Clandestinità (e altri errori di destra e di sinistra)
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Clandestinità (e altri errori di destra e di sinistra)

  1. 112 pagine
  2. Italian
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  4. Disponibile su iOS e Android
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Clandestinità (e altri errori di destra e di sinistra)

Informazioni su questo libro

Un fenomeno epocale come le nuove migrazioni verso l'Europa poteva essere l'occasione per una scommessa straordinaria: ragionare su una cultura della legalità, coniugata con il principio di solidarietà, collegare i comuni doveri con la capacità di estendere i diritti e di includere nuove popolazioni. Si poteva fare, di questa scommessa, l'orizzonte dell'Europa del futuro. Si poteva fare ma non si è fatto. La nostra ampia e confusa normativa sugli stranieri è sbagliata. È inefficace, non raggiunge gli obiettivi che si propone. Produce ingiustizia. È forte con i deboli e debole con i forti. Basta leggere cosa è accaduto ad Angela, moldava che voleva fare la badante; Hamid, marocchino, baby pusher; Abdel, egiziano e giardiniere clandestino.Siamo ancora in tempo per cambiare rotta?

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Informazioni

1. Errori allo specchio

Quando, in un giorno di giugno del 1933, in un paese dell’alta Langa, Pietro Gallesio «diede la parola alla doppietta» – uccidendo il fratello e un nipote e poi, asserragliatosi su un fienile, freddando ancora il parroco ed un carabiniere – quel «gran fatto di sangue» venne raccontato, ai lettori del Piemonte e tutt’al più della Liguria, dai cronisti della «Stampa» e della «Gazzetta del popolo» che avventurosamente si erano arrampicati su quelle colline. Ci sarebbe voluta la penna di Beppe Fenoglio per farne un mito scolpito nella nostra memoria.
Se oggi un pazzo, armato di fucile a pompa, irrompe una mattina in una scuola primaria dell’Oklahoma e fa strage di bambini, la notizia entra inesorabilmente nella nostra cucina con i telegiornali dell’ora di pranzo e ci verrà ripetuta, fino a sera, dai tanti notiziari che a casa, in ufficio, in auto, ci accompagneranno per tutto il corso della giornata. Globalizzazione significa anche questo: diffusione, condivisione, enfatizzazione planetaria delle paure.
Eppure, a partire dai primi anni Novanta, la globalizzazione creava non solo nuove «percezioni» ma anche «fatti» nuovi, per lungo tempo sottovalutati. Quei fatti bisognava cercarli alzando la testa dai nostri libri, viaggiando sui tram e camminando per strada.
«Io non volevo diventare razzista. Perché so che cos’è il razzismo: l’ho patito sulla mia pelle quando a quattordici anni sono venuta a Torino dal Sud e sulle case leggevo i cartelli ‘non si affitta ai meridionali’. Non volevo diventare razzista. Ma mi hanno costretto a diventarlo». Così mi sono sentito dire, dodici anni fa, durante un incontro in un salone parrocchiale, da una signora giunta, negli anni Sessanta, dagli agrumeti calabresi nella Porta Palazzo di Torino. E costretta, trent’anni dopo, a svendere la casa, comprata con i risparmi del duro lavoro di una vita, per sottrarsi all’assedio degli spacciatori penetrati ormai nell’androne del palazzo, sulle scale di casa, sul suo pianerottolo. E coloro che l’avevano costretta a «diventare razzista» erano i professori, gli intellettuali, i sociologi, i magistrati distratti. Eravamo noi.
