sviluppo è prodotto da rockstar, personaggi famosi e ong. Bisogna ammettere che hanno il merito di richiamare l’attenzione sulla piaga dell’ultimo miliardo. È grazie alle loro voci che l’Africa figura nell’agenda del G8. Però esse devono inevitabilmente trasmettere messaggi semplici, animati dal bisogno di slogan, di immagini, e dalla rabbia. Purtroppo, sebbene la situazione drammatica di questi paesi si presti a facili moralismi, non si può dire altrettanto delle risposte. Si tratta di un problema che deve essere affrontato contemporaneamente da politiche di intervento diverse, alcune delle quali contrarie al senso comune. Non chiedete a questi paladini di formulare un’agenda di questo tipo: a volte sono un po’ troppo emotivi e non usano la testa.
Che dire dei governi dei paesi più arretrati? Le condizioni generali in cui versano quei paesi sono all’origine degli estremismi. In alcuni casi, i loro leader sono psicopatici impadronitisi del potere con le armi; in altri, si tratta di truffatori che lo hanno comprato e in altri ancora di individui coraggiosi che cercano, contro tutte le avversità, di costruire un futuro migliore. Persino le moderne forme di governo adottate da alcuni di quegli Stati sono una facciata, come se i loro leader recitassero un copione. Essi siedono ai tavoli dei negoziati internazionali, come la World Trade Organization (wto), l’Organizzazione mondiale del commercio, ma non hanno nulla da negoziare. Continuano a occupare il loro seggio persino quando le loro società si dissolvono: il governo della Somalia ha continuato per anni ad essere «rappresentato» a livello ufficiale sulla scena internazionale anche se non era più in carica nel paese. Dunque, non aspettatevi che i governi dei paesi più arretrati si uniscano per mettere a punto un’agenda pratica: sono divisi tra banditi ed eroi, e alcuni di questi eroi non contano praticamente nulla. Se vogliamo che il mondo del futuro sia vivibile, è necessario che gli eroi vincano la loro battaglia. Ma i banditi possiedono le armi e il denaro e finora, di solito, hanno avuto la meglio. E continuerà ad andare così se non cambieremo radicalmente il nostro approccio.
Tutte le società erano povere in passato. La maggior parte di esse sta riuscendo a sconfiggere la povertà; perché altre non ce la fanno? La risposta sta nelle trappole. La povertà non è una trappola di per sé, altrimenti saremmo ancora tutti poveri. Cercate di immaginare per un istante lo sviluppo come una serie di scivoli e di scale. Nel mondo moderno globalizzato esistono delle scale favolose; la maggior parte delle società le sta utilizzando. Ma ci sono anche alcuni scivoli, e alcune società si sono imbattute proprio in quelli. I paesi che stanno in fondo alla fila rappresentano una minoranza sfortunata, ma sono bloccati.
Le trappole e i paesi che ci sono caduti
Supponiamo che il vostro paese sia maledettamente povero, con un’economia pressoché stagnante e poche persone istruite. Non dovete sforzarvi molto per immaginare una situazione di questo tipo: è quella in cui vivevano i nostri antenati. Il duro lavoro, le scelte oculate e l’intelligenza permettono a una società di tirarsene fuori un po’ alla volta, a condizione di non finire in una trappola. Le trappole dello sviluppo sono diventate un argomento alla moda nei dibattiti accademici, generando una contrapposizione alquanto prevedibile tra destra e sinistra. La destra tende a negarne l’esistenza, sostenendo che qualsiasi paese può sconfiggere la povertà attraverso l’adozione di opportune politiche di intervento. La sinistra tende a ritenere che il capitalismo globale racchiuda in sé il germe di una trappola del genere.
