1.
L’oracolo
[L’oracolo] non dice né occulta
ma dà segni.
Eraclito in Plutarco, Moralia 404D1
Il giorno fissato era giunto. Dopo un viaggio su per i tortuosi sentieri montani che portavano al luogo santo nascosto nei recessi del massiccio del Parnaso, si erano riunite nel santuario di Apollo persone venute da vicino e da lontano, rappresentanti di città e di Stati, di dinastie e di regni fin dalla parte opposta del Mediterraneo. Allo spuntare dell’alba girò la voce che presto si sarebbe saputo se il dio Apollo avrebbe risposto alle loro domande. La luce del sole si rifletteva sulla facciata di marmo del tempio, la sacerdotessa dell’oracolo entrò nella parte più interna e gli interpellanti in folla cominciarono ad avanzare, in attesa del proprio turno per apprendere che cosa avessero in serbo per loro gli dèi. Si riteneva che le divinità potessero tutto, controllassero tutto, sapessero tutto: le loro sentenze, più e più volte, si erano dimostrate definitive. Tra gli interpellanti c’era chi aveva atteso mesi, chi aveva percorso migliaia di chilometri. Adesso attendevano pazienti il proprio turno, ognuno presumibilmente pieno di apprensione per ciò che avrebbe ascoltato entrando nella casa del dio. Alcuni ne uscivano soddisfatti, altri delusi, i più pensierosi. Al crepuscolo la sacerdotessa del dio si faceva muta. Le folle si disperdevano, dirette verso tutti gli angoli del mondo antico, portando con sé le parole profetiche dell’oracolo di Delfi.
Ciò che sicuramente ci affascina più di tutto, di questo santuario, sono le storie che riguardano l’oracolo e le donne che, per secoli, furono al centro delle consultazioni oracolari, come sacerdotesse e portavoce del dio Apollo. Ma come funzionava l’oracolo di Delfi, e perché fu così importante per tanto tempo per l’antica Grecia?
Sono domande a cui è difficile rispondere, per due motivi principali. In primo luogo perché – cosa incredibile per un’istituzione tanto fondamentale, e tanto a lungo, per il mondo greco – non ci è rimasto nessun resoconto chiaro e completo di come si svolgesse di preciso una consultazione dell’oracolo di Delfi, o di come giungesse alla sacerdotessa pizia l’ispirazione divina. Delle fonti che abbiamo, quelle del periodo classico (dal VI al IV secolo a.C.) trattano le procedure di consultazione come conoscenza comune, tanto che non c’è bisogno di spiegarle, e anzi le consultazioni a Delfi sono spesso usate per descrivere concisamente quanto accadeva in altri santuari provvisti di oracoli («qui le cose funzionano proprio come a Delfi...»). Molte delle fonti interessate a trattare come funzionasse in dettaglio l’oracolo sono in realtà di epoca romana (dal I secolo a.C. al IV d.C.) e quindi nella migliore delle ipotesi possono riferirci solo le opinioni di chi viveva allora (e spesso con versioni contraddittorie) su un fenomeno che, come confermano tutti gli autori dell’epoca, aveva ormai superato il periodo di massima fioritura. Inoltre, è vero che i ritrovamenti archeologici ci aiutano in qualche misura a farci un’idea dell’ambiente in cui si svolgevano le consultazioni e a capire i possibili modi in cui la Pizia riceveva l’ispirazione, nei periodi classico, ellenistico e romano, ma non sono in grado di darci lumi sulle prime fasi di esistenza dell’oracolo (la fine dell’VIII secolo e il VII a.C.), durante le quali l’attività dell’oracolo era, secondo le fonti letterarie, frenetica2.
La seconda difficoltà che circonda l’oracolo riguarda come analizzare gli indizi dati dalla letteratura sulle domande poste e sui responsi forniti3. E ciò non solo perché molti dei responsi furono registrati da autori antichi che scrissero molto tempo dopo la presunta formulazione delle risposte, e a volte da autori ostili alle pratiche religiose pagane, come lo scrittore cristiano Eusebio. E il problema non è neppure solo che questi autori spesso si basavano a loro volta su altre fonti, con il risultato che persino quando due o più riportano lo stesso responso i loro resoconti sono spesso diversi. È anche che essi tendono a non registrare i consulti dell’oracolo come storia «normale», bensì usano questi racconti con funzioni specifiche all’interno dei loro testi4. Di conseguenza, alcuni studiosi hanno deciso di considerare astorico quasi tutto ciò che viene attribuito all’oracolo di Delfi prima del V secolo a.C. Altri hanno ritenuto pressoché impossibile scrivere una storia dell’oracolo dopo il IV secolo a.C. per via delle difficoltà presentate dalle fonti. Altri ancora hanno cercato una via di mezzo nello spettro della verosimiglianza, ma con l’idea – per dirla con le parole degli studiosi Herbert Parke e Donald Wormell nel loro repertorio del 1956 dei responsi delfici, tuttora autorevole – che «non c’è praticamente alcun vaticinio di cui si possa asserire con completa sicurezza l’autenticità»5.
Quindi, come hanno osservato vari studiosi, uno dei molti paradossi di Delfi è il fatto che le sacerdotesse pizie – le donne al centro di un meccanismo che in teoria avrebbe dovuto aiutare a chiarire le idee in vista delle decisioni più difficili del mondo antico – si siano portate nella tomba il mistero di questo meccanismo lasciandoci un’immagine molto opaca di questa fondamentale istituzione antica. Così stando le cose, l’unica possibilità è creare un’istantanea piuttosto statica del funzionamento dell’oracolo di Delfi, di cui sappiamo invece che fu mutevole nei suoi mille e più anni di storia; un’istantanea che è una collazione di fonti da tempi e luoghi diversi (con tutte le difficoltà che una ricostruzione del genere comporta) e al contempo inevitabilmente adotta una posizione specifica su varie questioni in contrasto irresolubile.
