1. Il contesto dell’azione
Se in un’ipotetica narrazione della nostra vita raccontassimo soltanto quanto ci è accaduto, ne daremmo una ricostruzione parziale, per quanto intensa. Essa è infatti intessuta anche di scelte che, pur influenzate da quanto ci è successo, sono state in varia misura frutto della nostra iniziativa; così da far accadere qualcosa nel nostro mondo, grande o piccolo che fosse, ivi compreso il nostro personale mondo interiore.
Protagonisti o no, le nostre azioni si collocano sempre entro un contesto. È solo in riferimento ad esso che, nel raccontarle, possiamo comunicarle, renderle intelligibili. Non soltanto perché, come si vedrà, del contesto fanno parte le condizioni del nostro comportamento; ma anche perché è nel riferimento a uno specifico contesto, reale o immaginato, che alle nostre azioni abbiamo impresso un senso.
Vi sono due modi errati di riferire l’azione al contesto. Tanto è parziale e distorta un’esaltazione epica di quel che saremmo stati coraggiosamente e creativamente capaci di fare, quanto lo è una selezione drammatica di quel che altri o la società ci avrebbero procurato o fatto. Se limitativa e distorta è la rappresentazione di una vita pienamente vissuta, altrettanto lo è quella di una vita interamente agita. Decisivi sono perciò sia la definizione del contesto, sia il suo collegamento all’azione nostra e altrui.
Dire «contesto» è però dire poco e dire troppo. Poco se richiamato in modo generico e allusivo, troppo se inteso in modo onnicomprensivo. Di quale contesto stiamo parlando? Del contesto storico o di quello attuale? Di un contesto stabile o di uno occasionale? Del contesto economico, di quello politico, di quello giuridico o di quello religioso? Del contesto nazionale o di quello locale? Di quello lavorativo o di quello famigliare? Del contesto cognitivo o di quello affettivo? O di tutti quanti insieme? Insomma: in quale direzione dobbiamo puntare l’obiettivo? E quanto dobbiamo aprire il diaframma per ottenere un’efficace messa a fuoco? In qual modo, cioè, dobbiamo selezionare gli elementi rilevanti, scegliendoli tra gli infiniti aspetti e dati della realtà? Si capisce che l’orientamento dell’obiettivo e il grado di apertura del diaframma decidono quel che vediamo e quel che non vediamo; decidono, in altre parole, della natura e della portata della nostra analisi.
Si capisce che orientamento e apertura non sono pure operazioni tecniche, ma sono guidate dai nostri interessi conoscitivi e dalle nostre credenze e rappresentazioni. Se è un’analisi scientifica quella che intendiamo fare, sono operazioni guidate dai nostri interrogativi, dalle nostre ipotesi e dalle nostre teorie.
Si capisce anche che tutto ciò è soggetto a cambiare, molto o poco, ogni volta, ripresa per ripresa, analisi per analisi. Nondimeno, per ogni disciplina scientifica vi sono, per ogni fase del suo sviluppo, criteri generali consolidati, anche se non del tutto condivisi e codificati, per scegliere l’orientamento dell’obiettivo e l’apertura del diaframma: criteri generali per definire il contesto dell’azione, vale a dire modi sistematici di selezione degli elementi in esso presenti. In sociologia quelli rilevanti – quali elementi generali, validi cioè nella generalità dei casi – sono riconducibili a tre serie, cui possono farsi corrispondere tre livelli di analisi. Vediamo.
Immaginiamo che in un’ipotetica storia di vita si narri del passaggio dalla formazione al lavoro: dalla condizione di studente a quella di lavoratore. Si racconti di quattro giovani che, vissuti nello stesso ambiente sociale e provvisti del medesimo titolo di studio, sono assunti in aziende o in enti del tutto simili, se non nello stesso ente o azienda, con contratti di lavoro, livelli d’inquadramento, mansioni e retribuzioni equivalenti. Ma se pure sono inseriti nel mondo del lavoro nello stesso modo, le loro esperienze sono diverse. Se infatti le mansioni – tecnologia, operazioni svolte, carico di lavoro, competenza richiesta – sono del tutto simili, non così i capi. Per due dei quattro giovani si tratta di un capo autoritario, per gli altri due di un capo permissivo. L’uno impone distanza, esige obbedienza e applica una gestione burocratica per adempimenti. L’altro favorisce il coinvolgimento, lo spirito di gruppo e promuove una gestione per obiettivi.