Il concetto di «trappola dello sviluppo» è noto da molto tempo e di recente è stato associato al lavoro dell’economista Jeffrey Sachs, il quale si è dedicato a studiare le conseguenze della malaria e di altri problemi sanitari. La malaria condanna i paesi alla povertà e, a causa della povertà, il potenziale mercato per un vaccino non è tanto allettante da spingere le società farmaceutiche a realizzare gli ingenti investimenti necessari nel campo della ricerca. Questo libro parla di quattro trappole a cui non è stata prestata molta attenzione: la trappola del conflitto, quella delle risorse naturali, quella della mancanza di accessi diretti al mare, unita alla presenza di vicini poco raccomandabili, e infine la trappola della cattiva governance in un paese piccolo. Come molti paesi in via di sviluppo che stanno ottenendo buoni risultati, tutti quelli presi in esame in questo libro sono poveri. La loro caratteristica comune è di essere caduti in una o nell’altra di queste trappole. Tuttavia non è impossibile evitarle e, col tempo, alcuni paesi sono riusciti a liberarsene e hanno iniziato a recuperare il ritardo. Purtroppo, ultimamente questo processo di recupero ha subito una battuta d’arresto. I paesi che sono sfuggiti alle trappole soltanto nell’ultimo decennio si sono trovati di fronte a un nuovo problema: il mercato globale di oggi è molto più ostile nei confronti dei nuovi arrivati di quanto non fosse negli anni Ottanta del Novecento. Può darsi che tali paesi abbiano perso il treno e oggi siano finiti in una specie di limbo in cui la crescita è vincolata a fattori esterni; sarà questo l’argomento della mia discussione sulla globalizzazione. Quando le isole Mauritius si sono liberate dalle trappole, negli anni Ottanta del secolo scorso, sono balzate a un livello di reddito medio; quando, due decenni dopo, anche il vicino Madagascar è riuscito a fare altrettanto, non c’è stato nessun balzo.
La maggior parte dei paesi è riuscita a evitare le trappole che costituiscono l’argomento di questo libro. Ma ci sono caduti alcuni paesi che nell’insieme raggiungono una popolazione di circa un miliardo di persone. Questa affermazione si basa su alcune definizioni. Ad esempio, una delle trappole riguarda l’assenza di sbocchi sul mare – benché questa non sia una trappola di per sé. Ma quando si può dire che un paese è privo di accessi al mare? Si potrebbe pensare che per rispondere a questa domanda sia sufficiente consultare un atlante. Che dire allora dello Zaire che, dopo il disastroso regno del presidente Mobutu, ha comprensibilmente cambiato il suo nome in Repubblica Democratica del Congo? Quel paese è potenzialmente privo di sbocchi ma possiede una minuscola striscia di costa. E il Sudan è dotato di coste, ma la maggior parte della sua popolazione vive molto lontano da esse.
Per definire le trappole ho dovuto tracciare delle linee in un certo senso arbitrarie, e ciò crea delle zone grigie. La maggior parte dei paesi in via di sviluppo è chiaramente avviata sulla strada del successo, mentre altri si stanno altrettanto chiaramente avviando verso ciò che potremmo chiamare un buco nero. Su alcuni, tuttavia, è davvero difficile pronunciarsi. Forse Papua Nuova Guinea ha imboccato la strada del successo; me lo auguro ed è così che l’ho classificata. Ma alcuni esperti che conoscono bene quel paese scuoterebbero il capo in segno di incredulità davanti alla mia affermazione. È inevitabile che i giudizi espressi in questo libro suscitino delle critiche. Ma le critiche non potranno screditare la tesi di base: ovvero il fatto che esiste un buco nero e che molti paesi ci stanno incontestabilmente finendo dentro, invece di puntare al successo. Troverete tutti i miei giudizi esposti con cura all’interno di queste pagine. Per il momento, vi basti sapere che le linee che ho tracciato sono più che plausibili.
In base al modo in cui ho tracciato quelle linee risulta che nel 2006 circa 980 milioni di persone vivono nei paesi in trappola. Poiché si tratta di popolazioni in crescita, nel momento in cui leggerete il mio libro questa cifra avrà sfiorato il miliardo. Il 70% di queste persone vive in Africa, e la maggior parte degli africani vive in paesi che sono caduti in una delle quattro trappole che ho indicato. Pertanto, l’Africa è il cuore del problema. Il resto del mondo lo ha notato. Pensate a come sono cambiate le commissioni internazionali per lo sviluppo. La prima fu istituita nel 1970, sotto la guida di un ex capo del governo canadese; la Commissione Pearson ha inquadrato i problemi dello sviluppo in un’ottica globale. Ad essa è succeduta, nel 1980, una commissione guidata da un ex cancelliere tedesco; la Commissione Brandt ha adottato la stessa prospettiva globale. Nel 2005, quando il britannico Tony Blair ha deciso di istituire una Commissione per lo sviluppo, l’ottica si è ristretta all’Africa: si trattava di una Commissione per l’Africa, non per lo sviluppo. Nel 2006 il presidente tedesco Horst Köhler ha deciso di organizzare anch’egli un evento a favore dello sviluppo. Non potendo limitarsi a seguire le orme di Tony Blair (cioè istituire un’altra Commissione per l’Africa a distanza di un anno soltanto), ha deciso di organizzare un forum, ma pur sempre un forum per l’Africa. In realtà, l’Africa e il Terzo Mondo non sono sinonimi. Il Sudafrica, ad esempio, non rientra nel novero dei paesi più arretrati: è evidente che non versa nelle stesse disperate condizioni del Ciad. Al contrario, la situazione di gran parte dei paesi dell’Asia centrale che non hanno uno sbocco sul mare somiglia in modo preoccupante a quella del Ciad. Quindi i paesi dell’ultimo miliardo non formano un gruppo facilmente etichettabile dal punto di vista geografico. Quando voglio adoperare un’etichetta geografica, parlo di «Africa +», con il + che indica luoghi come Haiti, Bolivia, i paesi dell’Asia centrale, Laos, Cambogia, Yemen, Birmania o Corea del Nord. Si tratta di paesi ancora imprigionati in una delle quattro trappole, oppure che ne sono usciti troppo tardi.
