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L'obbedienza distruttiva: il caso Eichmann
Informazioni su questo libro
Cosa ha portato centinaia di uomini ordinari, né sadici né particolarmente malvagi, a perpetrare gli orrori dell'Olocausto? Da questa domanda e dal noto caso Eichmann già oggetto delle riflessione di Hannah Arendt, si parte per indagare sui potenti meccanismi psicologici di auto-assoluzione e auto-convincimento che si attivano quando ci viene ordinato di compiere un'azione moralmente inaccettabile. In questi casi, l'obbedienza e la deferenza a un'autorità superiore divengono un antidoto 'distruttivo' alla propria coscienza.
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Informazioni
Argomento
PsychologyCategoria
Social PsychologyL’obbedienza distruttiva:
il caso Eichmann
Tutti sono sottomessi,
tutti desiderano obbedire
tutti desiderano obbedire
e pensare meno che si può: bambini sono gli uomini.
Hermann Hesse
«Salterò nella fossa ridendo... avere sulla coscienza la morte di cinque milioni di ebrei mi dà una soddisfazione enorme». Così avrebbe parlato Adolf Eichmann a uno dei suoi collaboratori quando, sul finire della seconda guerra mondiale, si rese conto della ormai inevitabile sconfitta tedesca. Al di fuori dell’ambiente nazista, fino al 1945 nessuno conosceva questo ufficiale delle SS. Il suo nome emerse per la prima volta durante il processo di Norimberga, diventando da subito sinonimo di orrore: Eichmann era infatti il responsabile delle operazioni di identificazione e trasporto degli ebrei verso i campi di concentramento. In altri termini, si occupava (con zelo) dello sterminio di un popolo. L’uomo fu arrestato nel 1960 a Buenos Aires – si era nascosto in Sud America sotto falso nome – con la pesantissima accusa di essere uno dei principali artefici della Shoah. Nel corso del processo, svoltosi l’anno dopo in Israele, questo «blocco di marmo» dichiarò in maniera ossessiva di aver solo obbedito a degli ordini. Suo malgrado, né i giudici né le persone in genere lo assolsero: per tutti si trattava di un individuo decisamente perverso.
Stanley Milgram non ne era convinto. Come psicologo sociale prediligeva l’analisi del contesto immediato a quella dei tratti di personalità, l’esterno all’interno, per cui si orientò da subito su una spiegazione che riportava la condotta di Eichmann a un’obbedienza cieca anziché a un’aberrazione disposizionale – stessa linea dell’accusato, insomma. Bisognava però verificare la validità di una tale ipotesi. Per farlo, lo psicologo americano ideò un paradigma sperimentale in cui gente comune, normale sotto ogni punto di vista, riceveva l’ordine di infliggere gravi sofferenze fisiche a uno sconosciuto. Il contesto era senza dubbio scomodo per i partecipanti – contrapponeva infatti, drammaticamente, una norma sociale («obbedisci all’autorità») a un precetto morale («non fare del male agli altri») –, ma avrebbe permesso a Milgram di saperne di più sui meccanismi dell’obbedienza e forse anche su Adolf Eichmann. Ecco cosa successe in laboratorio.
1. L’esperimento di Milgram1
«Cerchiamo persone di sesso maschile tra i venti e i cinquanta anni per una ricerca sui processi di apprendimento e memoria. Per partecipare non è necessario avere speciali capacità, esperienze o titoli di studio. La ricerca, condotta presso l’Università di Yale, impegnerà ciascuna persona per circa un’ora e prevede un compenso di quattro dollari». Apparso in un giornale americano nel giugno del 1961, questo annuncio permise a Milgram di reclutare i quaranta protagonisti di uno studio che non riguardava in realtà i processi di memoria ma, come dicevamo prima, il fenomeno dell’obbedienza all’autorità – in psicologia infatti è prassi nascondere il vero obiettivo ai partecipanti per evitare di condizionarne il comportamento.
Vorrei adesso che mi seguiste all’interno del laboratorio di Milgram per rivivere insieme una sessione del suo esperimento, quella del 7 agosto 1961. È una data speciale quella di oggi, poiché dopo mesi di preparativi e studi pilota si avvia ufficialmente un progetto di ricerca sul quale ci sono grandi aspettative da parte sia di Milgram sia della National Science Foundation, che lo ha finanziato con 25.000 dollari. La conduzione dell’esperimento è stata affidata a John Williams, un insegnante di biologia addestrato per l’occasione a interpretare il ruolo dello psicologo. Sediamoci dunque idealmente dietro lo specchio unidirezionale e osserviamo cosa accadrà da qui a poco. Il primo dei due partecipanti arriva come concordato alle sei del pomeriggio e dopo un breve scambio col dottor Williams riceve la somma promessa dall’annuncio – questi soldi, come da contratto, venivano dati ai soggetti per il solo fatto di essersi presentati in laboratorio. L’altra persona arriva leggermente in ritardo. Si chiama Wallace, dice di essere venuto anche lui per l’esperimento ma non è così: l’uomo è un collaboratore del dottor Williams chiamato a fare la «vittima». In breve, dunque, al centro di questo palcoscenico troviamo due attori (il dottor Williams e Wallace) e un partecipante del tutto ignaro di ciò che sta succedendo.
Williams, camice grigio, apre con una breve introduzione sui processi di apprendimento e memoria, quindi informa i partecipanti che per testare l’efficacia della punizione sull’apprendimento è necessario assegnare il ruolo di insegnante e quello di allievo. L’atteggiamento professionale mostrato dal dottore non induce a pensare a una manipolazione del sorteggio, operazione invece indispensabile per far sì che la parte di allievo-vittima tocchi a Wallace. Dalla nostra postazione osserviamo ora i tre spostarsi nella stanza accanto: qui il dottore lega i polsi dell’allievo ai braccioli di una sedia «per evitare movimenti eccessivi quando riceverà le scosse elettriche»; sul braccio ...
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- L’obbedienza distruttiva: il caso Eichmann
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