L’oracolo di Delfi era una sacerdotessa, nota come la Pizia. Sappiamo relativamente poco delle singole pizie, o di come e perché venissero scelte6. La maggior parte delle informazioni ci viene da Plutarco, scrittore greco del I secolo d.C. originario di una città non lontana da Delfi, che fu uno dei sacerdoti del tempio di Apollo (infatti, oltre alla sacerdotessa pizia che faceva da oracolo, vi erano anche alcuni sacerdoti: ci torneremo su). La Pizia doveva essere di Delfi, e Plutarco ci racconta che ai suoi tempi veniva scelta da una delle «più solide e apprezzate famiglie di Delfi», ma non necessariamente una famiglia nobile; anzi, la Pizia di Plutarco viveva «in modo pio quant’altri mai; ma, essendo cresciuta in una famiglia di poveri contadini, scende al santuario sprovvista di ogni arte poetica, di ogni esperienza e talento»7. Una volta scelta, la Pizia serviva Apollo per tutta la vita, si impegnava a svolgere attività spossanti e a osservare la castità. In qualche momento della storia dell’oracolo, forse già nel IV secolo a.C. e certamente entro il 100 d.C., le fu assegnata un’abitazione, pagata dal santuario. Plutarco lamenta che mentre nei secoli precedenti il santuario era così affollato da dover far uso di tre Pizie simultaneamente (due titolari e una riserva), ai suoi tempi una Pizia era sufficiente per far fronte al numero sempre più esiguo degli interpellanti8.
Diodoro Siculo, che visse nel I secolo a.C., ci racconta che in origine la donna scelta doveva anche essere giovane e vergine. Ma le cose cambiarono con Echecrate di Tessaglia che, venuto a consultare la Pizia, se ne invaghì, la portò via e la violentò; così i Delfi stabilirono che in futuro la Pizia dovesse avere almeno cinquant’anni, ma che dovesse continuare a indossare un abito da fanciulla in ricordo delle profetesse vergini di un tempo. Si ritiene quindi che non di rado una donna fosse stata sposata e avesse avuto figli prima di essere scelta come Pizia e, quindi, di allontanarsi dal marito e dalla famiglia per svolgere il suo ruolo9.
La Pizia era disponibile per i consulti solo un giorno al mese, presumibilmente il settimo, perché il sette del mese di bisio – l’inizio della primavera (il nostro marzo/aprile) – era considerato il compleanno di Apollo. Inoltre era in attività solo per nove mesi all’anno, perché nei tre mesi invernali Apollo era considerato assente da Delfi, in soggiorno presso gli Iperborei (un popolo mitico che viveva agli estremi confini del mondo). In questo lasso di tempo Delfi era priva di oracolo ma non di una divinità, perché il santuario si riteneva retto dal dio Dioniso10.
Nonostante queste opportunità di consultazione piuttosto ristrette – appena nove giorni all’anno – si è molto discusso sulla disponibilità (e anzi popolarità) di forme alternative di divinazione offerte a Delfi. In particolare gli studiosi hanno dibattuto sull’esistenza di un oracolo «a sorteggio»: un sistema in cui qualcuno che operava nel santuario, forse la stessa Pizia, emanava responsi usando una serie di oggetti estratti a caso, che venivano «letti» per dare una risposta a una specifica domanda11. Questo sistema di consultazioni potrebbe essere stato integrato con un oracolo in cui si usavano «dadi» in funzione presso l’antro Coricio, alto sopra Delfi (fig. 2), che dal VI secolo a.C. in poi fu un luogo di culto sempre più popolare per il dio Pan e le Muse, e parte integrante dell’itinerario e dell’ambiente «delfico»12.
Ognuno dei nove giorni dedicati alle consultazioni oracolari vere e proprie si svolgeva presumibilmente come segue. All’alba la Pizia si recava a fare il bagno nella sorgente Castalia, vicino al santuario (fig. 2). Una volta purificata, tornava al santuario, probabilmente accompagnata dal suo seguito, ed entrava nel tempio, dove bruciava ad Apollo un’offerta di foglie di alloro e farina d’orzo, forse accompagnandola con un omaggio a voce a tutte le divinità locali (similmente a quello che viene messo in scena all’inizio della tragedia di Eschilo Le Eumenidi)13. Più o meno contemporaneamente, i sacerdoti del tempio dovevano verificare che potessero aver luogo queste già rare giornate di consultazioni. La procedura consisteva nell’aspergere di acqua fredda una capra (che doveva essere a sua volta pura e senza difetti), forse nel focolare sacro all’interno del tempio. Se la capra rabbrividiva, voleva dire che Apollo era lieto di essere interpellato; la capra veniva quindi sacrificata su un grande altare al dio fuori del tempio, come segno per tutti che la giornata era propizia e le consultazioni avrebbero avuto luogo14.
Gli interpellanti, che probabilmente dovevano arrivare già alcuni giorni prima della giornata fissata, svolgevano a quel punto la loro parte. Per prima cosa dovevano purificarsi con l’acqua delle sorgenti di Delfi. Poi dovevano organizzarsi secon...