L'autoinganno
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L'autoinganno

Che cos'è e come funziona

  1. 176 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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L'autoinganno

Che cos'è e come funziona

Informazioni su questo libro

Spesso non ci raccontiamo la verità. Spesso ci raccontiamo una storia dai risvolti più desiderabili. Nonostante l'evidenza dei fatti, nonostante la realtà parli da sola. Perché? Ecco qua, in sintesi, il fenomeno dell'autoinganno.

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Informazioni

1. Il problema dell’autoinganno

1.1. Che cos’è l’autoinganno

Gli esempi di autoinganno. Un uomo crede che sua moglie non abbia una relazione extraconiugale, che invece di fatto ha, e lo crede a dispetto del fatto che l’evidenza a sua disposizione dovrebbe quantomeno metterlo all’erta e favorire la convinzione, o almeno il sospetto, che sua moglie sia infedele1. Un’oncologa esperta crede di non avere un cancro, sebbene abbia dei sintomi che normalmente è in grado di identificare nei suoi pazienti come diagnostici di un grave tumore2. Una madre crede che suo figlio sia innocente e che non abbia commesso un crimine per il quale è stato condannato dopo una confessione piena3. E ancora, una ragazza crede di essere infastidita da un uomo di cui invece è invaghita e nutre questa convinzione nonostante senta e faccia tutto quello che normalmente sente e fa nei confronti di un uomo che le piace4. Una donna ha metodicamente proceduto ad affrettare la morte del marito alcolista lasciando che bevesse eccessivamente, ma ora crede di non aver avuto alcun ruolo nel decesso del consorte5.
I casi appena descritti si trovano elencati in letteratura come altrettanti casi di autoinganno. In essi sono coinvolte persone che ci vengono descritte nell’atto di credere delle proposizioni che non solo sono patentemente false6, ma che sono anche giustificate in maniera estremamente debole, data l’evidenza che questi individui hanno a disposizione o che sarebbe facilmente accessibile. Sembra impossibile che non si siano accorti di quell’evidenza o che, accorgendosene, l’abbiano potuta trascurare. Un’altra caratteristica visibile delle proposizioni che queste persone credono è la desiderabilità del loro contenuto. Inoltre, per ipotesi, queste persone sono agenti epistemici sufficientemente competenti e in molte circostanze simili hanno ripetutamente mostrato di essere perfettamente in grado di ricercare, valutare e usare l’evidenza rilevante al fine di formare credenze che si giustificano alla luce di quest’ultima. In altre parole, le loro capacità epistemiche sono integre, la loro sensibilità alle ragioni efficiente. Questo significa che, se davvero giungono a credere una falsità in conflitto con alcune delle ragioni che hanno per non formare la relativa credenza o per formare la credenza opposta7, ci deve essere di mezzo una qualche causa che spieghi perché i loro standard epistemici (come ad esempio il requisito dell’evidenza totale per il ragionamento induttivo8) non sono operativi o sono in ogni caso sospesi9. Quello di cui necessitiamo è infatti una spiegazione di come sia possibile raggiungere simili risultati doxastici – una spiegazione che sia sufficientemente realistica e informativa. Forse, magari, come interpreti, vorremmo persino trovare delle «ragioni» che essi riconoscono come tali e che hanno impiegato nel loro ragionamento verso il conseguimento della credenza autoingannevole che p. Questa scoperta sarebbe di importanza vitale per comprenderli e per preservare la razionalità minima che anche agli autoingannati ordinari vogliamo poter attribuire. Allo stesso tempo, possiamo aspettarci che queste ragioni siano in qualche modo distorte, e che non possano contare come autentiche «ragioni normative» per credere che p. Saranno probabilmente solo «ragioni motivanti», cioè considerazioni che essi hanno impiegato e che sono in qualche modo capaci di spiegare ai nostri occhi il loro comportamento e il loro ragionamento, senza però essere delle ragioni normative, cioè qualitativamente ineccepibili, per credere e agire come fanno10.