Noi leggevamo le statistiche, che ci dicevano che i reati più gravi, a cominciare dagli omicidi e dai sequestri di persona, erano costantemente in calo. Ma alla signora di Porta Palazzo non interessava che fossero diminuiti enormemente gli omicidi della guerra tra le cosche mafiose. A lei importava invece che fossero aumentate le rapine in casa, lo spaccio di strada, gli scippi: perché quei reati, non gli altri, invadevano con prepotenza la sua vita. Un giorno la nostra signora di Porta Palazzo segnalò alla polizia un drappello di spacciatori che da settimane, con protervia, presidiava il portone del suo palazzo, tanto che era diventato quasi impossibile entrare in casa. La sera stessa, era un giorno d’estate e le finestre erano aperte, qualcuno, dalla strada, lanciò violentemente una bottiglia di birra che entrò nella cucina della signora e sfiorò la testa della nipotina che lei teneva in braccio, andando a schiantarsi contro una parete. Quella bottiglia non è contemplata nelle statistiche che noi studiamo. Ma nella vita di quella famiglia – nella sua sensazione di insicurezza, nella sua sfiducia verso lo Stato – ha lasciato una traccia indelebile.
Le statistiche ci dicevano che le campagne sulla insicurezza urbana enfatizzavano un fenomeno tutto sommato modesto. L’esperienza ci ha insegnato, però, che la criminalità urbana si sviluppa, nelle nostre città, a macchia di leopardo: di fianco a quartieri assolutamente tranquilli troviamo, magari a poche centinaia di metri, zone (spesso assai circoscritte) in cui la vita è diventata impossibile. Terre di nessuno, sovente abbandonate dalla stessa polizia. Le statistiche, con le loro medie, appiattivano questi picchi così diversi, e il fenomeno criminale diventava illeggibile nella reale concretezza della sua dimensione umana.
È così accaduto che, per un intero decennio, le élites europee abbiano sottovalutato il problema della criminalità connessa all’immigrazione: negandone l’esistenza; parlando di «insicurezza immaginaria»; trattando come razzisti i cittadini che, abitando nelle zone più a rischio, denunciavano il degrado dei loro quartieri; tollerando zone di impunità per la delinquenza urbana; dando alla criminalità un’interpretazione esclusivamente sociologica (tutti i migranti sono «dannati della terra» e vanno giustificati qualunque cosa facciano).
Questa sottovalutazione era la conseguenza distorta di preoccupazioni giuste. La principale di queste preoccupazioni – sempre valida e che, soprattutto oggi, ogni giorno ci dobbiamo ripetere – è quella di non cadere nella illusione che ogni fenomeno di devianza o di conflitto sociale possa essere governato e affrontato soltanto con lo strumento penale, visto come una spada che interviene su nodi aggrovigliati, tagliandoli di netto, anziché dipanarli, scioglierli con pazienza e intelligenza. Ma, dunque, procedere con l’assoluta consapevolezza che, di fronte a fenomeni sociali complessi ed imponenti, una democrazia moderna debba mettere in campo tanti diversi strumenti, tante medicine, tante cure, rimanendo il ricorso al giudiziario l’extrema ratio: l’ultima a cui ricorrere, con parsimonia, immediatezza e mitezza insieme, proprio per renderla più efficace, secondo l’insegnamento di Beccaria.
Sullo sfondo di tutte queste giuste preoccupazioni, a giustificarle ed alimentarle, stava il nostro senso di colpa di cittadini di una società ricca: il timore di dimenticare, quando parliamo di criminalità straniera, che questo fenomeno è soltanto uno dei risvolti di una immigrazione che è, sempre, un doloroso esodo di popoli che fuggono la morte, la miseria, la guerra e le persecuzioni di regimi dittatoriali. Un esodo che ha origini diverse ma che si possono tutte ricondurre al fatto incontestabile che la miseria di questi popoli è storicamente l’altra faccia della nostra ricchezza.
Perché queste sacrosante preoccupazioni hanno portato a non vedere un fenomeno che stava corrodendo le condizioni di vita degli strati più indifesi delle popolazioni urbane? Perché non si è saputo coniugare i principi di solidarietà con un’umile e attenta lettura della realtà? È la dannazione perpetua della cultura di sinistra: non riuscire a coniugare idee giuste con il principio di realtà. È l’astrattezza dei patrioti che Vincenzo Cuoco rimproverava ai giacobini napoletani del 1799; l’incapacità di misurare le scintillanti parole d’ordine dei propri ideali con le concrete condizioni di vita di coloro a cui gli ideali vengono proposti.