Le differenze non finiscono qui, dato che i quattro giovani lavoratori non sono certo clonati. Anche se sono accomunati da classe sociale, sesso, gruppo etnico e altri tratti socioculturali, hanno personalità, valori, interessi e aspettative in parte diversi. Accade così che, anche quando «stanno al gioco», rispondendo alle aspettative definite dal capo, non esprimano se stessi allo stesso modo.
Immaginiamo, ad esempio, che i primi due non siano a loro agio con un capo autoritario, per essi troppo costrittivo e poco rispettoso della loro capacità e dignità; che non potendo o ritenendo di non potere contestare o dimettersi, sentano nondimeno il bisogno di prendere distanza dal ruolo imposto e di comunicarlo in qualche modo. L’uno, lavorando con un eccesso di zelo, affida l’espressione della propria posizione critica all’ironia trasmessa, tanto sul piano gestuale che su quello verbale, dalla solerte ostentata osservanza degli ordini e delle procedure. L’altro, concedendo l’obbedienza strettamente richiesta, lascerà trapelare dal disimpegno, nonché, con prudenza, da gesti, silenzi, ritardi, posture e borbottio l’insoddisfazione e la critica al superiore. Potremmo parimenti immaginare altri modi di espressione nei casi del capo permissivo.
Avremmo così modo di osservare come una comune situazione di partenza si scinda prima in due situazioni, relative ai modi di rapportarsi con il capo, e poi in quattro, distinte per i modi diversi di esprimere il personale atteggiamento nei riguardi della situazione in cui ci si trova a operare.
Quella che può essere raccontata come una storia in due passaggi, che trasformano una situazione comune di lavoro prima in due e poi in quattro situazioni diverse, sotto il profilo sociologico è la strutturazione di tre diversi contesti, cui corrispondono tre distinti livelli di analisi sociologica.
Al primo livello vi è il contesto dei rapporti sociali, intesi come i tipi di legame strutturale – indipendente dall’intenzionalità e dalla coscienza dell’attore – che definiscono i gradi di libertà di attori aventi, in misura uguale o diversa, bisogno uno dell’altro. Al secondo livello il contesto è quello delle relazioni sociali, vale a dire dei tipi di connessione che nel reciproco riferimento intenzionale s’instaurano, in modo simmetrico o asimmetrico, tra soggetti che orientano il proprio comportamento tenendo conto dell’atteggiamento dell’altro. Al terzo livello, infine, il contesto è quello proprio delle interazioni sociali, e cioè delle relazioni interpersonali tramite le quali gli individui interpretano e comunicano, in modo più o meno strategico o rituale, la propria collocazione nel duplice contesto delle relazioni e dei rapporti sociali.
Parlare di livelli è fondato poiché se all’inizio della vicenda possono apparire come passaggi, nella corrente vita di lavoro (per stare all’esempio) non lo sono più. Sono tre dimensioni contemporanee della stessa esperienza. Se esse sono, come sono, intrecciate e per molti versi interdipendenti, è fondato esaminarle secondo distinti livelli di osservazione, dal momento che ciascuna dimensione ha proprietà e genera problemi specifici.
1.1. I rapporti sociali
I rapporti sociali sono il principale elemento di definizione del contesto entro il quale siamo collocati. Ampiamente indipendenti dall’intenzionalità e dalla coscienza, essi sono sostanzialmente esterni alla nostra soggettività. Ciò non vuol dire – come si vedrà – che siano impermeabili alla nostra azione. Ma nel corso della nostra esperienza essi si pongono come qualcosa di dato, che preesiste alla situazione nella quale di volta in volta intendiamo agire. È quanto sperimentiamo quando, indipendentemente dal nostro atteggiamento e da quello altrui, sentiamo che certe scelte ci sono precluse, mentre altre ci sono permesse. Al punto che se qualcuno ci consente quel che fino ad allora non ci era dato di fare o di ricevere, ne restiamo a volte increduli, diffidenti o del tutto scettici, quando non ci sentiamo provocati. Come sarebbe, ad esempio, il caso di un carcerato che nottetempo si vedesse con sorpresa aprire la porta della cella da un secondino stranamente compiacente. Sarebbe forse libero di tentare la fuga, ma saprebbe bene di non esserlo nei confronti della direzione del carcere e della società. Egli resterebbe un recluso che ha commesso un nuovo reato. Tanto è vero che la sua libertà dovrebbe cercare di goderla altrove, lontano dal paese del quale ha violato le leggi. La sua situazione immediata può cambiare, anche radicalmente, ma il suo rapporto – la sua situazione strutturale – con la giustizia e, per suo tramite, con la società resta immutato.