Ho individuato cinquantotto paesi che rientrano in questo gruppo, tutti accomunati da una caratteristica: sono piccoli. Nell’insieme, la loro popolazione è inferiore a quella dell’India o della Cina. Poiché anche il loro reddito pro capite è molto basso, il reddito del paese tipico è trascurabile, essendo inferiore a quello della maggior parte delle città del mondo ricco. Siccome nessun paese anela a far parte di questa cerchia, e siccome quando si stigmatizza un paese si rischia di fare delle profezie che poi possono avverarsi, non stilerò alcun elenco. Fornirò piuttosto un gran numero di esempi per ciascuna delle quattro trappole.
Dunque, come vanno le cose per chi vive in quei paesi? Esaminiamo innanzitutto il modo in cui vive, o meglio, muore quel miliardo di persone. L’aspettativa media di vita è di cinquant’anni, mentre negli altri paesi in via di sviluppo arriva a sessantasette anni. Il tasso di mortalità infantile – la percentuale di bambini che muoiono entro il quinto anno di vita – è pari al 14%, mentre negli altri paesi in via di sviluppo è del 4%. Il 36% dei bambini presenta i sintomi della malnutrizione cronica, contro il 20% negli altri paesi in via di sviluppo.
Il ruolo della crescita nello sviluppo
Il divario tra questo «ultimo miliardo» e il resto del mondo in via di sviluppo è sempre esistito oppure è una conseguenza delle quattro trappole indicate? Per scoprirlo, dobbiamo disaggregare le statistiche che si adoperavano in passato per descrivere tutti i paesi cosiddetti «in via di sviluppo». Ecco un esempio ipotetico. Prosperia è una grande economia, che cresce a un tasso del 10%, ma il paese ha una popolazione assai ridotta. Catastrofia è una piccola economia, che decresce al tasso del 10% ma ha una popolazione molto numerosa. L’approccio classico – quello adottato ad esempio dal Fondo monetario internazionale nel suo documento di riferimento, il World Economic Outlook – consiste nel fare la media dei dati che si riferiscono alle dimensioni dell’economia di un paese. In base a tale approccio, la grande economia in crescita di Prosperia fa deviare la media verso l’alto con la conseguenza che i due paesi, presi nel complesso, risultano in crescita. Il fatto è che questo sistema descrive la situazione con riferimento al reddito medio unitario, non all’individuo medio. La maggior parte dei redditi si trova a Prosperia, ma la maggior parte degli individui si trova a Catastrofia. Se vogliamo spiegare come vive l’individuo medio nei paesi dell’ultimo miliardo dobbiamo lavorare su dati basati non sul reddito di un paese ma sulla sua popolazione. È importante? Direi di sì, se riteniamo che i paesi più poveri si stiano allontanando dagli altri, come sostiene questo libro: facendo la media in base al reddito, infatti, si tagliano fuori i paesi più poveri come irrilevanti. Ciò che accade ai loro abitanti non conta granché, proprio perché sono poveri: il loro reddito è trascurabile.