Ha nuociuto, in primo luogo, un’interpretazione monocausale ed ottimistica del fenomeno criminale. Certo, la delinquenza urbana è anche il frutto della disoccupazione, della precarietà, della crisi economica. Ma ciò non significa che per sconfiggere le cause della criminalità sia sufficiente creare occupazione, occasioni di lavoro, culturali, di incontro, di socializzazione. Se fosse così semplice, non si spiegherebbe perché la più impetuosa crescita della delinquenza urbana sia cominciata nella prima metà degli anni Sessanta, che in tutta Europa furono anni di piena occupazione e di boom economico. Né si spiegherebbe il fatto che la «guerra alla povertà» di Lyndon Johnson – il presidente statunitense che segnò la stagione di più ampia estensione dei diritti – non abbia diminuito l’incremento di reati (che, anzi, ebbero un netto aumento proprio in quegli anni).
Sappiamo invece che, anche per chi ha opportunità di lavoro, da un punto di vista esclusivamente economico, spesso il crimine conviene. Se a far da vedetta ad un angolo di strada occupato dagli spacciatori guadagni dieci volte di più che a scaricare cassette ai mercati generali, devi avere principi molto saldi per decidere di scaricare cassette. Soprattutto se hai vent’anni e la tua famiglia, i tuoi conoscenti, il tuo paese, sono a tremila chilometri di distanza.
E ancora: per troppo tempo non si è compreso l’effetto devastante di una nuova economia della delinquenza che cresceva sotto i nostri occhi. Non quella, tradizionale, delle grandi mafie, che sposta capitali da un continente all’altro. Ma un’economia legata alla criminalità di strada, che compra appartamenti ed esercizi commerciali, ostenta improvvise ricchezze. E si muove in spregio di chi – magari avendo le stesse origini – si guadagna la vita con il duro lavoro quotidiano. Ricordo il dolore negli occhi e nella voce di un operaio che mi raccontava il suo sgomento nell’aver visto un giorno lo spacciatore di droga, che da mesi vendeva impunemente sotto casa sua, presentarsi con un borsone strapieno di banconote e comprare, in contanti, ad un prezzo doppio del valore di mercato, l’appartamento di fronte a casa sua. Anche queste sono storie che le statistiche non ci raccontano. Ma che lasciano il segno.
Trattare allo stesso modo il giovane che spaccia e quello che lavora ai mercati generali è una condotta che nega la loro autonomia di persone, la loro capacità di decidere, di scegliere tra le tante condotte possibili nel quadro di circostanze analoghe, che fa terra bruciata del principio di responsabilità. Ed offende, in primo luogo, i più umili.
L’atteggiamento «negazionista» della criminalità di strada ha avuto un altro effetto nefasto. Negare l’esistenza di un fenomeno criminale collegato all’immigrazione, difendere tutti gli stranieri, sempre e comunque, rifiutare di pensare il male per meglio fronteggiarlo, tutto ciò ha appiattito, nella mente di chi subiva le conseguenze di quel fenomeno, la figura dell’immigrato.
Se dobbiamo trattare in modo uguale, con la stessa generosa accoglienza, tutti gli stranieri, vuol dire che tutti gli stranieri sono uguali. Ma se tutti gli stranieri sono uguali, poiché chi quotidianamente mi rende impossibile la vita è uno straniero, allora ciò significa che tutti gli stranieri sono cattivi. E allora tutto ciò che rappresenta lo straniero mi fa paura: non solo lo scippatore che ha scaraventato a terra mia madre anziana alla fermata dell’autobus, rompendole il femore; non solo i molestatori che un giorno hanno accerchiato mia figlia mentre rientrava a casa e che ora le impediscono di uscire da sola la sera; non solo lo spacciatore che ha invaso la mia soffitta, facendone il nascondiglio della sua droga. Ma anche le donne col velo che percorrono le strade del mio quartiere; anche una via popolata soltanto di facce colorate ed in cui provo disagio a camminare; anche i negozi con le insegne scritte ormai soltanto in arabo che hanno sostituito il piccolo commercio tradizionale del mio quartiere.