L’autoinganno come lavoro epistemico, ancorché motivazionalmente distorto. La tesi a cui ho accennato sopra secondo cui gli standard epistemici usuali non sarebbero applicati nell’autoinganno è solo una delle ipotesi di lavoro possibili con cui il teorico può iniziare ad analizzare il fenomeno. Il mio tentativo sarà in parte volto a sostenere che l’autoinganno richiede assai di più di una semplice sospensione dell’attività epistemica consueta. Al contrario, il mio punto di vista è che l’autoinganno consiste in un processo intenso e spesso psicologicamente faticoso di valutazione epistemica, la quale tuttavia è distorta dalla presenza di uno stato motivazionale che condiziona negativamente questa attività. Se anche a un certo punto vi dovesse essere una sospensione degli standard epistemici, questa sospensione è tipicamente sostenuta da una rete di «considerazioni giustificative» che aiutano l’autoingannato a credere falsamente che i normali standard epistemici non si applicano nella situazione nella quale è coinvolto. In alcuni casi, come vedremo, quest’ultima credenza relativa all’inapplicabilità degli standard epistemici usuali potrebbe addirittura essere la credenza autoingannevole cruciale, quella da cui dipende la definitiva acquisizione della credenza desiderata, ma falsa, che p. L’estrema manovra dell’autoingannato di ossequiare alle richieste della sua stessa razionalità, che non tace neppure durante un processo di irrazionalità come l’autoinganno, potrebbe infatti essere quella di dare a se stesso persino la ragione per la quale non è possibile concludere che non-p nella situazione in cui si trova. Questa credenza sull’inapplicabilità degli standard epistemici può servire a distinguere i casi di autoinganno da altre forme di irrazionalità motivata, come vedremo più oltre. Essa è una di quelle credenze «di copertura» che aiutano a sostenere l’autoinganno. Le credenze di copertura saranno di numero e complessità variabile e dipenderanno dal grado di sofisticazione concettuale e dalla soglia di soddisfazione razionale del soggetto.
Il lavoro epistemico dell’autoinganno è largamente cosciente. Contrariamente a numerose posizioni espresse in letteratura, ritengo che lo sforzo epistemico che conduce alla credenza falsa che p sia largamente cosciente11. Nei casi paradigmatici, l’autoinganno sembra ottenuto attraverso una rete tentacolare di storie razionalizzatrici in cui l’autoingannato si impegna con cura e ostinazione di ragionamento. Ritengo che questa ostinazione e questa cura siano il marchio stesso dell’autoinganno, ciò che lo distingue dalle altre forme di irrazionalità motivata. Se analizziamo attentamente molti degli esempi di autoinganno sopra abbozzati, vedremo che l’autoinganno non si consuma indipendentemente dalla partecipazione attiva del soggetto di credenze e che l’effetto della motivazione sulla cognizione è molto complesso e nient’affatto immediato. Rimane tuttavia vero, come vedremo, che «qualcosa» sfugge al controllo dell’autoingannato. Nel capitolo 4 sosterrò infatti che l’autoinganno coinvolge una qualche forma di fallimento dell’autoconoscenza. Il mio punto di vista, tuttavia, è che non è necessario postulare che vi sia una credenza corretta che non-p inconscia, né che l’intero processo che conduce alla credenza autoingannevole che p sia inconscio. Inoltre, ritengo che l’autoinganno sia un processo, più che uno stato12. Se così non fosse, non potremmo distinguerlo da altre credenze false che acquisiamo accidentalmente, né da altre forme di irrazionalità motivata, come dirò tra poco.
Le principali posizioni filosofiche che spiegano l’autoinganno: intenzionalismo e anti-intenzionalismo. Il campo polemico che si contende la descrizione corretta dell’autoinganno è costituito da due gruppi principali di teorie: le teorie «intenzionaliste» (o «tradizionaliste») e le teorie «anti-intenzionaliste» (o «deflazioniste»). Gli intenzionalisti pensano che l’autoinganno sia un processo psicologico che avviene per il tramite di una precipua attività intenzionale condotta dal credente: l’assunzione minima dell’intenzionalismo è che l’autoingannato gioca un ruolo decisivo nel produrre il suo stato di autoinganno, «inducendosi intenzionalmente a credere che p» a dispetto dell’evidenza che non-p, un’evidenza facilmente accessibile. Talora gli intenzionalisti fanno anche assunzioni più forti, ad esempio che l’autoingannato creda quel che in origine «sapeva» essere falso, o che continui a credere che la proposizione autoingannevole sia vera mentre crede anche la sua falsità, cioè «sa» che è falsa; o ancora, che l’autoingannato crede che p sia vera proprio perché sa che è falsa! In quest’ultimo caso, si dice che l’autoingannato «deve volere il suo autoinganno»13. Queste varie posizioni, il modo in cui funzionano e la ragione per cui sono state elaborate saranno illustrate nel paragrafo 1.2.