I rapporti sociali sono dunque legami che abilitano e che limitano. Questa seconda caratteristica ce li rende più percepibili, quali elementi che operano «dall’esterno», capaci di esercitare una costrizione se messi alla prova dalla nostra azione. Basti pensare alla situazione di un monarca, come ad esempio la regina d’Inghilterra, che, per i rapporti – rapporti con i sudditi e con le altre istituzioni – stabiliti dalla tradizione e dalla Costituzione, ha privilegi e facoltà esclusive, ma anche limiti e impedimenti severi. Se può fare cose che noi non potremmo mai fare, non può assolutamente permettersi di fare – se non in segreto, sotto mentite spoglie – molte delle cose per noi abituali e che ci fanno sentire liberi, come andare al cinema, scegliere un piercing, sedere sulla scalinata della facoltà o fare shopping.
Un primo elemento che definisce e distingue i rapporti sociali è, pertanto, il grado di libertà di cui dispone il soggetto. Se egli fosse solo e non fosse esposto ai capricci della natura, nonché soggetto ai determinismi dell’istinto di sopravvivenza, disporrebbe di una libertà virtualmente assoluta. Ma poiché vive in società, la sua libertà è relativa. Non può essere assoluta perché è in relazione con quella degli altri. La libertà di fatto – non il suo ideale – si misura in gradi proprio perché è un dato relazionale. Essa si presenta in due modi, assume, per così dire, due vesti: la libertà come autonomia e la libertà come controllo. L’autonomia è la libertà di definire l’ambito, i fini e i mezzi della propria azione. Il controllo è la libertà di definire l’ambito, i fini e i mezzi dell’azione altrui. Nella società e nella storia si danno le combinazioni più diverse di autonomia e controllo.
Dal despota asiatico o dal capo di un regime totalitario, che detiene un controllo virtualmente assoluto su sudditi privi di qualsiasi autonomia, fino agli imprenditori operanti in un (ipotetico) mercato autoregolato che, sottratti a ogni controllo, dispongono di piena autonomia. Tra i due estremi si collocano le più diverse configurazioni. Ad esempio, nel nostro tipo di società il lavoratore dipendente (impiegato, tecnico, operaio o altro) è soggetto al controllo del datore di lavoro. Questi possiede i mezzi di produzione, compie le scelte di mercato, stabilisce gli obiettivi produttivi e commerciali. Lo fa delegando gradi variabili di autonomia decisionale ai propri dipendenti. Di modo che questi nel lavoro sono parzialmente autonomi, oltre a non ricadere, come avveniva nella società preindustriale, sotto il suo controllo nelle sfere della vita extralavorativa – nelle quali l’autonomia e il controllo sono da riferire ad altri tipi di rapporti sociali, cioè a rapporti sociali con altri soggetti.
Un secondo importante elemento che definisce la natura del rapporto sociale è il tipo e il grado di complementarità tra i soggetti. È esperienza comune rendersi conto, prima o poi, di quanto ciascuno abbia bisogno degli altri e, di volta in volta, di specifici altri. Se così non fosse non vi sarebbe quel qualcosa che chiamiamo società. Si tratta di un bisogno reciproco. E quando il bisogno è reciproco e non è accidentale, ma in qualche modo costitutivo di un rapporto, esso dà luogo a complementarità: la reciprocità funzionale delle prestazioni, materiali o affettive, tra due o più soggetti. Nel caso specifico la reciprocità può esserci o non esserci. Se in una coppia un partner si disamora dell’altro, viene meno la complementarità affettiva: uno solo ha bisogno dell’altro. E quando c’è, può essere più o meno forte. Vi sono così gradi diversi di complementarità, nel senso che una delle parti può di fatto avere più bisogno dell’altra. La complementarità può dunque essere simmetrica o, in vario grado, asimmetrica. Se, per esempio, l’offerta di un certo tipo di laureato è molto superiore alla domanda, la complementarità sarà sbilanciata a favore dei datori di lavoro: il fatto di poter scegliere diminuisce il bisogno che il datore di lavoro ha del singolo laureato. Ma se, viceversa, nuove opportunità di mercato spingono le imprese a ricercare competenze che sono rare, il rapporto di complementarità si sbilancia a favore del lavoratore che le possiede.