Tutto questo mi fa paura: perché rappresenta un’onda lunga, sempre più alta, che ormai mi fa sentire straniero nel quartiere in cui sono nato, nelle strade in cui ho giocato a pallone, nei negozi che una volta erano come una seconda casa. E coloro che difendono gli stranieri, quegli intellettuali che scendono dalle loro case in collina per venirmi a predicare la tolleranza ed alzano il ciglio quando io parlo di stranieri delinquenti e mi dicono che sono razzista, e se non me lo dicono si capisce che lo pensano, anche loro – che non mi credono quando parlo del mio inferno quotidiano – sono dalla parte dei delinquenti.
Una volta che queste paure avranno messo radici, neppure i fatti incontestabili, sotto gli occhi di tutti, riusciranno ad estirparle. È inutile ricordare che, secondo tutte le stime demoscopiche, soltanto un flusso di trecentomila lavoratori stranieri ogni anno potrà far fronte al nostro inarrestabile declino demografico. Che oggi gli immigrati in Italia sono il 6% della popolazione e producono il 10% del Pil[3]. Che di fatto saranno loro, tra qualche anno, a pagare le nostre pensioni.
È inutile ricordare che nei primi cento anni dall’unità d’Italia circa trenta milioni di italiani emigrarono, stipati come animali nelle stive dei piroscafi, a cercare lavoro nelle Americhe o in altri lidi[4], esportando anche la criminalità e trovando spesso razzismo indiscriminato che, oggi, dovrebbe insegnarci ad essere più prudenti nelle generalizzazioni contro gli stranieri. Come è altrettanto inutile tentare di farsi dare ragione dai fatti, tentare di convincere invocando la storia. Contro il timor panico, il ragionamento, da solo, non serve.
La ragione tornerà a convincere soltanto rimuovendo le cause che quel timore hanno provocato. Soltanto riconoscendo ed aggredendone le motivazioni reali, si avrà anche la credibilità per smascherare, denunciare come ridicole, le sciocchezze propagandate da chi cavalca e mette all’incasso quelle paure con la stessa straordinaria abilità con cui, dopo la Grande Guerra, il fascismo insorgente seppe capire l’insoddisfazione dei reduci, facendone il propellente più efficace del proprio consenso di massa. Finché il meccanismo non verrà smontato, qualunque idiozia troverà consenso: dai posti sugli autobus riservati agli italiani, al divieto per le badanti straniere di sedersi sulle panchine di un parco, alla chiusura dei kebab nei centri storici.
Alcuni importanti filoni culturali della sinistra – spesso su altri temi i più avvertiti ed attenti – non hanno colto il nesso che lega le condizioni materiali di vita che generano le reali paure verso l’immigrazione e la nuova cultura dell’insofferenza e a volte dell’intolleranza, insediatasi tra gli strati sociali che la sinistra vorrebbe rappresentare.
Ed è così che, ora, chi abita nelle zone più degradate avverte come una provocazione chiunque gli venga a spiegare che la sua insicurezza è solo una suggestione creata dai mass media, qualcosa di «percepito» ma non reale. Quelle parole bruceranno sulla sua pelle come soltanto può bruciare, a chi ha subito un sopruso, la negazione del sopruso stesso. Negare ad una vittima l’esistenza della violenza ricevuta può essere una seconda violenza, persino più dolorosa della prima[5]. Come bene sanno le donne violentate.
Quella negazione cova rancori profondi, che prima o poi troveranno s...

Indice dei contenuti

  1. — dedica
  2. Premessa
  3. 1. Errori allo specchio
  4. 2. Tre storie
  5. 3. La luna vista da una piazzola
  6. 4. Quale soluzione?