Attraverso un lucido e originale confronto con l'eredità freudiana e con i risultati più maturi della psichiatria novecentesca, Remo Bodei analizza i meccanismi del delirio come compromesso tra una verità intollerabile e un mondo - interno o esterno – invivibile. Mette in luce i meccanismi che creano una forma alternativa o surrogata della verità, nei quali vi è una sovrabbondanza di interpretazione e una ristrutturazione dei contenuti secondo nuove regole.

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Sconfinamenti della verità
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Philosophical EssaysSconfinamenti della verità
Il mondo nuovo
Cosa accade a chi non riesce a tradurre la sofferenza incapsulata nel passato (risvegliata e raddoppiata dai traumi del presente) in accettazione del suo stato o in fattiva volontà di cambiarlo? Servendomi del linguaggio e di alcune idee di Freud per iniziare a costruire un secondo modello di delirio, parto dal doppio movimento della rimozione: da un lato, essa opera per sottrarre consapevolezza ai contenuti sgraditi; dall’altro, preme sulla coscienza per spingere i suoi materiali a manifestarsi. Essa non lascia dunque dietro di sé un semplice vuoto, ma un luogo in cui si insediano e prosperano nuove formazioni di compromesso, generalmente infelici. E poiché «quando si forma un compromesso vi è stata anteriormente una lotta» (GRA, 300), la tenuta e durata del conflitto dipendono dal variare dei rapporti di forza tra i contendenti. I sintomi – risultante visibile del parallelogramma di forze formato da vettori divergenti – rappresentano il punto di equilibrio, di volta in volta raggiunto, tra l’energia ascensionale del rimosso e quella mobilitata per comprimerlo.
Avanzo l’ipotesi (da integrarsi successivamente con le altre) che le psicosi sorgano quando il dis-piacere procurato dai contenuti rimossi provoca tensioni psichiche talmente insopportabili da non potersi più manifestare sotto forma di sintomi locali di compromesso, quando cioè la loro traduzione nel linguaggio del presente fallisce su tutta la linea. Il delirio è allora il risultato di una frattura difficilmente colmabile fra diversi stadi dell’esistenza, di un terremoto che sconvolge gli strati della personalità faticosamente sovrapposti. Un trauma, uno stress o un life event (ossia una vicenda non eccezionale, talvolta persino gioiosa, ma che coinvolge intimamente l’esistenza dell’individuo: matrimonio o divorzio, nascita o morte di familiari, cambiamento di professione o di residenza, improvvisi guadagni o perdite finanziarie) riaprono ferite non completamente cicatrizzate, riattivano desideri insoddisfatti, ridestano antiche paure, sensi di colpa o incomprensioni, mettendo allo scoperto e allargando le crepe latenti e aggravando i vecchi deficit di delimitazione logico-affettiva di mondo interno e mondo esterno.
Diminuisce allora la fiducia nella realtà data e cresce, con frequenza, l’odio e il furore distruttivo nei confronti di quanto possa evocarla (cfr. Bion, 65). Nel delirante il vecchio mondo non solo vacilla, ma viene messo al bando per essere sostituito da un altro. La sua perdita è però controbilanciata e risarcita dalla «creazione di una realtà nuova e diversa», che non presenta «gli stessi impedimenti» alla soddisfazione dei desideri (RVNP, 41). Tale privazione di realtà non è parziale: è l’intero universo in precedenza percepito, immaginato, pensato, avvolto in passioni e desideri, che si vede all’improvviso sprofondare e che deve perciò essere ricostruito al più presto. I contenuti del delirio appaiono così, a prima vista, quale stoppa o stracci ansiosamente raccolti – come e dove capita – per turare le falle prodottesi nel rapporto tra io e mondo (un’operazione, questa, per inciso, che Heine attribuiva ai filosofi). La paura di veder colare a picco la propria vita aumenta nell’accorgersi che gli squarci si concentrano nei punti in cui più fragile e sottile è la parete divisoria tra il soggetto e l’oggetto.
Lo scarso contatto con il mondo altrui non è tuttavia sufficiente a spiegare il delirio. Si può sfuggire il mondo, voltargli le spalle, rifiutarsi di condividerlo con i propri simili, comportarsi come eremiti, senza per questo precipitare nella follia. Il delirante non desidera infatti abbandonare semplicemente una realtà ostile, negando con pervicacia quanto contraddice il suo delirio. Per mettersi al riparo della sofferenza – in vista di una catastrofe in atto o presagita come imminente – riedifica il mondo in cui finora ha vissuto servendosi dei materiali a disposizione. Salpa verso quel che è apparso a molti come un naufragio della mente, ma che rappresenta piuttosto «un mondo diverso in cui le caratteristiche più intollerabili siano eliminate e sostituite da altre consone ai propri desideri. Chi, in una rivolta disperata imbocca tale cammino verso la felicità non ottiene di regola nulla; la realtà è troppo vigorosa per lui. Diventa un pazzo, che non riesce a realizzare il suo folle desiderio e non trova perlopiù nessuno disposto a dargli una mano» (UK, 572-573). Risulta condannato alla simbiosi con il suo nuovo mondo, da cui diventa talmente inseparabile che psiche e mondo formano in lui un’endiadi. Il delirante non è dunque «un’orchestra senza direttore», alla Kraepelin, ma un direttore che cerca di far funzionare la sua – per noi cacofonica – orchestra secondo nuovi, improvvisati programmi.