Quando facciamo una media appropriata dei dati, cosa scopriamo? I paesi in via di sviluppo che non fanno parte dell’ultimo miliardo – cioè i quattro miliardi che stanno nel mezzo – hanno registrato una crescita rapida e in costante accelerazione del reddito pro capite. Esaminiamo un decennio alla volta. Durante gli anni Settanta del secolo scorso sono cresciuti del 2,5% l’anno, dato promettente ma non eccezionale. Durante gli anni Ottanta e Novanta il loro tasso di crescita è salito al 4% annuo. Nei primi anni del XXI secolo la crescita ha subito un’ulteriore accelerazione, attestandosi sul 4,5%. Questi tassi di crescita possono non apparire sensazionali ma non hanno precedenti nella storia e indicano che i bambini di quei paesi vivranno in modo completamente diverso dai loro genitori. Persino laddove la popolazione è ancora povera, le società sono autorizzate a sperare: il tempo è dalla loro parte.
Cosa dire, invece, del miliardo che resta indietro? Esaminiamo anche in questo caso un decennio alla volta. Durante gli anni Settanta il reddito pro capite di queste persone è cresciuto dello 0,5% l’anno, quindi con un leggero miglioramento in termini assoluti ma a un ritmo appena percettibile. Data l’elevata volatilità del reddito individuale che caratterizza quelle società, è probabile che la lieve tendenza generale al miglioramento sia stata annullata proprio dall’alto grado di rischio individuale. L’andamento generale della società sarà stato influenzato dai timori individuali di un crollo piuttosto che dalla speranza di un miglioramento esteso a tutta la società. Ma negli anni Ottanta le cose sono andate molto peggio, con un calo dello 0,4% l’anno. In termini assoluti, alla fine degli anni Ottanta quei paesi sono tornati alla situazione del 1970. Se foste vissuti in quelle società durante l’intero ventennio, sapreste che l’unica esperienza economica è stata quella della volatilità individuale: alcune persone sono andate su, altre sono andate giù. È mancata una ragione di speranza collettiva. Poi sono arrivati gli anni Novanta. Oggi quel periodo è considerato il decennio d’oro tra la fine della guerra fredda e l’11 settembre, il decennio del cielo senza nubi e del boom dei mercati. Non è stato tanto d’oro per quell’ultimo miliardo di individui: il loro tasso di declino assoluto è sceso allo 0,5% l’anno. Alla fine del millennio erano quindi più poveri di quanto non fossero nel 1970.
Questi risultati deprimenti sono soltanto un prodotto dei dati? Io ritengo, al contrario, che probabilmente le difficoltà oggettive nel raccogliere i dati economici nei paesi più poveri abbiano nell’insieme indotto a sottovalutare il loro declino. Infatti i dati relativi ai paesi che sono davvero crollati non sono utilizzabili. Ad esempio, il declino previsto per i paesi più arretrati negli anni Novanta non tiene conto di ciò che sarebbe potuto accadere in Somalia e in Afghanistan. Ma escludere quei paesi equivale a dare per scontato che i loro risultati coincidano esattamente con la media del gruppo, e sarei a dir poco sorpreso se ciò fosse vero; tenderei a pensare che siano stati di gran lunga peggiori. Nei primi quattro anni del decennio attuale la crescita dei paesi più arretrati è salita all’1,7% circa, sempre molto inferiore a quella del resto del mondo in via di sviluppo, ma decisamente migliore in termini assoluti. Purtroppo, il miglioramento attuale è probabilmente imputabile agli effetti a breve termine dell’individuazione di nuove risorse e alle alte quotazioni mondiali delle risorse naturali, di cui i paesi più arretrati sono esportatori. Ad esempio, l’economia che è cresciuta maggiormente tra tutti i paesi più arretrati è quella della Guinea Equatoriale, un piccolo paese che vive di colpi di Stato e corruzione, al largo delle cui coste sono stati scoperti da poco alcuni giacimenti petroliferi, che oramai ne determinano il reddito. Per riassumere – quand’anche volessimo ritenere promettenti questi ultimi dati, il che a mio parere sarebbe fuorviante –, resta il fatto che financo nella fase di massima espansione la crescita dei paesi più arretrati rimane molto più lenta persino rispetto alla fase di crescita meno brillante nel resto del mondo in via di sviluppo, una situazione che li riporta indietro agli anni Settanta.
Pensate agli effetti di queste due tipologie di tassi di crescita. Durante gli anni Settanta tra la crescita dei paesi più arretrati e quella degli altri paesi in via di sviluppo si registrava uno scarto di due punti percentuali l’anno. Quindi, anche all...