Si capisce, allora, come tra la complementarità e la libertà vi sia un nesso. Infatti, tra i diversi possibili fattori che determinano il rapporto di controllo/autonomia tra due o più soggetti, la complementarità esercita in genere una notevole influenza. I soggetti (individuali o collettivi) sono posti in posizione di superiorità, di inferiorità o di parità a seconda di come e quanto squilibrata o equilibrata è la complementarità che sussiste nella specifica sfera di attività nella quale entrano in rapporto.
Vale però anche la relazione reciproca: la libertà può avere una grande influenza sulla complementarità. Se un soggetto ha un elevato controllo su di un altro, può riuscire a far sì che questo abbia bisogno di lui più di quanto sarebbe altrimenti. È questa del resto gran parte della storia, ad esempio, dei regimi aristocratici e della mafia, grazie al monopolio delle risorse e a forme di soggezione o di intimidazione violenta. Se questo è vero, si capisce come la complementarità non sia mai del tutto un fatto naturale, quale potrebbe essere quella tra maschio e femmina per la procreazione in una società ante ingegneria genetica; come si tratti in qualche misura – spesso in misura prevalente – della definizione sociale (culturale o politica) dei bisogni e delle funzionalità reciproche. Ed è proprio il caso dei rapporti tra l’uomo e la donna uno dei casi più illuminanti. Tradizionalmente la donna è posta in una posizione di dipendenza dall’uomo e più in generale di inferiorità sociale: padre, fratello, marito o collega che sia. Si tratta per l’essenziale di una costruzione sociale dei rapporti sessuali definiti come rapporti di genere, come si vedrà al par. 4.5.1.
1.2. Le relazioni sociali
Sotto importanti aspetti i rapporti sociali definiscono la posizione sociale dei soggetti. Non giungono però a determinare, pur influenzandolo, l’atteggiamento assunto da ciascuno nei confronti degli altri. Un rapporto sociale non è una relazione sociale. Non lo è perché, come si vedrà, un rapporto può sussistere, per un tempo più o meno lungo, anche senza che vi sia attività o comunicazione tra i soggetti. Ma soprattutto non lo è perché il carattere intenzionale della relazione sociale distingue questa in modo categorico dal rapporto sociale. Anche quando si è nella condizione di non poter decidere di entrare in relazione con altri – quando cioè la relazione non è volontaria – il comportamento reciproco sarà dotato di intenzionalità. Ciò significa che i soggetti saranno orientati l’uno verso l’altro. Ed è proprio l’orientamento reciproco a definire la relazione sociale, che sussiste nella misura in cui si dà la possibilità di orientare l’azione in reciprocità.
Se il rapporto sociale è definito dai gradi di libertà e di complementarità tra i soggetti, a definire la relazione sociale è la natura dell’orientamento che ciascun soggetto imprime all’azione nei confronti dell’altro. Nell’accertarne la natura nei casi concreti non ci si deve fare ingannare dalla rigogliosa varietà degli atteggiamenti con cui si esprimono le idiosincrasie personali e le sfumature psicologiche del momento. Sotto di essa opera una varietà ben più limitata di orientamenti d’azione. Ma se è limitata, significa che adottare un orientamento invece di un’altro fa molta differenza. E la differenza maggiore è quella segnata da sei tipi di relazioni sociali: scambio, imperio, autorità, competizione, conflitto, solidarietà.
Si ha una relazione di scambio quando due o più soggetti (individuali o collettivi) orientano ciascuno il proprio agire in vista dell’acquisizione di risorse altrui a fronte della cessione di proprie – risorse che possono essere materiali, quali denaro, tecnologie ed energia, oppure simboliche, come informazioni, idee, programmi e creazioni artistiche.
Nello scambio gli attori possono perseguire il proprio vantaggio immediato, oppure essere primariamente interessati a ottenere una collaborazione futura o, ancora, una convivenza che la relazione permette. La relazione sociale che ne risulta può pertanto essere, non solo di fatto, ma già nell’orientamento dei soggetti (che pure può mutare nel tempo), contingente o duratura.
In ogni caso lo scambio è regolato da norme sociali, le quali possono aderire o meno alle norme legali. Q...