In altri termini, egli rompe il patto (non certo tacito, anzi assillantemente ripetuto e disseminato in innumerevoli versioni settoriali) che impegna tutti all’osservanza della realtà. Quest’ultima è freudianamente garantita dalla coscienza, che scaturisce dalle richieste del «principio di realtà», in quanto l’Io è soltanto una parte dell’Es modificatasi per la prossimità e l’influenza del mondo esterno. Un qualsiasi choc può interrompere il contatto con la realtà stessa e ripristinare il dominio del «principio di piacere», questa volta, però, in forma angosciosa. Analogamente alle nevrosi traumatiche di guerra – dove si rivive l’evento doloroso per poterlo “scontare a rate”, assorbendolo (cfr. PKN e, per alcuni sviluppi, Finzi) –, anche il delirio sembra andare non contro il principio di piacere, ma “al di là” di esso. Rivivere il trauma significa depotenziarlo, renderlo progressivamente accettabile, “spremendone” gradualmente tutti i significati e, se possibile, tutti i veleni.
Può darsi che in certi casi – come hanno riferito a Freud alcuni malati dopo la guarigione – «in un angolino dell’animo loro» si tenesse «gelosamente celata una persona normale che osservava come spettatore imparziale il trascorrere della malattia e il suo tumulto» (AB, 628). Può anche darsi che, in presenza di una lacerazione dell’animo, si siano formate «due impostazioni psichiche, anziché una sola, una, quella normale, che tiene conto della realtà, e l’altra, che, sotto l’influsso pulsionale, stacca l’Io dalla realtà. Sussistono ambedue, una accanto all’altra. L’esito dipende dalla loro forza relativa. Se l’una è diventata più forte della prima, la condizione della psicosi è data. Se il rapporto si capovolge, la malattia delirante in apparenza guarisce. In realtà essa è soltanto retrocessa nell’inconscio; infatti, come si può inferire da numerose osservazioni, il delirio era già bello e pronto da tempo, prima che esplodesse in forma manifesta» (AB, 629). Questa stessa tesi è ripresa da Bion, che crede, tuttavia, di modificare la prospettiva freudiana, quando afferma: «L’Io non si è mai ritirato dalla realtà in modo completo: direi semmai che il suo contatto con essa è mimetizzato dalla presenza, nella mente e nel contegno del soggetto, di una fantasia onnipotente tesa a distruggere la realtà, o la percezione di essa, al fine di raggiungere una situazione che è una via di mezzo tra lo stato di vita e quello di morte senza somigliare a nessuno dei due». Non ci sarebbe dunque, per lui, «un ritrarsi dalla realtà come fatto in sé», bensì «una fantasia di ritiro dalla realtà» (Bion, 78-79).
In tutti questi casi il concetto di “realtà” deve essere inteso in senso più prescrittivo che descrittivo. Rinvia, infatti, a un obbligo di fedeltà nei suoi confronti, quale garanzia di sopravvivenza della specie e del singolo, alla disciplina che è stata ed è necessaria per mantenere un mondo condiviso e per sintonizzare ogni soggetto umano con esso, limitando la banda di oscillazioni concettuali, percettive e affettive consentite.
La “realtà” rappresenta il fascio di linee prospettiche convergenti che inquadrano le costruzioni mentali, affettive e percettive sempre in corso nei cantieri delle differenti civiltà. Non costituisce affatto un punto di partenza naturale, un dato da cui la soggettività umana è espunta. Si potrebbe affermare che tutte le culture riproducono, con strategie e modalità diverse, lo sforzo per tenere gli individui ancorati a una realtà comune e per distribuire in diverse zone di compensazione consentita (miti, religioni, superstizioni, sogni, opere d’arte) quelle extra-vaganze, quei “deliri”, che permettono di accettare il mondo entro i limiti fissati. Le società, i linguaggi, le istituzioni creano un’ortodossia della realtà, rispetto alla quale il delirante è un eretico, che proclama sfacciatamente un’esigenza che tutti...
Indice dei contenuti
- Sconfinamenti della verità
- Bibliografia
- L’autore
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