Violenza
La crisi della nonviolenza
«Nessuno è morto nel ’68», si è detto e scritto spesso, in particolare a proposito del maggio francese1. Non come apprezzamento, ma per accreditare l’immagine della rivoluzione introvabile, della prova generale del nulla – come se ancora oggi il peso di un evento si dovesse misurare sulla quantità di sangue versato. Non è neppure la verità: durante o in seguito agli scontri con la polizia fra maggio e giugno sono morti in cinque, un ragazzo a Parigi, un commissario a Lione, due operai di Peugeot-Sochaux, un liceale a Flins2.
Certo, Parigi non è Città del Messico, dove la polizia massacra a colpi di mitragliatrice i partecipanti a una manifestazione autorizzata nella piazza delle Tre Culture. Non è la Cecoslovacchia, dove l’Urss schiaccia con i carri armati la resistenza popolare, che usa metodi nonviolenti e non li abbandona neppure davanti alla repressione.
Ai loro esordi, praticamente tutti i movimenti degli anni sessanta e settanta adottano pratiche pacifiche – sit-in, manifestazioni all’insegna del gioco e della provocazione verbale, happening, resistenza passiva. Sono programmaticamente nonviolente le lotte per i diritti civili degli afroamericani: Sncc, la sigla della organizzazione più grande e attiva, vuol dire Student Non-violent Coordinating Committee. Sono nonviolenti i beat, gli hippie, gli studenti americani nella fase iniziale delle lotte, e così l’agitazione antimilitarista e le azioni di renitenza al servizio militare, che cominciano con i roghi di cartoline precetto e le marce dimostrative. È nonviolento il femminismo. In Italia lo sono i capelloni, i giovani beat. E l’ala antiautoritaria del ’68. Nella ballata di Valle Giulia, che Paolo Pietrangeli dedica alla prima «battaglia» fra studenti e polizia, marzo 1968 a Roma, il verso «non siamo scappati più» fotografa a grandi linee una parte del movimento: non si sapeva resistere alle cariche, e neppure ci si pensava3, nei cortei abbondavano giacche e loden, mocassini e gonne a pieghe – e vestiti così non si sostiene neppure una scaramuccia. Da ora in poi, almeno in alcune città e nell’immaginario degli studenti, si comincia a mettere in conto un numero più o meno alto di fermi e arresti, di attacchi subiti e ricambiati. Ciò nonostante, si è ancora lontani dall’idea di attrezzarsi per l’uso della «forza», come si diceva allora, a conferma che non la si considera un dato costitutivo della politica e un terreno di organizzazione specialistica.
Ma nel frattempo una parte del movimento dei neri era arrivata allo scontro aperto, sull’onda delle rivolte che a partire dal ’64 scoppiano nei ghetti delle grandi città del nord, Los Angeles, Detroit, e che riprendono nel ’65 in reazione all’omicidio misterioso di Malcolm X, fondatore del movimento dei Musulmani neri. È nato il Black Panther Party, che ormai prefigura la rivoluzione americana nelle modalità delle lotte di liberazione del Terzo mondo e indica nei neri la loro avanguardia. Nel movimento studentesco, nelle campagne per la renitenza alla leva4 si fanno strada metodi violenti; a fine anni sessanta si costituiscono il gruppo armato dei Weathermen e altre piccole organizzazioni simili. In Giappone, gli Zengakuren hanno fin dall’inizio una fisionomia militarista nettissima.
In tempi relativamente brevi, la violenza ha guadagnato una legittimazione anche fra quelli che non la praticano. Mentre nei primi anni sessanta era l’eccezione, ora l’eccezione è la nonviolenza.
Al cambiamento presiedono molti scenari. Negli Usa le disuguaglianze fra bianchi e neri persistono, e i successi sul terreno dei diritti civili le rendono ancora più insopportabili. In Europa, la chiusura degli accademici e dei governi propizia lo scivolamento verso la prospettiva dello scontro. Mentre crescono le tensioni sociali, in alcune fabbriche/simbolo come la Fiat Mirafiori in Italia scoppiano scioperi durissimi, organizzati fuori dai canali dei sindacati. Le lotte di liberazione nazionale si intensificano, il Vietnam esalta e unisce.
Nel biennio ’68-’69 si ha davvero l’impressione di trovarsi alla vigilia di un rivolgimento radicale, di cui la violenza (di polizie e eserciti, di gruppi fascisti, dei movimenti) è il sintomo e lo strumento. Si parla di rivoluzione «come se dovesse avvenire il giorno dopo, si guardavano i trentini normali come fossero dei pazzi: ‘questi continuano a comprare l’automobile, a arredare la casa, e non sanno che domani scoppia la rivoluzione’» racconta una studentessa, e aggiunge: «Poi quando tornavo a casa mi rendevo conto che il mondo era rimasto come prima, erano bagni di concretezza terribili»5. Ma allo slogan di Mao «L’imperialismo è una tigre di carta» molti credono fermamente.