Gli anti-intenzionalisti, d’altra parte, negano risolutamente che per spiegare l’autoinganno sia necessario o sufficiente (o entrambe le cose) postulare l’intenzione di autoingannarsi. Negano anche che tale intenzione sia fenomenologicamente presente nella psicologia dell’autoingannato. Le loro tesi sono ovviamente tarate sulla specifica posizione intenzionalista che intendono respingere – lo vedremo meglio nel paragrafo 1.3. Come avremo modo di osservare in questo capitolo, per poi riprendere il tema nel capitolo 2, una tesi che negano è che il «desiderio di credere» che p sia la ragione cosciente sulla base della quale l’autoingannato intenzionalmente agisce per conseguire il suo autoinganno.
L’intenzionalismo pone a rischio alcuni requisiti della razionalità umana. Quel che ho fin qui introdotto è sufficiente per indicare qual è il problema cruciale che il dibattito genera. Si tratta di un problema strettamente legato alla natura della razionalità umana ed è il seguente: qualora fosse vera la teoria degli intenzionalisti, la razionalità umana sarebbe gravemente minacciata, poiché, essendo coinvolti nell’autoinganno il credere e l’intendere, dobbiamo chiederci in che senso sarebbe possibile indurci intenzionalmente a credere ciò che dobbiamo perlomeno sospettare essere una falsità o una verità estremamente improbabile14. Data la forza di questo «sospetto», lo stato doxastico che ne risulta sarebbe infatti simile o persino identico a quello di una persona che intrattiene una coppia di credenze contraddittorie. Inoltre, il progetto stesso di autoingannarsi, per come viene descritto dagli intenzionalisti, sembra essere destinato a non avere successo, ovvero non si capisce come sia possibile che abbia successo un’intenzione deliberata di credere quello che non si crede, o che è immensamente difficile credere. Se qualcuno davvero decidesse consapevolmente di credere qualcosa sulla base della sola volontà di credere quel qualcosa, costui non riuscirebbe a realizzare con successo quella decisione. Il problema a cui sto alludendo ha a che fare con il fatto che la credenza, per sua natura, sembra mirare ad essere vera e a rappresentare uno stato di cose. In altre parole, è lo stato di cose che una credenza rappresenta ciò che determina la risposta doxastica di un agente epistemico competente. L’evidenza con cui un soggetto entra in contatto contiene, cioè, un elemento che si potrebbe definire di «necessità», che è costitutivo di ciò che significa avere quella credenza. Il soggetto non è «libero», per così dire, quando crede ciò che l’evidenza gli mostra o gli addita, bensì è «costretto» a credere ciò che l’evidenza gli indica. Per esempio, se vedo che fuori piove, formo immediatamente la credenza che fuori piove e non posso non formarla. Avere credenze fattuali non è altro che aderire a questo elemento di necessità: a meno che non si sia riusciti a riconoscere l’evidenza che p come evidenza a favore di p (ma questo sembra addirittura impossibile nei casi in discussione – sembra cioè che il soggetto non possa non riuscire a identificare l’evidenza pertinente come tale) o a meno che non si abbia qualche valida ragione per giudicare l’evidenza come fuorviante, sembra che non si possa far a meno di formare la credenza pertinente senz’altro indugio. Credere, quindi, non è un atto della volontà15 ed essere un credente significa essere di fatto incapace di sfuggire alla forza dell’evidenza, una volta che sia stata apprezzata come tale.
L’«intenzione di credere». Ritorniamo quindi a considerare ciò che è intrinsecamente problematico nell’avere un’intenzione di provocare in se stessi uno stato doxastico in virtù del quale si crede una proposizione contraria a ciò che l’evidenza che si possiede giustifica. Concepire una simile intenzione è profondamente irrazionale; addirittura, si tratta di uno dei progetti più irrazionali che si possano nutrire. Non solo significherebbe violare il concetto di credenza che un agente razionale possiede16, poiché la credenza così formata sarebbe sensibile unicamente all’intenzione di formare tale credenza, invece che all’evidenza in suo favore, ma significherebbe anche applicare erroneamente il concetto di intenzione o averne perlomeno una concezione bizzarra, dato che al fine di avere un’intenzione devo essere quantomeno in grado di fare i passi necessari per realizzarla (altrimenti si tratta probabilmente soltanto di un mero desiderio). Ora, nel caso dell’«inte...

Indice dei contenuti

  1. Introduzione
  2. 1. Il problema dell’autoinganno
  3. 2. Che cosa vuole chi si autoinganna?
  4. 3. Ma gli autoingannati ci credono davvero?
  5. 4. Il fallimento dell’autoconoscenza nell’autoinganno
  6. 5. Qual è l’atteggiamento giusto verso chi si autoinganna?
  7. Appendice. «Confabulatori», clinici e ordinari, autoingannati
  8. Cos’altro leggere
  9. Bibliografia
  10. Ringraziamenti
  11. L’autrice