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Perché lo Stato
Informazioni su questo libro
«Io autorizzo e cedo il mio diritto di governare me stesso, a quest'uomo o a quest'assemblea di uomini a questa condizione, che tu gli ceda il tuo diritto, e autorizzi tutte le sue azioni in maniera simile». Così Hobbes nel Leviatano fondava l'origine dello Stato. Cosa è il potere sovrano e perché lo riconosciamo come legittimo?
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Informazioni
Argomento
FilosofiaCategoria
Saggi di filosofiaPerchè lo Stato
In ogni locale o mezzo pubblico, se alziamo gli occhi al muro troveremo un cartello con una scritta ben evidente «Vietato fumare», e sotto scritto più in piccolo «Ai trasgressori verrà comminata un’ammenda di euro *** ai sensi della legge n. **». A nessuno di noi fa un particolare effetto quel cartello, anzi ci sembra normale vederlo; magari sbuffiamo perché volevamo fumare una sigaretta, ma nessuno pensa di essere profondamente impedito nell’esercizio della propria libertà e alcuni, al contrario, si sentiranno particolarmente tutelati nel proprio diritto alla salute; altri se ne disinteresseranno accendendosi ugualmente la vietata sigaretta e, se verranno scoperti da chi deve controllare che il divieto venga rispettato, prenderanno una multa, sbuffando molto, ma senza pensare di trovarsi di fronte al proprio nemico o di avere subito un’ingiustizia grave.
Raramente però ci chiederemo chi ha detto che non si può fumare, e soprattutto raramente ci interrogheremo sul perché gli riconosciamo il potere di imporre divieti, regole, che disciplinano il nostro comportamento abituale.
Le stesse domande ce le potremmo fare – e sono solo alcuni esempi – quando ci fermiamo davanti a un semaforo rosso, quando prendiamo una cosa qualsiasi in un negozio e, invece di mettercela tranquillamente in tasca, la paghiamo prima di uscire, quando paghiamo le tasse o quando, anni fa, nell’autunno dell’anno in cui compivamo sei anni i nostri genitori ci hanno mandato a scuola e là ci hanno detto che dovevamo stare seduti in un banco per almeno tutta la mattina per molti mesi all’anno.
Perché devo obbedire a tutte queste regole, meglio, a tutte queste leggi? È legittima la coercizione a cui sono sottoposto?
Rispondere a questa domanda non è difficile: obbediamo perché siamo cittadini dello Stato, e questa nostra condizione impone determinate regole e obblighi al nostro vivere comune.
Ma sorgono immediatamente altre domande più complesse: che cosa vuol dire ‘siamo cittadini’? È diverso dire che sono una cittadina o un cittadino dal dire che mi chiamo Francesca, Laura, Paolo o Marco? E la persona o, meglio, quell’istituzione politica e giuridica che indichiamo con il nome di ‘Stato’, c’è sempre stata, dove abita, la posso conoscere?
Cosa è, insomma, quell’istituzione politica di cui molti oggi, di fronte al fenomeno della globalizzazione, al disordine politico, sociale ed economico che sembra attraversare il nostro pianeta, hanno decretato la crisi irreversibile e persino la morte, ma che ha dominato la scena politica prima europea, poi occidentale e quindi mondiale a partire almeno dal XVII secolo?
La questione dell’ordine politico, della forma migliore di governo in grado di regolare la convivenza fra quella particolare specie animale che si chiama uomo, è una questione su cui la filosofia politica occidentale si è interrogata fin dalle proprie origini greche.
Ma la questione della necessità di costruire un nuovo ordine politico si presenta con radicalità in un preciso spazio politico, l’Europa, e in un preciso momento storico, l’inizio dell’epoca moderna, a partire cioè dal XVI secolo.
Il disordine che avvolgeva l’Europa in seguito allo scoppio delle guerre civili di religione, l’incapacità di offrire soluzioni efficaci, al di là delle guerre, da parte delle due istituzioni politiche che avevano governato l’epoca medievale, il papato e l’Impero, l’affacciarsi di nuovi soggetti istituzionali quali gli Stati nazionali in quel tempo di recente formazione, i territori tedeschi che reclamavano autonomia nei confronti dell’imperatore, le città comunali italiane e i principati, tutti questi elementi insieme testimoniavano almeno che un ordine politico naturale, voluto da Dio e in tal senso governato dagli uomini, non esisteva più. La ‘natura’ e la storia non sembravano, infatti, più offrire soluzioni efficaci per risolvere il problema. La realtà mancava di ordine: come fare?
A una realtà che da cosmo (cioè ordine, secondo il significato della parola greca) si era trasformata in caos (disordine, appunto), si pensò allora di sostituire la rappresentazione artificiale dell’ordine politico, la costruzione, come la chiamò nel XVI secolo il filosofo inglese Thomas Hobbes, del «grande Leviatano», lo Stato. E una vera e propria rappresentazione teatrale fu ideata dalla filosofia politica con tanto di sceneggiatura, regia, personaggi e interpreti. Una rappresentazione che nel corso dei secoli si sarebbe ampliata, avrebbe visto entrare in scena sempre più personaggi e azioni nuove, ma che avrebbe mantenuto sia il carattere di artificialità che Hobbes dichiara apertamente nelle due grandi opere politiche che la fondano, il De Cive e il Leviatano, sia il carattere di potente efficacia sulla realtà sociale e di produttività storica nel corso dei secoli.
Hobbes e il potere sovrano: la costruzione del Leviatano
Se dunque il concetto filosofico di Stato può trovare il proprio atto di nascita nelle opere di Hobbes è evidente che possiamo già rispondere alla domanda: lo Stato, come specifica forma dell’istituzione politica, è sempre esistito? No. Almeno dal punto di vista della filosofia politica, lo Stato non è sempre esistito: gli individui non nascono – secondo la filosofia politica moderna – già situati in un contesto politico, ma l’ordine politico nasce in un preciso momento.
Ma allora prima dello Stato, prima dell’ordine politico che cosa c’era? Hobbes, e con lui tutto il pens...
Indice dei contenuti
- Perchè lo Stato
- L’autrice