Le tigri locali reagiscono, facendo della repressione un catalizzatore. Nell’estate del ’68, quando una grande manifestazione dell’Sds cerca di arrivare alla convenzione del partito democratico a Chicago per mettere sotto accusa un politico sostenitore dell’impegno in Vietnam, le telecamere di tutto il mondo testimoniano la ferocia delle cariche, le teste rotte, il sangue, e insieme l’ampiezza dell’opposizione alla guerra e al monopolio dei partiti nella vita politica. In Europa, il movimento degli studenti è affrontato innanzitutto in termini di ordine pubblico. Manganellate, lacrimogeni e caroselli di jeep diventano un complemento delle manifestazioni, e si può arrivare alle armi da fuoco. A Berlino durante una manifestazione contro la visita dello scià di Persia del giugno ’67, era stato ucciso lo studente Benno Ohnesorg. In Italia, dopo che a fine ’68 erano stati uccisi due braccianti a Avola, si spara nel ’69 a Battipaglia contro gli operai che si ribellano alla chiusura di alcune fabbriche: altre vittime. Si spara in Versilia sugli studenti riuniti per disturbare il capodanno alla Bussola e un ragazzo, Soriano Ceccanti, rimane paralizzato. Dopo che è stato portato via con una pallottola nella schiena, ancora i manifestanti gridavano: «‘Non scappate, sono colpi a salve’. ‘Per essere a salve’, rispose un ragazzo, ‘fanno dei bei buchi’, e mostrò un lembo di abito passato da parte a parte»6.
Il meccanismo lotta/repressione/allargamento dello scontro diventa quasi una costante, e favorisce il passaggio dalla violenza verbale a quella materiale. Le denunce, spesso per infrazioni minime o abitualmente non perseguite, sono tante da far apparire l’illegalità una via obbligata se si vuole fare politica e una forma necessaria di autodifesa – in parte lo è.
Non che il primo ’68 sia stato un’età dell’oro, tradita da un’involuzione successiva. I riferimenti teorici prevedevano la violenza, i simboli più amati erano uomini e popoli in guerra. Certi attacchi verbali nascondevano sotto l’aspetto giocoso una ferocia grezza. Del sarcasmo – la violenza fatta linguaggio – si pensava che fosse il modo più intelligente di imporsi. Ma il livello dello scontro polizia-studenti era in genere contenuto, come se per accordo tacito si puntasse a limitare i danni. Uno dei meriti maggiori dell’antiautoritarismo è anzi aver mostrato che oltre ai cortei, ai picchetti, alle occupazioni di fabbriche, sono possibili tante forme di lotta – dal sedersi per terra e restarci, all’applauso canzonatorio dedicato alla polizia che dovrà portare fuori i dimostranti uno per uno. Instaurare una continuità fra ’68 e terrorismo è un’operazione storiograficamente debole e ideologicamente fortissima: serve poco a capire quegli anni, è perfetta per rappresentarli come un’escalation del terrore, in cui tutto era già scritto fin dalle prime occupazioni universitarie. Mentre nel «giornalino» di palazzo Campana, 8 marzo 1968, si leggeva:
Sia chiaro che non idealizziamo lo scontro in quanto tale, che, soprattutto, non lo vediamo come mezzo di formazione e selezione di eventuali futuri quadri […]. Non puntiamo a un inasprimento della lotta, assunta come fine, ma piuttosto a un suo allargamento. Non ci interessa lo scontro con la polizia in quanto tale7.
Per questo lo scivolamento verso la violenza appare una mutazione ancora più netta di quella che porta dal movimentismo all’oganizzazione pseudopartitica.
Lotta, festa, e la seduzione della violenza
Scuole chiuse, impossibile impostare una lettera, mandare un telegramma, trovare un giornale, sigarette, zucchero, incassare un assegno, prendere un bus, il metrò, un treno per uscire dalla città, girare in macchina, guardare la tv o ascoltare la radio pubblica, sentire un bollettino meteorologico, passare la notte in certi quartieri dove i gas lacrimogeni hanno invaso gli appartamenti fino al quinto piano. Questa è la Parigi del maggio ’68 nel ricordo della scrittrice canadese Mavis Gallant8. Considerando tutta la Francia, nove milioni di persone hanno smesso di lavorare – impiegati del settore pubblico e privato, commesse dei grandi magazzini, operai delle fabbriche e dei cantieri navali, addetti alla comunicazione. È il più grande sciopero generale della storia francese, e l’unica situazione «insurrezionale» in un paese sviluppato dopo la seconda guerra mondiale.
Le barricate, in genere militarmente irrilevanti, sono solo un pezzo della storia del maggio, il più emozionante, il più simbolico. Ha scritto Daniel Cohn-Bendit:
Eravamo felici perché avevamo la consapevolezza della nostra forza. Era questo sentimento di forza e di unità a creare l’atmosfera di festa e delle barricate. Niente di più naturale in quei momenti di sfogo collettivo, quando tutto sembrava possibile, che la nuova semplicità dei rapporti tra i manifestanti, soprattutto tra ragazzi e ragazze. Tutto era ora semplice, facile. Le barricate non erano più soltanto un mezzo di autodifesa, divenivano simboli di una certa libertà. È per questo che la notte tra il 10 e l’11 maggio resterà impressa nella memoria di chi «c’era»9.
A dispetto delle interpretazioni che separano momento politico e momento esistenziale, sulle barricate la festa è la lotta, e la lotta è la festa, vissute da un corpo collettivo sui generis, estemporaneo, dai confini fluidi, misto. Come è misto il maggio – studenti, intellettuali, disoccupati, freak, ...